Itinerario ciclistico fra le prime colline dell’Alto Monferrato, lungo lo storico tracciato della Strada Franca.
Nel XV secolo il Marchesato del Monferrato occupava una parte centrale del Piemonte, dal Po fino al crinale appenninico. La sua esistenza era però minacciata dalle tendenze espansionistiche dei Savoia e dei Visconti, indesiderati vicini, i quali mediante cessioni o conquiste restrinsero sempre più l’esile e irregolare perimetro del marchesato. In particolare lungo la bassa valle del Tanaro, fra Asti e Alessandria, il territorio milanese s’incuneava profondamente separando l’Alto dal Basso Monferrato, occludendo le strade e, dunque, i commerci, a meno di sottoporli a pesanti dazi. Un’importante direttrice di traffico proveniva da Genova e risaliva il Monferrato fino a Casale, puntando poi verso i valichi alpini. Era praticata da mercanti liguri per esportare i prodotti della «marina» verso la pianura padana, dove si riforniscono di riso e granaglie da condurre in patria. Per ovviare alla difficile situazione che minacciava di dirottare le merci su altre mete giunse un disposto inserito in un importante atto diplomatico della prima metà del XV secolo, vale a dire la Pace di Lodi. Con essa si poneva fine alle guerre tra gli Stati regionali italiani garantendo alla penisola circa quarant’anni di pace. Fra i disposti secondari, atti a stabilire l’equilibrio fra i confinanti, fu inclusa la costruzione di una strada che ripristinasse la continuità territoriale del Monferrato all’interno della lingua di terra milanese. Si trattava di una strada dove i mercanti erano esentati da ogni dazio o gabella e che per questa ragione fu chiamata «strada franca di Felizzano», dal nome dell’abitato che, più di altri, appare citato nei documenti dell’epoca. In sostanza si trattava di un tragitto di poco meno di 15 chilometri da Fubine, ultima terra monferrina a nord del Tanaro, a Bergamasco, prima terra monferrina a sud del fiume. Percorso breve ma fondamentale importanza per l’economia del marchesato. Si stabilì così un vincolo che rimase in vigore anche dopo l’annessione del Monferrato da parte dei Savoia nel 1713 divenendo a tutti gli effetti un’area extra-doganale a regime separato. Tutt’ora l’antica strada è ricordata nella toponomastica locale e, da qualche anno, ne è stata pure coniata una versione escursionistica che, seppur con qualche licenza rispetto a quanto documentano le cartografie antiche, ha avuto il merito di restituire alla memoria questa singolare vicenda di politica stradale. Questo itinerario ciclistico, da affrontare im mtb o in gravel, ne segue le tracce includendo anche alcuni percorsi paralleli di pari rilevanza storica.
Itinerario ciclistico fra le prime colline dell’Alto Monferrato, lungo il tracciato della Strada Franca.
Partenza e arrivo: Stazione FS di Felizzano (servizio treno+bici sulla linea Alessandria-Asti). Lunghezza: 42.4 km. Dislivello: 350 metri. Tempo di percorrenza: 3 ore 15 minuti.
Condizioni del percorso: strade provinciale asfaltate a basso traffico, strade campestri (50 %) a fondo naturale (alcuni brevi tratti percorribili bici alla mano).Mezzo indicato: mtb o gravel. Segnavia: frecce e segni bianco-rossi con l’indicazione di Strada Franca del Monferrato nella seconda parte del percorso. Utile la traccia gpx scaricabile inquadrando il Codice QR più sotto.
La buona tavola: Masnà, Via Paolo Ercole 59, Felizzano, 3522124566; Agriturismo Cascinotta, SP 254, Oviglio (sul percorso), 351.5608575 (con alloggio); Al Canavus (S.o.m.s Bergamasco), Via Dante 1, Bergamasco, 0131.777296; Antica Trattoria delle Roncaglie e di Abazia (già Casa del Popolo), Strada Monvicino, Masio, 340.847927 Il buon riposo: Castello di Monvicino, Strada Monvicino, Abazia, 348.3107595.


1. L’itinerario prende le mosse dalla stazione FS di Felizzano (alt. 104), 15 km a ovest di Alessandria, non soltanto per comodità, essendo servita dalla linea Asti-Alessandria, ma pure per l’importanza storica dell’abitato. Allo sbocco in pianura della valle del Tanaro, Felizzano, pur essendo dal 1535 al 1713 all’interno dello Stato di Milano, era lo snodo di diverse strade dirette ai centri agricoli del Monferrato e dal XIV sec. sede di una fiera e di un mercato. Inoltre i suoi abitanti potevano, grazie a privilegi ottenuti sotto i marchesi di Monferrato e poi confermati dai Visconti e dagli Sforza, esportare liberamente e senza dover pagare dazi i loro prodotti agricoli. Per gran parte dell’età moderna, Felizzano fu “terra immediata”, ossia un luogo non infeudato, ma dipendente dalla giurisdizione del principe. Infine, dotata di un ‘porto’ sul Tanaro, attraversata dalla ‘Via di Francia’ (Alessandria-Asti) e, perpendicolarmente a quella, dalla Strada Franca, sviluppava vivaci commerci, al punto che «i suoi abitanti – come rilevò un osservatore del tempo – attendono alla Campagna ed alcuni allo sfroso, trafficando insieme nella qualità di mulattieri, conducendo riso e formento dalla Lumellina e Novarese sul Genovesato, da dove riconducono oglio ed altri generi di quel Paese». Quindi una condizione di relativa agiatezza rispetto agli altri abitati del contado alessandrino. Anche il suo disegno urbano era particolare, diviso fra una parte cintata e fortificata, a pianta trapezoidale, di cui oggi resta solo la sagoma viaria, e da un borgo esterno.
Con la facciata della stazione alle spalle si scende a destra e si sottopassa la ferrovia, seguendo poi alla rotatoria la direzione per Masio/Oviglio. Ci troviamo già sul tracciato della Strada Franca, qui sostituito dalla moderna SP 77 che scavalca il Tanaro nel punto dov’era il ‘porto’ fluviale di Felizzano. Si procede in rettifilo in un lembo di pianura, mentre sullo sfondo si profilano le prime lievi alture del Monferrato.
2. Al fondo del rettifilo, si piega a sinistra (dir. Oviglio) e, subito dopo, celato da un parco di alberi secolari, si trova il castello di Redabue (alt. 117). Non ha quasi più nulla che ricordi la sua origine guerresca, ma il fatto che sia stato per gran parte ripristinato o rifatto testimonia delle offese che ebbe a subire. Ad esempio nel 1636 quando i francesi assediarono le truppe imperiali che vi si erano rinchiuse. A Redabue la Strada Franca intersecava la Strada della Cavallera, tracciata lungo la sponda destra del Tanaro in direzione di Alessandria.
3. Superato il castello, lungo la SP 245, e il Rio Redabue che raccoglie molti dei rivi e dei fossi che articolano le vicine vallette e le dorsali collinari, il nostro itinerario piega a destra su uno stradello a fondo naturale (al bivio si vede un cartello con l’indicazione Strada Tiglione Aless.). Si attraversano le campagne del Pizzo, ultimo lembo di pianura, poi la strada, dopo aver incontrato la Cascina Milandra, s’indebolisce e si eleva con dolcezza nel paesaggio collinare. La traccia campestre resta pedalabile e si riconosce come un’originale segmento dell’antica strada. Se fino alla metà del XVI sec. lo Stato di Milano permise o perlomeno tollerò l’esistenza di una ‘strada franca’ attraverso il suo territorio, a partire da quella data le cose si modificarono con una serie quasi inesauribile di contenziosi. La disputa fra i Gonzaga, detentori del Monferrato, e i milanesi ineriva alle condizioni di applicabilità del libero passaggio e all’esatta determinazione del percorso, due temi che erano sempre stati piuttosto generici motivando sia dall’una che dall’altra parte azioni repressive e ritorsioni. Nel 1560, nel tratto fra Felizzano e il torrente Stampasso, i soldati milanesi sequestrarono alcuni carichi secondo il presupposto che non sia facoltà dei monferrini, «l’andare per li viazoli o vero sentieri contigui a detta strada». In effetti il disastroso stato della strada, priva di regolare manutenzione, favoriva la scelta di tracciati alternativi sui quali era dubbia l’esistenza di franchigie. Alla fine di convenne di far «disegnare» la strada, in modo che fosse chiaro «per quale andare» e «quale fare conciare». Esistevano, infatti, «molte strade, una attaccata all’altra tutte carezzate et cavalcate». La strada franca – come ha sottolineato lo storico Marco Battistoni – equivaleva a un fascio di itinerari, tra i quali carrettieri e cavallanti abitualmente sceglievano quello più conveniente per loro.
4. Intanto si incrocia e si supera la SP 243 proseguendo sempre in direzione sud, su fondo naturale. A breve distanza, isolate sui seminativi, in posizione spesso elevata, si scorgono vecchi cascinali, alcuni ormai diruti. Quasi senza avvedersene, per la sua ridotta dimensione, si supera con un ponticello il citato Rio Stampasso. Inutile dire che il paesaggio attuale non ricorda l’aspetto del passato dove, probabilmente, la boscaglia era molto più vasta e i coltivi limitati attorno agli abitati e ai cascinali.
5. Ripreso l’asfalto, la strada, la cui dirittura è indice di storicità, entra a Bergamasco (alt. 128). Il paese può contare su una storia millenaria: il suo nome è citato per la prima volta in un documento del 1014 e riguarda un ‘castellum’ circondato da mura a pianta quadrata, con quattro torri agli angoli e quattro porte. Con l’istituzione della Strada Franca, Bergamasco divenne la “Porta del Monferrato” in quanto era il primo villaggio di tale territorio che si incontrava provenendo dalle terre milanesi. Di conseguenza qui terminava il particolare regime della strada, la cui direttrice però si proiettava ancora verso Cassine, Acqui e i valichi che, oltre l’Appennino, mettevano alla Riviera ligure. Il Palazzo marchionale è l’emergenza monumentale del paese. Era la dimora storica del marchese Francesco Moscheni, feudatario locale nella seconda metà del Seicento. Nella cappella del palazzo è conservata un’opera della scuola del Moncalvo, alias Gugliemo Caccia, ritenuto il più importante esponente dell’arte controriformista in Piemonte.
6. L’itinerario – come si nota dalla carta – si sviluppa in due anelli, dei quali Bergamasco è il punto di congiunzione. Superato il torrente Belbo si giunge in rettifilo alla rotatoria con la SP 240 che si impegna verso sinistra. Si impone un tratto in salita per raggiungere il ripiano ove sorge Carentino ai confini ormai fra l’Alessandrino e l’Acquese.
7. Si prosegue sulla provinciale fino alla diramazione, verso destra, per Borgoratto (SP 239). La strada è piacevole, adatta alle biciclette, sempre accanto a scenari campestri, lievemente modellati in dossi e valloncelli. Fu probabilmente una diramazione della Strada Franca in direzione della piana del Bormida.
8. Occorre arrivare fino alle prime case di Borgoratto Alessandrino, per poi deviare a gomito a destra, presso un pilone votivo dove l’Arcangelo Michele colpisce il diavolo. Più avanti, al ponte sul Canale Carlo Alberto, si notano sopra il guard-rail due scritte in metallo: Borgoratto da un lato, Frascaro dall’altro. Definiscono il confine storico fra i due comuni. Il curioso nome di Borgoratto prende dal fatto che nel paese molte famiglie portavano il cognome Ratti, mentre Frascaro è così chiamato perché fondato presso le Frasche del Bosco della Cerreta, una delle molte selve che un tempo coprivano questo territorio. Non si tocca Frascaro ma si prosegue in direzione Tacconotti. Ora la strada sale con lieve pendenza, favorita da una bordura continua di alberi e di siepi, fino a formare una vera ‘galleria’ verde. Una targa indica che questa è la strada storica diretta a Mombaruzzo. Si procede in questa bella alternanza di macchie boschive e campi di grano per oltre 5 chilometri. Che la strada sia poco frequentata lo dimostrano le erbe spontanee che scalzano nel mezzo l’asfalto. Alle colture di cereali si alternano piantagioni di nocciole.
9. Tacconotti (alt. 170) è composto da poche case a un crocicchio di vie (acqua, area sosta) dove il nostro tracciato si innesta sulla SP 238. Coperti ancora 250 metri si giunge all’incrocio in località Gambina: qui, piegando a destra si torna, ora nel senso da sud a nord, sulla direttrice della Strada Franca. Compaiono anche i relativi segnavia che essendo studiati per gli escursionisti a piedi, necessiteranno in bicicletta di qualche variante che andremo a indicare. Per il momento è bene seguirli.
10. Dopo un ulteriore rettifilo si piega a 90° a destra su Via Marconi. Si assecondano due tornanti in discesa poi la strada attraversa una vasta zona agricola a colture biologiche. Poi (seguire sempre il segnavia bianco-rosso), accanto a un cascinale, si lascia l’asfalto e si piega a sinistra su sterrato; si entra nella boscaglia e, nel punto più depresso, si varca il Rio Costa Longa per poi risalire in corrispondenza di Casa Chinella, dove si torna su asfalto.
11. Giunti al successivo bivio a ’T’ si abbandona il segnavia (che punta su Carentino) e si piega a sinistra, poi subito a destra per scendere alla rotatoria di Bergamasco che avevamo già impegnato in precedenza, chiudendo il secondo anello dell’itinerario. Ora si ripercorre il percorso dell’andata in senso inverso fin oltre Bergamasco, quando, subito dopo il campo sportivo, la Strada Franca si divide seguendo ora, verso sinistra e su asfalto, la direzione ‘Valleverde’. Questa, che serpeggia nella campagna, è una probabile variante della Strada Franca (non a caso attraversa la regione agricola delle Franchiggie con il relativo cascinale) che utilizzava il ‘porto’ di Masio per superare il Tanaro evitando Felizzano.
12. Superato di nuovo il rio Stampasso, a uno ‘stop’, si confluisce sulla SP 243; la si segue a sinistra per meno di 200 metri per poi girare a destra su una strada a fondo naturale. Più avanti si ritrovano i segnavia. Si affianca una centrale a pannelli solari e si scende a valicare il rio Redabue (attenzione! questo è un tratto ripido, sia in discesa, sia nella successiva salita, che si consiglia di coprire bici alla mano!).
13. Spuntati di nuovo sull’asfalto si abbandona di nuovo il segnavia (che tende a destra) e a sinistra, su Strada Monvicino, si raggiunge l’incrocio con Via Scagno, dove fa bella mostra di sé una Casa del Popolo, fondata nel 1901 e tuttora attiva come bar e punto di ritrovo. Si segue ora Strada Scagno; si attraversa il crocevia della borgata Abazìa; si scende con un tornante a incontrare, allo ‘stop’, la SP 245 nel fondovalle del Tanaro. Senza impegnare la rotabile si piega a sinistra dietro una siepe e si segue, di nuovo, su fondo naturale, la sponda del torrente Tiglione. È un nuovo tratto ‘fuori strada’ che segue il margine di una collina, nel variato paesaggio di selve e di campi. Alla fine si sbocca su Strada Molere: la si segue verso destra riprendendo le indicazioni del segnavia che, con un altro tratto campestre, arriva infine fra le case di Masio, abitato riconoscibile dall’alta torre medievale in laterizio. Masio è il paese natìo di Giovanni Poggio, eccezionale figura di combattente ottocentesco, detto ‘l’uomo senza braccia’ per una grave menomazione accaduta durante la difesa di Capua dai Borbone nel 1860.
14. A questo punto si attraversa il Tanaro sul ponte moderno che sostituì il vecchio traghetto fluviale e, sempre rispettando il segnavia, con un altro tratto fra i campi, si fa ritorno alla stazione di Felizzano, dalla quale si era partiti.





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