Itinerario circolare a piedi nel comune di Fosciandora, nella media Valle del Serchio, in provincia di Lucca.
L’ambiente aspro e ostile che aveva incupito Ludovico Ariosto, governatore della valle per conto deglI Estensi dal 1522 al 1525 – «Questa è una fossa, ove abito, profonda / donde non muovo piè senza salire / del silvoso Apennin la fiera sponda» – appare oggi raddolcito dalla diffusione degli abitati, dalle colonizzazioni e dal modellamento delle balze prative in sequenze terrazzate che hanno condotto la natura a un più calibrato rapporto con l’attività umana. Non mancano le selve, le forre selvagge, le pareti rocciose, i bramiti dei cervi e le tracce dei lupi nei luoghi più appartati, percorsi solo da remoti sentieri, ma in generale, alle basse e medie altitudini la Garfagnana è terra di sorprendenti attese: pievi romaniche, eremi, castelli, centri storici che vanno dal modesto villaggio al capoluogo dal trascorso storico. Con lungimiranza, da alcuni anni il comune di Fosciandora, nella media valle, ha intrapreso la valorizzazione del proprio territorio con il recupero delle mulattiere che univano, prima delle strade, le tante frazioni che vi appartengono. Il progetto non si è del tutto attuato e mostra qualche segno di decadimento ma risulta ancora un valido strumento di conoscenza delle vicende, delle attrattive monumentali e del paesaggio di un lembo poco noto della Garfagnana, a un’altitudine e con un’esposizione favorevole agli insediamenti – sono ben cinque i villaggi toccati durante l’itinerario – e alle coltivazioni. Fra queste ultime si devono citare i castagneti di Lupinaia, veri monumenti arborei, e, sempre a Lupinaia, i Piani, ovvero le balze sottostanti la frazione dove persiste un fitto tessuto agricolo poli-colturale, degno di essere inserito fra i meritevoli nel regesto del paesaggi rurali storici.
Non si può affrontare l’escursione senza dare un cenno alle vicende politico-confinarie del territorio di Fosciandora. Fino all’inizio del Quattrocento tutta la Garfagnana era della Repubblica di Lucca. Durante la prima metà del secolo si scatenò un conflitto fra lucchesi e fiorentini. Questi ultimi alla fine ebbero la meglio, invadendo con le loro truppe la valle del Serchio. Alcune comunità, per salvarsi dalle depredazioni, si diedero spontaneamente a Firenze, altre mantennero salda la loro appartenenza a Lucca e altre ancor videro con favore un’alleanza con la Casa ferrarese d’Este. Ne conseguì una sorta di puzzle politico. A partire dalla metà del Quattrocento si potè però dire che la maggior parte della Garfagnana era sotto il controllo estense. I comuni della parte meridionale si sottomisero a patto che, conclusa la disputa con i fiorentini, le loro terre fossero restituite a Lucca. Ne scaturì una lunga controversia, dissipata solo da papa Nicolò V che, nel 1452, confermò alcuni comuni agli Este, nel frattempo divenuti duchi di Modena, e ne assegnò altri a Lucca. Nel territorio di Fosciandora la frazione Ceserana andò a Ferrara; le frazioni Riana, Treppignana, Lupinaia a Lucca, venendo a costituire un’exclave staccata dal resto della repubblica, come Castiglione e Minucciano, riconosciute in seguito come le ‘Tre Terre’. Nonostante fosse separato dal corpo della repubblica per soli 500 metri, lungo il corso del Serchio, il comune risultava diviso in due e tale situazione si protrasse fino al 1848 quando, per effetto della Restaurazione tutta Fosciandora fu annessa al Ducato di Modena e così rimase fino all’Unità d’Italia. SI può pertanto immaginare quali fossero le occupazioni prevalenti, tipiche di aree di confine: traffici, commerci, contrabbando ma anche norme giuridiche difformi, fra immunità e zone franche, che privilegiavano l’illegalità con fenomeni di banditismo.
Itinerario circolare a piedi nel comune di Fosciandora, nella media Valle del Serchio, in provincia di Lucca.
Partenza e arrivo: stazione FS di Fosciandora sulla linea Lucca-Aulla. In auto si raggiunge da Lucca (42 km) percorrendo la strada regionale 445.
Lunghezza: 7.6 km. Dislivello: 410 metri. Tempo di percorrenza: 2 ore e 45 minuti. Condizioni del percorso: mulattiere selciate, sentieri, tratti di strade comunali asfaltate. Difficoltà: turistica. Segnavia: inesistente. Quando andare: sempre, in estate evitare le ore più calde.
La buona tavola: Bar pizzeria Il Vecchio ponte, presso la stazione FS di Fosciandora, 389.4644201; nessun altro punto di ristoro sul percorso. Il buon riposo: B&B La Casa Rosa, Piazza Umberto I 12, Fosciandora, 0583.662253.
1.Questa bella escursione prende avvio dalla stazione Fosciandora della linea Lucca-Aulla se in treno, o, se in auto, dallo spiazzo di parcheggio (alt. 259) situato a poche decine di metri, lungo la rotabile (SP 46) che sale a Fosciandora. Da questo spiazzo non si segue a piedi la strada provinciale, bensì quella secondaria in ripida salita con l’indicazione Ceserana-La Villa. Fatta pochissima strada asfaltata s’incontra, sulla destra, l’avvio della larga mulattiera selciata. Sotto l’ombra dei castagni e sulla vetusta pavimentazione si sale con gradualità occhieggiando, nei varchi fra i campi, i filari di vigna che saranno una costante del paesaggio. La funzione di questa mulattiera è evidente: collegava, quando mancavano le strade, Fosciandora e le sue frazioni con la stazione e con la Valle del Serchio. Le dimensioni e la bella selciatura – si nota anche, a un certo punto, una canalina in pietra per il deflusso delle acque – fa presumere un traffico intenso di pedoni e animali, oggi del tutto scomparso. In poco tempo si guadagna un dislivello di poco più di 100 metri, confluendo nella rotabile che avevamo abbandonato a valle, vicino a un crocefisso in ferro.
2. Qui si tiene a destra, su asfalto, e si raggiunge in breve, dapprima il parcheggio, e poi le case arroccate di Ceserana (alt. 386), prima frazione di Fosciandora. Raggiunto il primo crocicchio di vicoli, si piega a sinistra (Via del Legnetto), risalendo la spina del colle fino a raggiungere, appena passati sotto una casa, la piazzetta sottostante al poggio della Rocca. La parete di una casa è abbellita da un’opera di ‘street art’ ispirata alle Storielle dei Cigerani. Ceserana è infatti conosciuta per i suoi aneddoti popolari, tramandati per secoli dalla tradizione orale, inerenti la proverbiale ‘stoltaggine’ dei suoi abitanti. Nel Settecento un osservatore scriveva: «Si raccontano varie gofferie, che si suppongono praticate nei secoli dagli abitatori di Ceserana; ma se si considerano fino al midollo, servono d’astuti avvertimenti, e sono come le favole d’Esopo, che paiono balordaggini ai balordi, ma non a chi sa farvi sopra le riflessioni dovute. Certo è che alla giornata sono spiritosi ed accorti».
In alto si scorge la facciata della chiesa di S.Andrea che si raggiunge con una scalinata. Fa parte del complesso della Rocca, fortificato in periodo medievale. Nel 1170, preso dai lucchesi, divenne un presidio di confine nel loro sistema difensivo in Garfagnana fino a quando, con la dedizione di Ceserana passò agli Estensi. Diversi furono poi gli interventi per mantenerlo efficiente, ma abbandonato nel Cinquecento divenne un covo banditesco capitanato da Giulianetto, fratello del più famoso brigante Moro del Sillico, che tiranneggiava la popolazione. Banditi contro i quali si confrontò, ma con scarsi effetti, l’allora governatore estense Ludovico Ariosto. Nel 1614 la rocca, giudicata pericolante e in previsioni di forti tensioni con i dirimpettai lucchesi sul confine della frazione Lupinaia, fu restaurata dall’ingegnere militare Pasio Pasi con l’aggiunta di torri per le artiglierie separando la parte militare dall’accesso alla chiesa. Nel Settecento perse ogni valore difensivo.
La chiesa, seppur d’impianto alto-medievale si mostra nell’aspetto che ebbe a partire dal XII-XIII sec. Si imposta su blocchi di pietra in calcare bianco disposte a filaretto. Di rilievo, sulle pareti esterne dell’abside, un capitello raffigurante due figure umane: un vescovo o un prelato che consegna il bordone a un pellegrino in partenza.
3. Discesi dall’altura della Rocca si prosegue verso la Villa (nel basamento della rocca si nota l’accesso a un rifugio anti-aereo, risalente alla Seconda guerra mondiale quando il paese era attraversato dalla contesa Linea gotica) lungo la strada rotabile. A un certo punto si può abbreviare il cammino salendo la vetusta scalinata che penetra, sopra lembi di prato, fra le case. La Villa (alt. 442) è una frazione appoggiata al verde versante della montagna, dirimpetto alla Rocca, con dimore antiche dai bei portali decorati. Si lambisce la chiesa di S.Maria e poi, piegando a destra, si percorre la via centrale, detta della Fontana. Essa si prolunga su Via Ferraio con belle vedute panoramiche. Fra campi terrazzati e le ultime case coloniche il percorso, detto ‘delle Grottalte’, si addentra in un’ombrosa valletta che varca grazie a un ponte in pietra di lontana fattura.
4. Il sentiero prosegue con qualche curva e spunta a Fosciandora (alt. 486), villaggio fondato, secondo tradizione, da tre fratelli provenienti esuli da Gubbio: Simone, Leonardo e Raffaello. Furono i capostipiti di tre famiglie che tuttora detengono la prevalenza: i Simonetti, i Nardini e Lunardi, Si segue a sinistra la strada principale (Via S.Sebastiano) e, sopra il parcheggio, si incontra, sotto i platani, un’ombreggiata area di sosta vicina alla fontana del villaggio. Si trascura la direzione stradale di Lupinaia e si sale il viottolo lastricato che porta a Villa Raffaelli, oggi raffinata residenza turistica, e, in passato, dimora di una famiglia da cui uscirono, nel XIX sec., importanti luminari fra prelati, educatori e uomini politici.
5. Lambita la villa si riprende a salire per sentiero, fra balze tenute a ulivi e a vigna. La vite veniva piantata nei terrazzamenti o a “filare” al bordo dei campi. Nelle vicinanze delle case non era raro trovare “pergolati”. Accanto alle diverse antiche varietà si incontrano i vitigni cosiddetti “americani” ovvero il Clinton (“crintone” nel dialetto) e l’Isabella (uva fragola) detti anche a “prodotto diretto” poiché non necessitano di innesti con altre varietà per la produzione.
6. Ora occorre raggiungere Lupinaia (alt. 615), il borgo più elevato del comune e il più caratteristico per composizione – copre la sommità di un poggio – e per tradizione di ‘paese della castagna’, frutto che nei secoli ha rappresentato uno dei principali alimenti per la popolazione e che ancora si raccoglie nelle selve con piante secolari e si essicca nei tradizionali“metati”. Numerosi mulini – almeno 11 nella seconda metà dell’Ottocento – per la trasformazione in farine sorgevano lungo i corsi d’acqua circostanti.
Ma iniziamo dalla chiesa di S.Pietro, al di sopra di una larga scalinata. Parrebbe risalire all’anno 754 e risulta citata in documenti medioevali. Vi si conservano un altare ligneo e un’acquasantiera del XVI sec., quando la chiesa fu elevata a parrocchia. Oltre all’edificio sacro sono le case, affastellate sulla pendice, e i tortuosi e ripidi vicoli a comporre un bel disegno d’ambiente. Una facciata è impreziosita da un murale dedicato alla civiltà del castagno. Lupinaia, intorno all’anno Mille, era già luogo rilevante, feudo della famiglia longobarda dei Gherardinghi, ma nella sua storia ebbe a subire fatali offese, saccheggi e distruzioni. Ne furono causa la sua posizione confinaria, fra Estensi e lucchesi. Nel 1616 fu cinta di mura a spese di Lucca. Ne rimane solo una porta, volta a sud, indicativa della prestanza della vecchia fortificazione e dell’importanza di Lupinaia come presidio avanzato.
7. A questo punto l’itinerario inizia il percorso di ritorno non senza prima svolgere un breve anello aggiuntivo fra i castagneti secolari di Lupiniaia, indissolubili dal borgo stesso. I castagni occupano tutta la pendice, qui non particolarmente ripida, con esemplari davvero imponenti. Partendo dal cimitero del villaggio un sentiero si inoltra fra la selva, punteggiata di ‘metati’. Si tratta di piccoli edifici su due livelli, adibiti ad essiccatoi: al piano inferiore viene acceso un fuoco che produce molto fumo, mentre al secondo piano vengono poste le castagne ad essiccare su cannicciati. Il fuoco viene alimentato ogni giorno, mattina e sera, per quaranta giorni, con grandi ceppi di castagno. Gran parte della raccolta era, ed è ancora, impiegata nella produzione di farina di castagne, alimento che sfamò per secoli persone e animali. Dopo l’ultimo di questi caratteristici edifici, il sentiero volge su se stesso passando sui i prati ‘alti’ con un’incomparabile veduta sulle Alpi Apuane e ritorna fra le case del villaggio con il segnavia 24. Nella parte bassa di Lupinaia, già fuori dalla cerchia un tempo compresa nelle mura, si segue il segnavia per Treppignana passando per un ultimo grumo di case.
8.Si riprende in viva discesa il sentiero ben selciato e si attraversa tutto il declivio terrazzato dei Piani di Lupinaia (alt. 540). Per poter sfruttare al meglio il terreno, i contadini ne avevano modificato l’aspetto costruendo dei terrazzamenti. Un lavoro grandioso e faticoso ma che garantì una maggiore superficie lavorabile in un territorio non sempre preposto all’uso agricolo. Da notare come sul ciglio di ogni terrazzo sono posti dei filari di vigna, le cui radici stabilizzano il terreno, mentre all’interno le semine sono soggette di anno in anno a rotazione, fra grano, mais, patate, fagioli e altri ortaggi, per garantire la buona salute dei terreni. Una parte era pure adibita a frutteto con qualità autoctone di meli peri e ciliegi. Lupinaia non è termine inerente ai lupi, ma è legato alle pratiche agricole. I lupini sono antichi legumi, utilizzati dagli Egizi e dai Romani, oltre che per l’alimentazione umana ed animale, anche e soprattutto per rendere fertile il terreno. Raffaello Raffaelli nella sua “Descrizione geografica storica economica della Garfagnana” (1879) annota che «in alcune località di Fosciandora vegeta bene l’olivo, che se fosse ben coltivato darebbe un discreto prodotto. Le campagne, fino ad una certa altezza, sono fertili e producono buoni e copiosi cereali, che non bastano però al consumo degli abitanti, i quali solo dalle vastissime selve di castagni raccolgono il loro nutrimento. Le viti danno discrete ed abbondanti uve, da cui si ricavano vini, che si pongono in commercio nei paesi del Circondario (i cui abitanti li preferiscono ai Toscani) e formano, può dirsi, la principale entrata delle famiglie».
Ma su queste pendici, ora quiete e abitate, si ebbero nelle storia tremende vicende guerresche. Essendo Fosciandora territorio di confine, fu tra i più esposti alle battaglie tra gli eserciti del Ducato di Modena, che possedeva Ceserana, Villa, Migliano e Fosciandora stessa, e della Repubblica di Lucca, detentrice di Riana, Treppignana, Lupinaia. Uno degli episodi più cruenti si verificò nel 1583 sotto il nome di “battaglia della Maese”. In quell’occasione gli eserciti estensi volsero all’assalto di Lupinaia che dopo averla presa la incendiarono. Quindi, temendo la vendetta dei Lucchesi, rinforzarono Ceserana. Le milizie lucchesi si volsero allora contro Fosciandora, impresa comunque difficile, poiché anch’essa era stabilmente presidiata da una folta scolta di soldati. Si narra allora che i lucchesi ricorsero a un abile stratagemma; radunarono la loro milizia di 400 soldati in un punto sotto Lupinaia, in località Maese. Poi intorno alla mezzanotte, una squadra scese ad appiccare un fuoco a un vicino cascinale. Gli estensi accorsero per contrastare gli incendiari lasciando indifesa Fosciandora. All’assalto dei lucchesi le poche milizie rimaste nel borgo non opposero resistenza e si ritirarono nella Rocca. La campagna circostante, le capanne e le abitazioni della cerchia esterna furono avvolte in un incendio gigantesco «tanto che sembrava bruciassero anche i sassi e l’acqua” dicono le cronache. Ci vollero più di vent’anni prima che Fosciandora fosse ripopolata; questa volta cinta di nuove mura, protette da torri con cinque solide porte.
9. Dal sentiero dei campi di Lupinaia si passa a un stradetta sterrata e infine all’asfalto per giungere al parcheggio sottostante Fosciandora. Qui si segue in discesa via Marconi che, ben presto, torna a essere viottolo fra alte mura di cinta. Attenzione! Allo spigolo di una grossa casa si stacca una scalinata che, in discesa, mette alla sottostante rotabile; si gira il tornante e dopo poche decine di metri, si volge a sinistra per il sentiero che scende ripido a valle. Non è più utilizzato e potrebbe essere infrascato, ma con qualche cautela lo si può percorrere per arrivare alla chiesa di S.Michele Arcangelo, dominante la frazione Migliano (alt. 380).
10. Migliano, ovvero Fundus Aemilianus, era formato nel Medioevo da una chiesa e poche case con buoni campi attorno. Crebbe d’importanza tra il XV e il XVI sec., quando vi fu collocata la sede parrocchiale, evento che provocò dissidi con gli altri villaggi e che fu pure motivo per ottenere la sede comunale di Fosciandora, tuttora in essere. Transitati dinanzi al municipio, con la lapide ai Caduti, si intercetta un viottolo erboso che passa sotto il muro del parcheggio e si inoltra in un prato per costeggiare poi la recinzione del locale cimitero. Sotto gli alberi, che fanno da contorno a una valletta, si riconosce un sentiero che serve per arrivare a Ceserana, a cui si accede tramite la Porta “a sud”, in passato comunicante con Lucca. Per la sua posizione di vigilanza sulla valle del Serchio, Ceserana ebbe un ruolo di primo piano. Nel XII sec. era “libero comune”, insieme a Barga, Ghivizzano, Castiglione Garfagnana, Pieve Fosciana. Poi è passato sotto pisani, lucchesi, fiorentini, estensi, ma ha sempre goduto di una certa autonomia tanto da disporre, fin dal 1420, di propri statuti, ritenuti dagli studiosi un capolavoro di sapienza legislativa. Fra le case si riconoscerà il crocicchio di vicoli già raggiunto all’andata orientando sul medesimo cammino, ma a ritroso, la conclusione dell’itinerario fino al punto da cui si era partiti.
In antico, più che il fondovalle del Serchio, stretto, oscuro e tortuoso, si preferivano mulattiere in quota (vedi la cartina qui accanto), più dirette, come quella passante per Montepérpoli, sul versante occidentale, o per Ceserana, su quello orientale. Quest’ultima, della quale percorreremo un tratto, era usata dai lucchesi nel periodo estense, per raggiungere la loro enclave di Castiglione. Un’altra strada di particolare importanza era quella del Saltello, che, attraverso l’omonimo passo appenninico; consentiva di andare verso la Pianura padana.
Questa strada (vedi la cartina qui sotto) prendeva avvio dalle frazioni più elevate di Fosciandora attraverso un fascio di mulattiere che, poi riunite, davano forma a una direttrice transappenninica, forse di origine romana. La Via del Saltello acquistò rilevanza intorno al 600 d. C., quando fu una delle arterie utili ai bizantini per raggiungere dalla capitale Ravenna il porto tirrenico di Luni, in loro possesso. Mediante diramazioni, questa strada metteva in contatto vari comuni del versante garfagnino (fra i quali Barga e Castiglione Garfagnana), con Pievepelago e Roccapelago nel Frignano e quindi con Modena. Era supportata da due “hospitali”, tra cui quello di San Bartolomeo nel versante garfagnino. La via mantenne il suo ruolo nel periodo estense e fu utilizzata dai vari eserciti che in quel periodo si fronteggiavano in Garfagnana. Inoltre svolse una funzione commerciale per il trasporto del ferro, prodotto nei forni e nelle ferriere garfagnine, verso la capitale estense, Modena.
Va ricordato che a Ceserana sorgeva, fin dal XV sec., un’importante fucina dove si producevano chiodi, inferriate ed utensili, nonché semilavorati, vale a dire fasce e barre in ferro destinate a Modena. Nel 1582 e nel 1584 fu anche citata per la produzione di palle da cannone e bombarde. La Via del Saltello, caduta in declino nel XIX sec., è oggi quasi dimenticata, utilizzata solo a titolo escursionistico.
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