Itinerario pedonale sui pascoli dei comuni di Velo e di Roverè Veronesi, nei Monti Lessini. Questo itinerario è dedicato a Eugenio Turri, uomo probo, geografo, scrittore e amico.
Una serrata sequenza di strade risale da sud a nord il margine della pianura veronese verso la montagna. Rispettano una morfologia ripetitiva fatta da un’alternanza di lunghe dorsali e altrettante lunghe vallate, o ‘vaj’ come si chiamano localmente. Ma occorre coprire parecchi chilometri prima che dalle basse altitudini si passi a orizzonti elevati, da vera montagna. Nel suo complesso l’area forma una specie di trapezio che più ristretta a settentrione si abbassa e si dilata verso la pianura. Questa fitta rete di vie di comunicazione ha favorito gli insediamenti, allungati nei fondovalle, agglomerati sulle colline fra vigne e boschi, episodici in altura dov’è il dominio dei pascoli e delle malghe. I Monti Lessini sono un vasto altopiano verdeggiante e variamente ondulato, originato dal sollevamento, in epoche geologiche, di una compatta zolla sedimentaria. Vi predominano rocce calcaree, spesso stratificate e ricchissime di reperti fossili tanto da fornire una precisa cronistoria sulla deposizione degli strati sedimentari. Una pietra particolare è il ‘lastame’, scaglie di calcare stratificato della quale l’uomo ha fatto uso costante e ubiquitario: nelle abitazioni sia nella copertura sia nell’orditura interna, nelle decorazioni, nei confini di proprietà e nelle bordure delle strade, nelle malghe sui pascoli. Un uso così intenso da divenire un segno distintivo e caratterizzante del paesaggio.
Questo itinerario pedonale si sviluppa in un settore ‘alto’ dei Lessini, compreso fra il Vajo di Squaranto a ovest e il Progno d’Illasi a est (‘progno’ è sinonimo di torrente), a un’altitudine media di 1300 metri, nei comuni di Velo e di Roverè veronesi. Pascoli e alpeggi estivi si estendono al di sopra del limite del bosco, morbide ondulazioni lasciano aperte visuali verso orizzonti lontani, fino alla pianura e alle montagne vicentine delle Piccole Dolomiti. Si consideri che i Lessini possiedono gli alpeggi con il più alto indice di carico di bestiame dell’intero arco prealpino. Sarà un largo anello con partenza e arrivo a Camposilvano, piccola località di turismo di prossimità, con la singolare risalita della Valle delle Sfingi, così detta per la presenza di singolari monoliti di roccia calcarea fortemente stratificati e assimilabili a forme animali.


Itinerario pedonale sui pascoli dei comuni di Velo e di Roverè Veronesi, nei Monti Lessini.
Partenza e arrivo. Camposilvano, frazione di Velo Veronese. Si raggiunge da Verona (33 km) seguendo dapprima la SP 35 per Montorio e poi proseguire per Trezzolano, S. Rocco, Velo Veronese. Camposilvano si trova 4 km dopo il capoluogo.
Lunghezza: 9.3 km – Dislivello: 300 metri – Tempo di percorrenza: 3 ore
Condizioni del percorso: strade vicinali e campestri a fondo naturale, tratti di strade comunali asfaltate. Itinerario turistico (T), senza difficoltà, ma quasi sempre esposto al sole. fare provvista d’acqua alla partenza. Quando andare: primavera e autunno. Segnavia: frecce direzionali ma segnavia discontinuo.
La buona tavola e il buon riposo: Conca dei Parpari, loc. Conca dei Parpari, Roverè V., 328.2363094 (moderno ristorante turistico lungo la SP 6, con alloggio e buona cucina: gnocchi ‘sbatui’ di malga e ottimi dolci); Rifugio Dosso Alto, loc. Conca dei Parpari ( si raggiunge con una breve deviazione dall’itinerario), 045.7835955; Agriturismo Camposilvano Gaspari, Via Camposilvano 6, Camposilvano, 045.7835717; Rifugio San Carlo, Camposilvano, 045.7835961.
Info: Museo Geopalentologico di Camposilvano e Covolo, via Covolo 1, Camposilvano, 045.6516005, per orari di apertura vedi https://www.museocamposilvano.it (la visita del museo comprende quella del covolo). ©albanomarcarini2026
1. Lasciata l’auto al parcheggio di Camposilvano (alt. 1162) ci si dirige verso le abitazioni di questa contrada di Velo passando accanto a una grande ‘Casa per ferie’. Al successivo crocicchio si tende a destra verso il locale agriturismo. Una fontana consente di far scorta d’acqua in una zona particolarmente povera di questo elemento vitale. Prima di ripartire vale la pena ricordare che S. Carlo Borromeo visitò Camposilvano durante il suo viaggio per recarsi al Concilio di Trento. Difatti la locale chiesuola è a lui intitolata anche se non vi è più traccia della vera da pozzo sulla quale il santo poggiò la mano lasciandone l’impronta. Curiosamente la carovana del Borromeo si trovava a percorrere questa via montana, detta Via Cavallara o Via del Luxino (della quale rimane un segmento sopra il paese), invece della più agevole Valle dell’Adige, in quel periodo però infestata da ladri e malfattori.
2. Aggirato l’agriturismo ci si avvia per un sentiero erboso, superando i cancellini di custodia del bestiame. In estate gli animali, contenuti entro recinti elettrificati, si raggruppano negli anditi più ombrosi o vicine alle pozze d’acqua. Sono riserve d’acqua piovana, indispensabili per abbeverare il bestiame.
3. Dopo neppure dieci minuti di cammino si entra nella Valle delle Sfingi dallo straniante ambiente. Qua e là spiccano dal terreno, e fra gli alberi, grossi monoliti di calcare, fatti di lastre orizzontali accatastate l’una sull’altra. Si sono originati per l’erosione e la dissoluzione di strati di calcare rosso Ammonitico poggianti su strati di selce più erodibili, dando vita a forme colonnari. Presso una pozza d’acqua, posta nelle vicinanze, una croce ricorda il destino di una donna sbranata da un lupo nel 1657. Avvicinata la Malga Buse di sotto (il termine, dal dialettale ‘busa’, indicherebbe l’ubicazione entro un avvallamento), con la sua sequenza di finestre incorniciate e grigliate, si procede in lieve salita su uno stradello a fondo naturale.
4. Al culmine (alt. 1243) si incontra la trasversale Via Vaccara, antica via di comunicazione pastorale, delimitata da placche di lastrame, infisse nel terreno onde evitare che il bestiame sconfini nei pascoli adiacenti. Questa strada è citata fra le maggiori nel ‘Campion delle strade del Veronese’, fondamentale regesto viario,redatto nel 1589, sottoforma di ‘Via Vaccara’, «ad parparos ad confinia Lessinorum». Era utilizzata, prima del XVI sec. e addirittura da epoca romana, da greggi di pecore e poi da mandrie di bestiame. Partiva dalle prime propaggini collinari, presso Illasi, e proseguiva sulla dorsale fra il Progno di Mezzane e la Val d’Illasi salendo con gradualità con il conforto di croci e capitelli a segnare il cammino. Dopo quasi 30 chilometri e un dislivello di 1300 metri la via giungeva qui, nel suo tratto terminale. La si segue pertanto verso sinistra (segnavia Cai 253), in salita, su un fondo composto da nude placche di roccia, superando il limite della vegetazione arborea – faggeta soprattutto – qui collocato a circa 1300 metri d’altitudine.
5. Vinta una prima porzione di salita, dopo Malga Buse di sopra si giunge al bivio (alt. 1335) nei pressi della Croce dei Norderi. Molti toponimi della zona hanno derivazione alto tedesca – in questo caso ‘norder’, che “sta a nord” – per via della colonia germanica stanziatasi nel XIII sec., a Giazza, oggi riconosciuta come isola etnica cimbra. Si trascura la diramazione a destra e si prosegue con la vista della continua salita, dinanzi a noi, non a caso detta Dosso lungo, ovvero “El Langhèke” (“lanc(g)”, lungo e “ekke”, dosso), sempre per restare nel lessico cimbro. A destra la visuale si apre sulla dentellata cresta del gruppo del Carega. Si procede fra pascoli dolcemente modellati sulle groppe montuose, a volte delimitati dai muri in pietrame. Le pozze d’acqua corrispondono il più delle volte a doline naturali. Si intravedono a poca distanza altre malghe, quasi tutte rimodernate. Si pongono nei punti meglio ventilati per favorire l’aerazione dell’ambiente dove viene depositato il latte. La malga, o meglio il ‘baìto’ tradizionale, si divide in due parti: il ‘logo del latte’ e il ‘logo del fogo’. In quest’ultimo si sistemano i mandriani, un tempo attorno al focolare. Il latte appena munto si faceva ‘riposare’ di modo che la panna affiorasse spontaneamente; raccolta e lavorata a mano con zangole di legno provocava la separazione del burro dal latticello. Il burro era poi lavato con acqua fredda e modellato, mentre il latticello e il latte residuo servivano alla produzione di formaggi, cotti e lavorati in caldaie di rame.








6. Si raggiunge il culmine alla falde orientali, completamente spoglie di alberi, del M. Belloca (alt. 1434). La sua nudità ha alimentato leggende e saghe di esseri mostruosi. Sulla sommità vi è un punto, detto “rinstele”, dove «dove battendo con un piede sulla cotica erbosa, si sente un cupo rimbombo dovuto ad una grande cavità sottostante abitata dalla regina delle «fade». Da questo stanzone poi si diramano diverse gallerie che comunicano con tutti gli altri antri abitati dalle fade dei Lessini. Quando la luna rischiara la notte, narrano i vecchi che la regina lavi la sua bellissima veste e la stenda ad asciugare su di una fune tesa da un versante all’altro del vajo» (Aa.Vv, Le contrade di Velo Veronese, CTG, 1996). Secondo Alessandro Anderloni, storico di Velo, «le fade sono esseri misteriosi che abitano gli antri e le caverne della Lessinia dove sono state confinate da san Carlo Borromeo che le maledì al Concilio di Trento».
7. La strada, ora larga e carrabile, si abbassa verso la Croce dei Parpari (alt. 1392), dove incontra la strada provinciale 6. La stele, infissa sul pascolo, aveva probabile funzione confinaria e luogo di sosta durante le processioni propiziatorie. Non a caso questo era il punto terminale della citata Via Vaccara ed è pure il punto più a nord del nostro itinerario: ora si volge a sinistra tornando a ritroso lungo la strada asfaltata sempre accompagnati dalle ‘cioche’ (i campanacci) degli animali. Il terreno di ogni malga era misurato in ‘paghe’, unità di misura che identificava lo spazio necessario per alimentare una vacca da latte durante un anno.
8. In breve si raggiunge il piazzale della Conca dei Parpari (alt. 1397) con una chiesuola e un ristorante, punto di riferimento per la pratica dello sci di fondo invernale. Dopo un’eventuale pausa ristoratrice si riprende lasciando la provinciale per la diramazione di destra che si collega con il rifugio Dosso Alto, altro eventuale punto di ristoro. L’itinerario però non lo raggiunge: coperto infatti un altro tratto panoramico, si rispetta il segnavia che, a sinistra, manda verso la Malga Marian e la Contrada Gaspari, superando una sbarra.
9. La malga Marian (alt. 1382), a confermare la posizione ventilata, si trova sul colmo di un’altura, accanto alla sottostante pozza, spesso frequentata dalle mandrie. Superata la malga e iniziata la discesa si abbandona alla prima curva la strada, in questo punto asfaltata, e si piega a sinistra continuando la discesa su un viottolo fra i pascoli.
10. Dopo il primo tratto si arriva a un bivio a ’T’ (alt. 1310): si tiene a sinistra verso l’imboccatura di un piccolo ‘vajo’, ritornando nel contempo nella fascia alberata. In alto si scorge Contrada Roste che, se non troppo affaticati, vale la deviazione. Si tratta infatti di uno degli insediamenti pastorali più in quota degli interi Lessini e uno dei più antichi tuttora in uso, datato 1588 e ripreso nel 1791, sviluppato attorno a una corte con due edifici in forma a ‘L’. L’edificio principale, restaurato con grande cura, ospita eventi culturali e didattici oltre alla preparazione, in determinate occasioni, di burro e formaggi.
11. L’itinerario prosegue nella discesa e incontra Contrada Gaspari (alt. 1267), attestata dal 1588, a cui si accede per un sentiero, da sopra le case, ovvero lungo la vecchia strada comunale. Le abitazioni sono poste a schiera, ma una di esse risalta per via di tre larghe arcature (datate 1743) in conci di pietra che delimitano un portico e i locali un tempo adibiti a stalle per i cavalli. Gaspari infatti era la residenza di alcuni “cavallari”, preposti a trasportare merci da e per Verona, in particolare il ghiaccio prodotto nelle “giasare”, ambienti seminterrati dove lo si pressava e conservava. Fin dal 1349 gli Scaligeri, signori di Verona, imposero alle genti della Lessinia l’obbligo di portare il ghiaccio in città. Un foglietto in una bacheca ricorda che «fino agli anni ’60 le attività di ciascuna famiglia della contrada erano il taglio del fieno e del reguso (il secondo taglio) oltre all’allevamento di qualche animale».

12. Ripreso l’asfalto si scende all’altra contrada Masetto (alt. 1209), dove si distingue, sulla destra, una stalla con ingresso ad arco per il ricovero dei carrettieri e tipica conformazione a “tesa gotica”. Con questo termine si intende la speciale forma dell’edificio, ovvero una doppia inclinazione del tetto che genera un profilo spezzato, di cui il superiore più acuto dell’inferiore e in tal modo assimilabile alle architetture nordiche. Mentre i bordi sono definiti da placche di lastrame, la parte centrale, oggi coperta da lamiera, era in origine rivestita di paglia. Si ritiene che questa consuetudine costruttiva sia stata importata dai Cimbri, quando si stabilirono in Lessinia. Il percorso è gradevole, fra i prati, sul fondo di questo piccolo vajo. Se volete, al primo tornante dopo Masetto, si può lasciare la strada e proseguire diritto per sentiero, lungo una bordura che in meno di 5 minuti mette nella Contrada Funfi (alt. 1150); per gli studiosi questo toponimo deriverebbe dall’antico tedesco “funf” (cinque) o da “sumpf” (conca di prati umidi). Gli insediamenti sparsi, raggiunto qui un ambiente più campestre, aumentano di numero: in effetti, se vale l’etimo ‘funf’, Funfi sarebbe l’ultima delle cinque contrade di questa parte del comune di Roverè Veronese.

13. Subito dopo si arriva alle case di Contrada Fornider (alt. 1141), dove piegando a sinistra, si spunta sulla SP 13 che riporta a Camposilvano. Si può evitare l’asfalto attraversando la rotabile attuale al cartello del km 28 e proseguendo per sentiero, o meglio, per la ‘strada vecchia’,. Avanzando tempo e compatibilmente con gli orari di visita, si può completare l’itinerario con il Covolo di Camposilvano, una cavità naturale della profondità di 83 metri, situata a poca distanza dall’area del parcheggio e poco a monte del locale Museo Paleontologico. La cavità era un’enorme caverna sotterranea, fra le pareti di roccia Rosso Ammonitico, la cui volta superiore è crollata. Per il suo particolare tenore climatico, con un periodico deposito di ghiaccio, era usato dai contadini per la conservazione degli alimenti. Vuole la leggenda che Dante si sia ispirato a questo fenomeno per evocare nella Commedia il lago ghiacciato del Cocito.

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