Il Sentiero dei Vasi

Passeggiata nel Parco dei Colli di Bergamo.

Il versante settentrionale della spina collinare di Bergamo presenta aspetti differenti rispetto al suo corrispettivo meridionale. Innanzitutto una minore insolazione che favorisce una vegetazione boschiva più diffusa e di tenore umido con minori spazi coltivi. I castagneti si protendono sulle lunghe digitazioni che dal crinale disegnano una frastagliata morfologia di piccole e ombrose vallecole. È il versante che attiene al bacino idrografico del Morla, dove per un certo tratto, assecondandone le pieghe, corre l’acquedotto dei Vasi con la relativa e pianeggiante Via dei Vasi. La necessità di approvvigionamento idrico di Città Alta condusse alla costruzione, in epoca romana, di questo condotto. Il primo documento che lo cita espressamente risale però al 1013. Per molto tempo, fino alla fine del XIX secolo, fece fronte alle esigenze domestiche, agricole e paleo-industriali di Bergamo Alta tramite un complesso sistema di derivatori, cavi secondari e cisterne. 


Partenza e arrivo: Via Castagneta, oppure Ex-monastero di Valmartina (Sede del Parco dei Colli di Bergamo). Si raggiungono in bus da Bergamo con la linea 9 di ATB. In auto si trova un parcheggio a pagamento in Via Tre Armi, a 350 m da Colle Aperto.

Lunghezza: 8.65 km. Dislivello: 310 metri. Tempo: 2h, 40’. 

Condizioni del percorso: pista ciclo-pedonale, strade comunali asfaltate, sentieri, scalette. Su sentiero (50%), su sterrato o fondo naturale (48%).

Segnavia: 912  Sentiero del Vasi; 910 Colle dei Roccoli-Valmarina. Quando: sempre; la passeggiata non necessita di attrezzatura particolare.

Dove mangiare: All’Alpino, Via Colle dei Roccoli 13, 035.259425, 392.9927642, chiuso domenica sera e lunedì.


L’itinerario propone due punti di partenza, fra loro vicini: lungo Via Castagneta, raggiungibile da Pontesecco/Ponteranica; e al parcheggio di Valmarina, dov’è la sede del Parco dei Colli di bergamo. I due accessi si riuniscono (1) dopo poche decine di metri per poi procedere lungo la pista ciclo-pedonale del Parco, su fondo asfaltato.

L’EX-MONASTERO DI VALMARINA

Oggi, dopo un accurato restauro, ospita la Direzione e gli uffici tecnici del Parco, ma in origine, intorno al 1150, era un monastero femminile benedettino, uno dei molti cenobi di vari ordini religiosi che costellavano le contrade intorno a Bergamo. Il suo pregio dipende anche dalla conservazione del circostante paesaggio agricolo, di cui, dopo il trasferimento delle monache in Città Alta nel XV sec., divenne un caposaldo. Il complesso fu adattato a cascinale, e la corte interna ingrandita, nel corso del Settecento mantenendo però parzialmente intatti i preesistenti ambienti monastici: chiesa, refettorio, casa del capitolo. Della chiesa resta una parete di arenaria, illeggiadrita da due eleganti monofore, separate da una lesena appena pronunciata. Sopra le monofore vi sono due oculi.

L’ex-monastero di Valmarina

Subito si accosta, sulla destra, un piccolo stagno artificiale accanto al quale sono posti alcuni pannelli didattici riguardanti il gambero di fiume, la cui presenza è stata accertata nel piccolo rivo torrentizio che scorre lungo la ciclopista.

IL GAMBERO DI FIUME
Il gambero d’acqua dolce (Austropotamobius pallipes) ha il corpo rivestito da uno scheletro esterno rigido con colori variabile dal grigio-verde al bruno scuro. Durante la crescita il crostaceo sostituisce periodicamente la vecchia corazza con una nuova. Il suo corpo è diviso in due: il cefalotorace ha un paio di chele usate per difendersi e accoppiarsi e quattro paia di zampette per camminare in avanti; e l’addome, che termina con un’appendice in forma di paletta con la quale il gambero nuota e si muove all’indietro. Si riproduce una sola volta all’anno, in autunno, quando il maschio, della dimensione di 60-70 mm depone le spermatofore sotto il cefalotorace della femmina. Questa, dopo una settimana, emette le uova (da 50 a 200), fecondate all’esterno e appese alle appendici addominali fino alla schiusa che avviene in tarda primavera. Le larve, già simili agli adulti, restano attaccate alla madre ancora per diversi giorni prima di vivere autonomamente. Un bel peso da sopportare! Il gambero di fiume è un animale delicato e per questo protetto. Soffre molto gli sbalzi termici e la cattiva qualità delle acque. Per questa ragione la sua popolazione si è molto ridotta e sono in atto diversi interventi per il suo ripopolamento che dipende, ovviamente, anche dal ristabilimento di un habitat ideale.

Il gambero di fiume

La pista, lasciati i verdi campi di Valmarina, sale nel bosco ceduo e, dopo un paio di curve, incrocia Via Ramera (2). Qui si piega a sinistra (dinanzi è lo sbocco al quale arriveremo al ritorno) lungo la stretta strada asfaltata, in moderata ascesa, lungo la costa di un vallone. Si superano le case di Cascina Costa (alt. 375) e, giunti all’impluvio, si scorge a sinistra la lunga scalinata che annuncia l’inizio della Via dei Vasi, accanto all’antico acquedotto. L’acqua scaturisce nelle vicinanze, alla Noce, presso la località detta Cavato. Oltre che da acquedotto fa anche da collettore per diverse altre sorgenti presenti sul versante nord dei Colli. Ha una lunghezza di circa 3.5 km. 

Gallina

Si comincia dunque a seguire il tortuoso andamento della ‘via d’acqua’ (segnavia 912), la quale per moderare la sua pendenza deve conformarsi alla morfologia del rilievo circoscrivendo contrafforti e valloni. Il condotto è sotterraneo, ma lungo il cammino si notano le sue opere accessorie come gli accessi per la manutenzione o gli ‘uschioli’, ovvero le aperture per le prese d’acqua e le ispezioni. Il suo profilo era debolmente pendente per evitare l’accumulo di sedimenti nel tratto terminale. Inoltre speciali accorgimenti, assieme a tre vasche di decantazione, servivano a rallentare la velocità del flusso d’acqua. Il tutto confluiva in origine in un’enorme vasca, detta il Saliente, che raccoglieva anche le acque dei condotti del versante meridionale dei Colli e da cui prendeva vita l’Acquedotto Magistrale per la distribuzione urbana. Le mura venete comportarono la demolizione del Saliente e una riorganizzazione della rete. A uno sguardo attento non sfuggiranno i cippi con la dicitura “AQ”, mentre sono più evidenti alcuni tratti scoperti, ma in rovina. Il cammino è tranquillo, interamente in ombra e al fresco e confluisce alla fine in Via Castagneta, all’altezza delle vetuste case di Gallina (3, alt. 372, fontana). 

ANEMONE DEI BOSCHI (Anemone nemorosa)

Con la primula è uno dei primi fiori a spuntare, alla fine dell’inverno, coprendo gli anfratti umidi del Parco. Lo fa per una ragione ben precisa, essendo una specie sciofila, cioè amante dell’ombra, necessita di una certa dose di luce per svilupparsi. E lo fa quando i rami degli alberi sono ancora privi di foglie. Approfittando del maggior riscaldamento del sottobosco, fiorisce e va in seme. La leggenda vuole però che tale espediente fosse anche la sua condanna. Anemone era una ninfa della corte della regina Flora, ma i venti Zeffiro e Borea s’innamorarono di lei. Flora ingelosita la punì tramutandola in fiore. Ma non solo. La costrinse poi a schiudersi precocemente e a subire i venti freddi di Borea, facendole perdere i petali, così che all’arrivo del primaverile Zeffiro il fiore era già avvizzito.

Anemone dei boschi

Si segue la strada verso destra con belle vedute sul Monte Canto Alto, sulla Maresana e la conca di Sorisole, fino a notare, sulla destra, l’imbocco di Via Tavernella (4), in realtà un sentiero che subito s’inerpica sul versante. Si tratta di una breve salita che, superato il roccolo omonimo, raggiunge Via Cavagnis. Prestando attenzione al traffico si tiene la destra (sull’altro lato, poco più in basso, si scorge la chiesuola dedicata alla Beata Vergine di Caravaggio) e si coprono in salita due tornanti prima di giungere all’ingresso, sulla sinistra (scaletta) al Parco del Castello di San Vigilio (5, alt. 496). Nell’area verde, occupata oggi da una terrazza panoramica, sorgeva fino ai primi decenni dell’Ottocento, un fortilizio. Il primitivo impianto, detto Cappella, fu molto antico, risalente al IV secolo, poiché il colle si prestava bene alla vigilanza armata. Rifatto nel XII secolo, il castello fu rinforzato nel 1345 da Luchino Visconti e, poi, in periodo veneto, collegato al vicino Forte di San Marco tramite una ‘strada coperta’.

Ritornati sul percorso si accede ora a San Vigilio accostando la stazione superiore della funicolare e notando come ora il panorama sia del tutto diverso essendoci affacciati su Città Alta e sulla sottostante Bergamo moderna. Due ristoranti possono favorire una sosta accanto al frequentato crocevia (6, fontana) dove, un po’ discosta, sta la chiesa di San Vigilio. Quindi si riprende a camminare lungo il tratto superiore di Via San Vigilio fra leziosi villini. Subito si annuncia un secondo belvedere sulla valle di Astino (si nota bene l’ex-monastero), ma poco prima si stacca e si segue, a sinistra, Via San Sebastiano che, in lieve discesa, aggira le falde, tappezzate di ville, giardini esotici e terrazze coltive, di Monte Bastia. La zona, all’inizio del Novecento, era favorito luogo di villeggiatura da parte delle famiglie bergamasche più facoltose. Da apprezzare la fastosa Villa Viviani Rumi (civico 29), di stampo eclettico ma frutto del rimaneggiamento di un edificio del XVI secolo. Nell’insieme mostra un apparato decorativo di derivazione barocca ma che, nella torre laterale, rieccheggia gli oscuri tempi del Medioevo. Affacciato alla strada si vede anche una sorta di padiglione estivo la cui balaustra è coronata da statue. Si superano, sulla sinistra, dapprima la dimora “avita” del matematico Giuseppe Venanzio, e poi il “buen retiro” del chimico Giulio Natta, a cui nel 1963 fu conferito il Premio Nobel per le sue ricerche sui polipropileni, in altre parole, nel bene e nel male, la plastica. La via è stretta fra muretti in pietra e le pareti esterne delle ville. All’altezza del civico 13 si stacca, a destra, Via alle Case Moroni, un viottolo che corre su un terrazzino e che si usa prendere a testimone dell’antico aspetto dei percorsi pedonali dei Colli, prima dell’arrivo delle auto. Difatti si viene subito proiettati in una dimensione campestre: muro in pietra a destra, terrazzini gradonati a sinistra e, sullo sfondo, uno degli ultimi esempi di dimora rurale con portico e loggiato su colonnine in arenaria verdastra. Si tratta delle Case Moroni (7), già luogo di una tradizionale ‘frasca’ bergamasca.

Case Moroni

LA FRASCA

«È nel giorno di Pasqua che si apre, per antica tradizione, la stagione della “frasca”. Sui colli, sui muri delle vecchie case che tengono cantina, le frasche appaiono come d’incanto dalla sera alla mattina. Ci si siede all’aperto, in cortiletti con panche scalcagnate (se non sono di pietra)  e tavoli di legno massiccio. L’ombra la procura un’antica quercia. La cantinola è satura dell’acre odore del vino della precedente vendemmia, vino ancora adolescente, asprigno, non troppo limpido. Non ha corona, non ha stemma. Se vuoi, il suo bouquet non è gran cosa; però è vino genuino, vino che scalda il cuore. Alla frasca, per regolamento, se ne dovrebbe acquistare una certa quantità, pagare, salutare e andarsene. E bere magari in prati, sulla strada. È vietato, infatti, consumare sul posto. La “frasca” non è un’osteria vera e propria, non ha licenza. Per regolamento il padrone non può mettere a disposizione bicchieri, tazze e brocchette; ne può offrire panini, salame, uova, radicchio e cicoria, fette di polenta abbrustolita. Insomma, fare osteria e trattoria. Noi che beviamo il “frasca”, commettiamo quindi un reato; come lo commette il proprietario che tollera il fatto. Però si tratta di una mancanza sulla quale si chiude volentieri un occhio; anzi tutti e due. In effetti questo vino va gustato nel suo luogo d’origine. Meglio ancora se lo si butta giù con un cotechino cotto sulla brace del camino antico, con insalata d’orto, uova sode, stracchino alto appena due dita (con l’umore che comincia a sfarsi) e salame nostrano. E polenta, naturalmente. Quella polenta che soltanto i bergamaschi, al mondo, sanno cuocere al punto giusto, nel paiolo giusto, a fuoco giusto.» (Aa. Vv., Sui colli di Bergamo, Grafica e Arte, Bergamo 1980, pag. 14)

Via alle Case Moroni

Dopo Case Moroni, il percorso piega a sinistra e continua a costeggiare la balza del colle. C’è una panchina solitaria alla quale non si può rifiutare il piacere di una seduta davanti a un paesaggio talmente composito che decifrarne tutti i tratti imporrebbe un soggiorno intero più che una breve sosta. Poi il sentiero diventa una scaletta, breve ma ripida, che porta al livello della chiesa di San Sebastiano (8), nel luogo un tempo detto Forcella della Botta, poiché tutte le prominenze collinare in forma di piccola ellisse si chiamavano “botte”. Narrano che un ufficiale napoleonico si fece passare per sacerdote e fu per molto tempo cappellano a San Sebastiano prima che l’imbroglio si scoprisse. Tenendo a destra, accanto alla chiesa, si procede in piano, aggirando il Colle dei Roccoli, per raggiungere il vertice a ponente del nostro itinerario, presso la Trattoria degli Alpini (9), singolare raccolta “en-plein air” di reperti bellici voluta dal suo originario proprietario, Mario Lazzaroni, scampato ai campi di sterminio della seconda guerra mondiale. Dallo slargo dove si chiude la strada si imbocca il largo sentiero che riporta sul versante nord dei Colli. È una lunga discesa nel bosco ceduo che, alla fine, sbocca su Via Ramera, nel medesimo punto che avevamo toccato all’andata. Per chiudere l’itinerario si può procedere a ritroso sulla pista ciclo-pedonale, oppure scegliere il sentiero alternativo (segnavia 910) che si stacca, a destra, pochi metri dopo il crocevia.


Albano Marcarini, IL SENTIERO DEL VIANDANTE – Da Lecco alla Val di Mello lungo il Lago di Como, Ediciclo, nuova edizione 2021, 168 pagine con foto, acquerelli, mappe.

Questa è la nuova guida aggiornata e ampliata «del più bel sentiero lungo il più bel lago del Mondo». Un cammino vissuto e narrato, passo dopo passo, su un’esile sponda di lago al cospetto dei più bei panorami che si possano concepire, fra borghi aggrappati alla cornice del lago con un occhio alla storia e ai piccoli segni di una colonizzazione umana che si perde nel tempo: case in pietre, cappelle, chiese, borghi, torri e castelli, belvedere.

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