Itinerario pedonale nella parte occidentale dell’Isola d’Elba, nel comune di Marciana.
Secondo una guida della fine dell’Ottocento, il panorama che si gode da Monte Giove, la vetta più occidentale dell’Isola d’Elba, è uno dei migliori al mondo, «composto dell’Arcipelago toscano che le si aggruppa in giro in magnifico circuito». Usciti da Marciana, superata la soglia della Madonna del Monte di napoleonica memoria, la solitudine e la grandezza delle visuali impronteranno la memoria di ogni escursionista di fronte alle zattere galleggianti della Corsica e di gran parte delle isole dell’arcipelago toscano. Del granitico Monte Giove compiremo dapprima il periplo settentrionale e occidentale lungo la mulattiera che fino a un secolo costituiva da Marciana l’accesso pedonale ai villaggi della costa occidentale – Poggio, Chiessi e Pomonte – e quindi, spostandoci verso la dorsale del Monte Capanne – la vetta dell’Elba (alt. 1017) – raggiungeremo il valico della Tavola a 921 metri d’altitudine, culmine dell’itinerario, per poi fare ritorno a Marciana.
Si tratta di un’escursione di un certo impegno ma straordinariamente panoramica e ricca di aspetti botanici e faunistici. Spettacolare a maggio-giugno per le fioriture della macchia, sorprendente a ottobre-novembre per le colorazioni del paesaggio. Non di meno interessanti le forme fisiche dovute all’erosione della materia granitica e metamorfica che forma tutto il massiccio di Monte Capanne. L’agire instancabile dell’acqua e del vento, il clima e i raggi solari, l’aerosol marino sono tutti fattori che hanno plasmato nei millenni il paesaggio sommitale formando i ‘tafoni’, sorta di sculture naturali a cui la fantasia dell’uomo ha spesso associato significati magici. Masse rocciose compatte o fratturate che emergono dai multiformi aspetti della macchia mediterranea, talvolta arbustiva o cespugliosa, altre volte sparsa nei curiosi cuscini verdi della spinosa prunella, endemismo sardo-corso, curiosamente apprezzata dalle pecore e dalle capre che ne fanno giaciglio.
Itinerario pedonale nella parte occidentale dell’Isola d’Elba.
Partenza e arrivo: Marciana, a 24 km da Portoferraio, scalo marittimo per i traghetti o gli aliscafi provenienti da Piombino.
Lunghezza: 13 km
Dislivello: 740 metri.
Tempo di percorrenza: 5 ore
Segnavia: 103 da Marciana fino a Serraventosa, GTE Nord (Grande Traversata Elbana) da Serraventosa fino al bivio della Stretta, 110 dal bivio della Stretta a Marciana.
Condizioni del percorso: mulattiere e sentieri, ma impegnativo per la lunghezza e per alcuni tratti di salita su terreno accidentato.
Periodo consigliato: da settembre a maggio, sconsigliato in estate.
Dove mangiare: nessun ristoro sul percorso, fare provviste a Marciana; buone sorgenti alla Madonna del Monte e a Bollero.
Info: di grande utilità la consultazione dei siti web https://www.islepark.it/rete-sentieristica/ e https://www.caielba.it/
Indirizzi utili: Centro visite Parco nazionale Arcipelago Toscano a Marciana, Antica Fortezza Pisana, 0565.940110-348.7039374. Orari di apertura: 30/3 a 15/6 e 1/10 a 31/10: venerdì 15-18 (10-13 solo ottobre), sabato 10-13 e 15-18, domenica 10.30-13, lunedì 10-13. Dal 16/6 a 30/9: lunedì e martedì 10-13, mercoledì 10-13 e 16-19, venerdì 16-19, sabato 10-13 e 16-19, domenica 10-13.
©albanomarcarini2026
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1. Marciana, a 375 metri sopra il livello del mare, respira già un’atmosfera propria dell’ambiente montano più che marinaro, al quale è preposto invece il borgo costiero. La Fortezza Pisana con i suoi possenti quattro torrioni, guarda dall’alto l’insieme del caseggiato e dei vicoli tracciati dalle ombre e dalle luci. Assieme a quella del Volterraio è la più significativa opera di difesa messa in atto da Pisa durante il suo dominio sull’isola nell’XI e XII sec. Dopo un’eventuale preludio nel Centro Visite del Parco nazionale dell’Arcipelago Toscano, ospitato nella fortezza, dove vari dispositivi didattici mostrano la biodiversità della zona protetta si può intraprendere, seguendo per poche decine di metri la strada d’accesso, il sentiero 103 con l’indicazione Madonna del Monte. Si tratta di un percorso storico e religioso. La larga mulattiera lastricata, costeggiata dalle cappellette della Via Crucis, taglia d’infilata la costa del monte fra enormi piante di castagno e di pino domestico. A un primo vertice ai avvicinano i ruderi della cappella di S. Antonio e si incrocia la Via ai Monti, diretta al vicino campo sportivo. Le modeste edicole sacre con la loro numerazione progressiva scandiscono la distanza con la prima meta. Man mano che si sale si lasciano altri percorsi segnalati, fra cui il 110 dal quale si farà ritorno. Alle spalle, man mano che si sale, la veduta si apre sul golfo di Marciana
2. La chiesa della Madonna del Monte si trova a 627 metri d’altezza a fianco della dimora che fu saltuariamente abitata da Napoleone durante la sua permanenza sull’isola, fra il 4 maggio 1814 e il 26 febbraio 1815. La lapide che ricorda l’evento, posata dal municipio di Marciana nel 1863, è una mirabile sintesi della sua imperitura gloria: Napoleone I, vinti gli imperi / i Regi resi vassalli / dai rutenici geli soprappreso / non vinto dalle armi / in questo eremo / per lui trasformato in reggia / abitava dal 23 agosto al 14 settembre 1814 / e ritemprato il genio immortale / di qui slanciossi a meravigliare / di sè novellamente il mondo». Si dice che l’imperatore qui ricevette la furtiva visita dell’amante polacca Maria Walevska.L’edificio religioso sorge sul luogo di un eremo, uno dei tanti presenti agli albori della cristianità sulle isole toscane. Conserva ex-voto di espressione popolare. La facciata è rivolta verso un’esedra monumentale, del 1690, da cui sgorgano freschi getti d’acqua. Ora il percorso è più agevole. Sull’orizzonte marino si staglia il profilo della Capraia mentre gli alberi, ormai rarefatti, lasciano spazio alla macchia con dominanza di cisto marino e ginestra dei carbonai.
3. Il successivo riferimento topografico è il bivio (alt. 634), da cui con una breve diversione a destra (103B), si raggiunge il masso detto ‘dell’Aquila’, legato ad altre rimembranze napoleoniche. ‘Cote’, masso, tavola o pietra sono i nomi con cui gli isolani hanno identificato, e in molti casi personalizzato, queste sculture naturali. Ora, sul Tirreno si arriva a distinguere, nelle belle giornate, anche Gorgona e la più vicina Corsica. Si procede sempre sul versante settentrionale di Monte Giove per giungere al suo principale contrafforte, detto Serraventosa (alt. 620), altro crocevia di sentieri: a sinistra, per 300 metri, verso una sorgente; a destra verso il cippo che ricorda un pastore di Marciana, proprietario di un caprile (vedi box). Sono ovviamente deviazioni facoltative, perché il nostro itinerario prosegue oltre e cambia decisamente orientamento, affacciandosi a grande altezza sul braccio di mare compreso fra Capo Sant’Andrea e Punta Polveraia. Sono lecci e ontani, ma anche corbezzoli e altre pianticelle tipiche della macchia. Il quadro vegetale emula scenari fantastici con l’intreccio dei rami, il proliferare dei muschi e dei rampicanti, lo sgocciolare di un ruscello come il Fosso del Castagnolo, presso la località Bollero (alt 556). Questo discontinuo corso d’acqua forma il vallone, percorso dal sentiero 177, che giunge al mare presso il Mortaio.
4. Al Bollero ci sono un’area di sosta e una fonte. Ora il nostro cammino si stringe attorno alla vegetazione e prende quota. A lastroni di granito si succedono ruvidi massi interposti al sentiero che, a volte, sembra chiudersi di fronte all’esuberanza dei sempreverde.
5. Si guadagna una sommità al Troppolo (alt. 690), la prominenza più occidentale della lunga dorsale di Monte Capanne. Pian piano dinanzi agli occhi si disvela la parte sud-occidentale della costa elbana. Al Troppolo il sentiero 125 scende a Chessi, mentre un segnavia indica che al termine della nostra escursione, a Marciana, mancano 3 ore e 40’.
6. Proseguendo sempre in costa invece, ci si imbatte, su una deviazione a sinistra che porta in breve alle informi rovine della chiesa di S. Frediano. La si ritiene distrutta in tempi remoti, similmente alla non lontana e visibile chiesa di S.Bartolomeo, durante le incursioni piratesche saracene. S. Frediano è protettore delle attività agricole, il cui culto pare sia stato introdotto dai Longobardi nel VIII secolo, è riporta alle scomparse coltivazioni di grano che si estendevano su questo inospitale versante. Si suppone anche che questo fosse il sito originario del villaggio di Pomonte, oggi ubicato lungo la costa.

«Non c’è animale più dolce del muflone – scrisse Grazia Deledda – che è una specie di capra selvatica, ma più bello e agile della capra; e assolutamente innocuo». Il muflone vive in branchi sulle più alte pendici del Monte Capanne. Anche l’ignaro escursionista lo può sorprendere seminascosto fra i cespugli della macchia o vigilante sopra una nuda roccia. Infatti ha abitudini diurne in inverno per alimentarsi e scaldarsi al sole. In estate è più difficile scorgerlo poiché si tiene riparato dal caldo dedicandosi alla ruminazione. Si nutre di erbe, leguminose prative, fogliame, ghiande e prodotti del sottobosco ma lo si nota anche sotto le pareti rocciose per leccare il sale minerale. Ha doti di grande scalatore e fugge di gran carriera se si trova in pericolo o è disturbato. Il suo elegante aspetto, con le corna a spirale e il mantello bruno-rossastro, lo pone al vertice fra gli ovini. Purtroppo anche questo splendido animale necessita di protezione sia per la progressiva riduzione del suo habitat naturale, sia per la caccia illegale tuttora in atto in diverse regioni italiane. Nel caso dell’Isola d’Elba poi, sembra che l’aumento incontrollato della sua popolazione abbia provocato danni all’equilibrio degli ecosistemi locali tanto da prevedere il loro trasferimento nelle regioni da cui è originario, Sardegna e Corsica. Si consideri infatti che il muflone era stato introdotto negli ultimi decenni del secolo scorso all’Elba per scopi venatorie e viene dunque considerata specie alloctona. La Sardegna è una delle sue roccaforti storiche. Qui sono state istituite riserve dove la specie può vivere e riprodursi senza rischi e pericoli.
7. Mantenendoci sulla traccia principale e grossomodo alla medesima altezza si arriva ad una altra prominenza: la Terra (alt. 590) dove si lascia a destra il segnavia 103, finora rispettato, e si punta a sinistra sul più accidentato sentiero proseguimento della Grande Traversata Elbana. Rimonta la linea di crinale con una certa acclività fra massi di granito e cespugli di macchia che nascondono diversi caprili. Si punta verso l’altura della Tabella. Dalla gariga, cosparsa di eriche, cisti e di pungenti cuscini di prunella, emergono i blocchi di granito, sorta di magiche figure di pietra che alimentano leggende. Le piogge e il vento hanno lavorato la materia fino a forarla: in certe cavità si poteva trovare rifugio dalle intemperie, spesso frequenti in questa parte dell’isola. Oggi sono visitate dai mufloni, come riparate tane. Al botanico non saranno sfuggite l’endemica viola dell’Elba (Viola corsica ilvensis) o uno strano salice dal portamento cespuglioso: il salice atro-cinereo (Salix atro-cinerea).
8. Lungo la salita ci si imbatte in una targa e in un relitto metallico. Ricordano la tragedia aerea avvenuta il 14 ottobre 1960. A causa di cattive condizioni meteo l’aereo De Havilland DH 114 Heron della compagnia Itavia in rotta da Roma a Genova si schiantò sul declivio tra il Monte di Cote e La Tabella. In assenza di comunicazioni radio, il relitto dell’aereo, che in un primo tempo si credette inabissato in mare, fu ritrovato casualmente dopo 10 giorni da un contadino della zona. Degli 11 occupanti dell’aereo nessuno fu ritrovato in vita. Il sentiero sfila sotto lo sprone roccioso della Tavola, ambiente ideale del muflone, i cui escrementi si notano sulle rocce del sentiero.
9. Il culmine della salita (alt. 921) corrisponde a un sella della dorsale di Monte Capanne, fra le due anticime della Tabella e della Tavola. Qui si diparte il difficile sentiero che, in un’ora porta sul Monte Capanne, individuabile dalle antenne che ne coronano la vetta. Grazie a questo svalicamento ci si riaffaccia al versante di Marciana, scendendo con una ripida serie di tornanti, detti non a caso ‘Le Zete’. Questo è il vallone, più umido, di Pedalta. Si perde rapidamente quota e di nuovo, dinanzi, si nota la vetta di Monte Giove del quale ora seguiremo il versante occidentale lasciando però prima il proseguimento della GTE Nord.
10. Difatti l’itinerario segue ora il segnavia 110. Il sentiero si consolida, passando accanto al pitone della Stretta, mentre la nostra destinazione sembra ormai avvicinarsi. Fra i cespugli della macchia compare anche il cosiddetto ‘patello’ (in termini scientifici si conosce come Daphne gnidium), una pianticella velenosa che gli elbani utilizzavano, dopo averla sminuzzata, per tramortire i pesci nei torrenti. Quando compare la pineta significa che il sentiero è ormai in prossimità della congiunzione con il sentiero per la Madonna del Monte, percorso in precedenza. Impegnandolo verso destra si torna in breve a Marciana.





IL CAPRILE

Il caprile è una dimora pastorale temporanea diffusa nella parte occidentale dell’Isola d’Elba. Fin dal primo millennio a.C. nell’isola si praticava la pastorizia e le popolazioni di molti piccoli villaggi si occupavano di questa attività producendo latticini e tessuti. Il caprile era costituito da un recinto di forma circolare in muratura a secco, alto 60-70 cm, dove si radunavano le greggi, e dal domolito o grottino dove si procedeva alla preparazione di ricotte e formaggi fornendo pure un riparo al pastore in caso di maltempo. Anch’esso in muro a secco, aveva una sezione circolare con una piccola porta e di una finestrella sul lato meno battuto dal vento. Il domolito era coperto da una falsa cupola fatta da giri di pietre via via aggettanti verso l’interno, simili alle medesime strutture conosciute in certe zone della Spagna, della Provenza o della Dalmazia. Talvolta accanto al domolito si trovava il grigolo, ovvero una piccola costruzione, pure in pietra, dove venivano isolati i capretti per lo svezzamento. Attualmente nell’entroterra elbano si contano almeno una cinquantina di caprili, censiti ma non più utilizzati.



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