Itinerario a piedi sul versante occidentale del monte Baldo, nel comune di San Zeno di Montagna, in provincia di Verona.
Da ogni parte della Pianura Padana, fin sotto il Po, nelle belle giornate, si scorge la groppa montuosa del monte Baldo, a ridosso della sponda orientale del Lago di Garda. Ingenuamente si potrebbe pensare che questa grande montagna – o «paterno monte» come lo chiamò Giosuè Carducci – per il suo perfetto allineamento al lago, non sia altro che il remoto accumulo di materiale tolto dalle acque, come fosse stata l’azione di un ciclopico Caterpillar.
Forse non si è lontani dal vero se, come pare, negli ultimi 3-4 milioni di anni, il Baldo, che arriva a 2200 metri d’altitudine, si sia generato dal progressivo sollevamento di rocce sedimentarie marine, soprattutto calcari posti al margine della depressione gardesana. Un processo lentissimo, aggredito, nell’istante stesso del suo manifestarsi, da fenomeni erosivi che ne sgretolarono man mano la dorsale, soprattutto sul suo versante orientale, ponendo in evidenza gli strati delle ere più antiche (Triassico e Giurassico). Da qui il diverso aspetto dei due profili longitudinali: fortemente inclinato e unitario quello a occaso, dove le rocce mesozoiche si sono sollevate e marcate verso l’alto; spezzato da un gradino intermedio, dove gli strati si sono piegati, fratturati e accavallati, quello orientale. Il periodo glaciale ha lavorato sul Baldo con la formazione di piccoli circhi glaciali. Un secondo peculiare aspetto attiene alla copertura forestale e al patrimonio botanico e faunistico. Aspetto attorno al quale sì sviluppò a partire dal XVI sec. una nutrita letteratura, fecondata dalle ricerche che illustri studiosi vi condussero. Non a caso il Baldo è stato definito «Hortus Europae» per la varietà delle specie, per la rarità di molte. A livello faunistico basti pensare che sono oltre duemila le specie di farfalle finora censite, vale a dire circa il 40% di quelle segnalate in tutta Italia. Questo spazio geografico, se preso in verticale, comprende una quasi completa gamma di orizzonti: da quello termofilo della riviera a quelli propriamente montani e subalpini delle alte quote. Il fenomeno è spiegato non solo grazie al favore attuale del clima, ma anche per la sopravvivenza, durante le ere glaciali, di nicchie di vegetazione sviluppate nelle stagioni calde delle ere intermedie e rimaste tali. I pascoli del Baldo, al di sopra del basamento roccioso, sono apprezzati dal bestiame che in estate vi si raduna in corpose mandrie accudite dai “vacari” nelle malghe dalle bianche pietre calcaree. L’attuale struttura dei pascoli del Monte Baldo risale al Settecento. In quel periodo gli investimenti apportati dalla Repubblica Veneta portarono allo sviluppo dell’allevamento bovino e al conseguente declino di quello ovino, fino ad allora prevalente. Su questo piano montano, attorno ai 1500 metri d’altitudine, si sviluppa la nostra escursione con un andamento anulare, ma che approfitta inizialmente, per portarsi in quota, la funicolare di Costabella, in partenza da Prada Alta, frazione di San Zeno di Montagna.
Itinerario a piedi sul versante occidentale del monte Baldo, nel comune di San Zeno di Montagna, in provincia di Verona. Nel primo tratto utilizza la funivia Prada-Costabella con fermata intermedia a Ortigaretta-Baito Mondini Turri (attiva da aprile a fine ottobre).
Partenza e arrivo: Prada Alta. Si raggiunge da Verona (49 km) seguendo l’autostrada del Brennero fino al casello di Affi; quindi la SP 29 per Caprino Veronese e Prada.
Lunghezza: 8.4 km Dislivello: 590 m. in discesa Tempo di percorrenza: 2 ore e 40 minuti Segnavia: 51 (dal Baito Turri alle Due Pozze) – 43 (dalle Due Pozze a Prada) Condizioni del percorso: strade a fondo naturale, di servizio alle malghe. Difficoltà: turistico. Quando andare: primavera e autunno. Giugno è il mese più propizio.
La buona tavola e il buon riposo: Malga Pralongo Alto, loc. Pralongo 24, 352.0677554 (situata lungo l’itinerario è un punto panoramico eccezionale sul lago; dal 2025 ha una nuova gestione, basata sulla cucina di carne di angus da allevamento del luogo; verificare prima l’apertura e prenotare).
Rifugio Mondini – Baito Turri, loc. Ortigaretta (alla stazione intermedia della funivia), 331.3566824 (ideale per un caffé prima di iniziare l’itinerario o per procurarsi panini per una colazione al sacco, ma offre pure piatti pronti; aperto tutti i giorni dalle 10 alle 16.45).
Questo itinerario è dedicato a Eugenio Turri, geografo, uomo probo e amico.
©albanomarcarini2026 (testi,disegni,cartografia, foto)

1. Prada, oggi modesto centro di villeggiatura, è stato il tradizionale pascolo estivo degli abitanti di Brenzone. In occasione della festa di S. Michele, il 29 settembre, vi si rinnova la tradizionale Fiera del bestiame celebrando la discesa delle mandrie dagli alpeggi.
La funivia per Costabella vince un dislivello di 500 metri e permette di godere di uno dei più splendidi e ampi panorami delle Prealpi. Difatti, oltre lo specchio del lago, di sorprendente ampiezza, si delinea l’arco dei rilievi che dalle Prealpi Bresciane, alle Giudicarie, all’Adamello, alla Presanella e al Cevedale, si chiude a nord con il nevoso massiccio del Bernina. Si scende alla stazione intermedia, presso il rifugio Mondini (alt. 1550), a cui è stata accostata nel 2013 l’intitolazione a Eugenio Turri, geografo ed emerito conoscitore del Baldo. Dopo un eventuale ristoro si può iniziare l’escursione al cospetto, da un lato del panorama appena descritto, e dall’altro della lunga e spoglia dorsale erbosa della montagna che risale fino alla Punta del Telegrafo (alt. 2200). È mirabile la descrizione che nel 1566 lasciò il botanico Francesco Calzolari: «Qui si trovano praterie di minutissime herbe verdi, tanto che quasi nere paiono, dipinte tutte di mille varietà di fiori e quali, da nissun sasso o sterpo occupate, e di maniera morbide, che avegna che siano dalli armenti tutto il dì pascolate, rimettendo la notte quanto di herba hanno il giorno perduto, la mattina si veggiono fiorite et intatte, et senza servar vestigia alcuna di pastura più vagliono assai di molte che sono da siepe ò muro in delittiosi giardini custodite».
Si segue in discesa la strada sterrata di accesso al rifugio che gira sotto la cabinovia raggiungendo la baita Ortigaretta (alt. 1497). Quindi si supera un primo avvallamento coperto dai più alti e resistenti esemplari di faggio. Le depressioni circolari dei pascoli, corrispondenti alle doline carsiche, sono occupate dalle pozze d’acqua per il bestiame. Ci si potrebbe chiedere come mai in queste cavità l’acqua non filtri tutta nel sottosuolo. In realtà le pozze sono bacini artificiali, creati dagli allevatori con un fondo in argilla pressata, in modo da renderli impermeabili. Di forma circolare non sono profondi più di 50 centimetri. Sul monte Baldo sono gli unici ambienti acquatici in quota, a causa della natura carsica della roccia, permettendo la vita rane e tritoni e a insetti come i coleotteri acquatici o le libellule.
2. La larga pista battuta prosegue verso sud e giunge a un bivio, poco prima della ben visibile Malga Ortigara. Prima di proseguire a destra, sulla strada che arriva alla malga, si può fare una breve deviazione a sinistra fino alla piccola e diruta chiesa della Madonna della Neve (alt. 1438), datata 1663, eretta dai marchesi Carlotti qui rifugiatisi per sfuggire alla peste del 1630. Avevano costruito in fretta e furia una palazzina e vi si erano ritirati con la servitù, con abbondanti provviste e sufficiente legna da ardere. Vi trascorsero due anni, inverni compresi, e sopravvissero a un’epidemia che a Verona, su 53.000 abitanti, fece ben 32.000 vittime. Nel vicino abitato di S. Zeno di Montagna si usò invece un altro singolare espediente. Si tramanda che il sacerdote del paese si nascose in una grande cisterna assieme agli abitanti più devoti. Insieme attesero la conclusione dell’epidemia verificando giornalmente la situazione esponendo all’aria un tozzo di pane che, se anneriva, indicava il persistere del contagio.
Ma torniamo alla Malga Ortigara, la cui relativa ‘giovane’ età (inizi del XX sec.) non corrisponde pienamente alla tipologia delle originarie malghe baldensi come quella che osserveremo più avanti, a Pralongo. Infatti è a pianta quadrata e si sviluppa su un solo piano. Inoltre ha la stalla isolata sul pascolo. Il baito è l’edificio principale ma è solo una parte dell’alpeggio che si compone dei pascoli, delimitati da muretti in pietra a secco, da pozze per abbeverare il bestiame, da orti, sentieri e anche da grandi alberi isolati che procurano ombra agli animali. Con i suoi 271 ettari di superficie, l’Ortigara è la malga più estesa del monte Baldo e, forse, di tutto il Veneto.
I pascoli del Baldo sono il frutto di un plurisecolare diboscamento e spietramento e a seconda dello strato terroso variano in qualità. Si consideri che un tempo i boschi erano dominanti come confermato anche dall’etimo “Baldo” che deriva dal termine tedesco “wald” (bosco). I pascoli pingui si sviluppano su terreni profondi con erbe nutritive, molto apprezzate dal bestiame. La riduzione dei carichi di bestiame rispetto al passato, rende oggi molto fragile l’equilibrio ecologico del pascolo, favorendo l’immissione di specie invasive, erbacee e arbustive, alla lunga predominanti. Inoltre il pascolamento brado, invalso negli ultimi tempi, contribuisce al degrado dei pascoli poiché gli animali, privilegiando soprattutto le erbe più saporite, esercitano una selezione che favorisce la diffusione delle specie meno appetite. Tipica fioritura dei prati pingui del Baldo è il Poligono bistorta, pianta alta da 30 a 80 centimetri, molto vistosa anche in estate per la sua infiorescenza roseo-violacea. Ma tutti i pascoli durante la primavera si tingono del giallo dei ranuncoli e dell’azzurro dei nontiscordar di me. Molto vistosi i robusti steli fioriti di giallo del verbasco alpino che arrivano fino a un metro d’altezza.

3. Ripreso il cammino principale (segnavia 51), dopo la malga, si entra nella faggeta di Ortigara, la più vasta, florida e bella del monte Baldo, con esemplari secolari di aspetto maestoso, abituati a sfidare ogni offesa del tempo e delle stagioni. Dà spettacolo soprattutto in autunno quando la sua chioma, prima di spegnersi, passa dal giallo al rosso ramato e al rosso viola. Nel sottobosco si osservano vistose fioriture di aquilegia e di peonia selvatica. Il sinuoso percorso avvicina alcuni pianetti, di origine artificiale poiché erano utilizzati per la produzione di carbone di legna. Graffiando il terreno si troveranno ancora pietruzze o frammenti di legno anneriti dal fuoco. Più avanti si accosta la Spruga di Ortigara, una profonda dolina di sprofondamento.
4. Con un tracciato sostanzialmente pianeggiante si intercetta, presso una sbarra, la strada militare discendente dal crinale, e si arriva alle Due Pozze (alt. 1300), parcheggio e punto d’avvio di altri itinerari escursionistici. Rispettando la segnaletica si imbocca ora la ex-strada militare sterrata che, avendo come sfondo le Creste di Naole, scende verso Malga Pralungo Alta, alla quale si arriva grazie a una breve deviazione sulla sinistra. Tutta la conca prativa che stiamo percorrendo, originatasi dal riempimento detritico di una piccola faglia, è di pertinenza di questa malga.








5. Come molte altre malghe baldensi Pralungo Alto è in zona aperta e ventilata, dinanzi a uno straordinario punto panoramico sul Lago di Garda. Sia pur di origine ottocentesca riprende il modello canonico di un secolo precedente: forma allungata, stalla incassata nel pendio, soprastante “baito”, o “vela”. Questo è composto da tre locali principali: il “logo del late“ a partire dal fronte a valle, il “logo del fogo“ e la “casàra”. Nel primo si poneva a riposare il latte appena munto in recipienti detti “mastele”, per favorire l’affioramento del grasso; nel secondo si trova il camino a emiciclo per lavorare il latte (ma era pure ricovero del malgaro essendo riscaldato), mentre il terzo era destinato alla stagionatura dei formaggi. Un serie di finestrelle a feritoia favoriva l’areazione evitando un eccesso luce che avrebbe guastato il latte. Di questo vecchio edificio, utilizzato oggi come punto di ristoro, si colgono anche la semplice architettura e la scelta dei materiali: pietra calcarea locale che si immedesima perfettamente nel paesaggio, mentre all’interno, il “logo del latte” conserva ancora l’originaria pavimentazione in selciato con ciottoli bianchi. Alle spalle dell’edificio, dove si sono deposti strati di concime animale, crescono le ortiche, il tarassaco e gli spinaci di montagna.
Tornati sul percorso principale si prosegue nella discesa, in un ambiente di una bellezza quasi fatata, fra faggi secolari sui cui rami cantano pettirossi e fringuelli, pozze paludose come piccole officine di micronaturalità dove vive la rana alpina e l’ululone dal ventre giallo, radure prative dove spuntano in primavera anemoni, genziane, mughetti, crochi.
6. L’ultimo segmento in discesa del percorso, nella Val da Sacco, è molto ripido, sebbene la carrabile sia larga e selciata, e richiede un minimo di attenzione. Giunti sull’asfalto, piegando a destra dopo le prime case, si raggiunge in breve la strada provinciale, sulla quale, a destra, si perviene al parcheggio della funivia.
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