Il Piambello, belvedere varesotto

Itinerario in mountain-bike fra la Valganna e la Valceresio, nel Varesotto.

Punto di partenza: Ganna. In bicicletta da Varese sono 11 km lungo la ex-S.S. 233. Punto di arrivo: Porto Ceresio. Per fare ritorno a Ganna ci sono due soluzioni: la prima è di costeggiare il Lago di Lugano fino a Lavena e quindi imboccare la pista ciclabile dell’ex-ferrovia elettrica (https://sentieridautore.it/2016/04/07/birra-risotti-santi-e-vecchi-tram-in-valganna) in direzione di Ghirla e Ganna (consigliabile!); la seconda è di raggiungere Induno Olona e quindi deviare a destra verso la strada della Valganna che riporta a Ganna (sconsigliata per via del traffico!).

Lunghezza. 23.9 km. Dislivello: 670 metri. Note tecniche: ex-strada militare sterrata. Pendenza media della salita: 9.7%. In discesa alcuni tratti richiedono molta cautela per via del fondo sconnesso, gobbe e radici. Nel complesso è consigliabile a bikers allenati ed esperti. La buona tavola: Trattoria Taboga, via Chini 11, Boarezzo, 0332.719600.

Pubblicato su Il Corriere della Sera dell’08.01.2001. Itinerario non aggiornato.

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La traccia gps e altre immagini di questo itinerario sono disponibili su GARMIN ADVENTURES al seguente indirizzo:

http://adventures.garmin.com/en-US/by/marcarini/in-mtb-al-monte-piambello/#.V46gHleKtTs

L’itinerario prende avvio a Ganna, piccola località della valle omonima, nota anche per la sua badia (vedi https://sentieridautore.it/2016/06/16/sui-sentieri-di-san-gemolo/).  Nel 1904 la vallata fu valorizzata con la costruzione della tramvia elettrica Varese – Ghirla di cui restano, in bello stile floreale, alcune stazioni. Sportivi milanesi e varesini furono attratti dai laghetti di Ganna e Ghirla che, in inverno, ricoperti di un solido strato di ghiaccio, erano ideali palestre di pattinaggio. Sorsero sulle sponde club esclusivi, lindi villini, alberghi e pensioni oggi un po’ decadute. Usciti da Ganna verso Ponte Tresa si imbocca subito a destra la salita per Boarezzo. Dopo la prima rampa si lascia, a destra, la diramazione per l’Alpe Tedesco e si prosegue in salita.

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Boarezzo (alt. 740) è un paesino in bella posizione ed è preceduto, all’ultimo tornante, dalla Villa Chini, eretta all’inizio del Novecento dal più facoltoso personaggio locale, l’ingegner Giovanni Chini, proprietario di tutta la montagna «fin dove si vede» e di altro ancora, come ricordano nel villaggio. Il Chini era uno sculture con una particolare attitudine nel modellare il cemento; sue le decorazioni della  galleria della Stazione Centrale di Milano e della Stazione Marittima dei Ponte dei Mille a Genova. Dopo Boarezzo la strada, per ora sempre asfaltata, riprende a salire: si lasciano a sinistra la diramazione per Marzio e, un tornante più in alto, l’ingresso all’ex-Villaggio Alpino del Touring Club Italiano, una singolare iniziativa intrapresa negli anni Venti con l’intento di offrire una colonia estiva ai bimbi orfani di guerra. Belle faggete e qualche isolino di betulla accompagnano ore le rampe della strada militare, divenuta sterrata, con tanto di piazzole, tornanti e corrosi cippi chilometrici. È il momento di spingere a fondo.

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Boarezzo

La Linea Cadorna. Quali drammatici eventi bellici ebbero come teatro queste montagne che guardano il pacifico Canton Ticino ? Non temete, così come nel fortino nel Deserto dei Tartari di Buzzati, anche qui si attese un nemico che non arrivò mai. Si tratta di un complesso sistema difensivo che durante la Prima Guerra mondiale intendeva fronteggiare eventuali attacchi, qualora la Germania avesse violato la proverbiale neutralità della Svizzera. Ipotesi non del tutto remota visto che all’inizio della guerra le truppe del Kaiser avevano invaso senza alcun pudore il Belgio per aggirare le posizioni francesi sul Reno. Si chiamò Linea Cadorna, in omaggio al generale che l’aveva ideata, e si estese dalla Val d’Ossola fino alla Valtellina seguendo tutto il tortuoso confine fra Italia e Svizzera. Iniziata nel 1916 e conclusa nel giro di pochi mesi, l’opera fortificatoria trasformò queste montagne attrezzandole di strade mai esistite, rimodellando e forando le falde delle montagne, aprendo gallerie, cunicoli e caverne artificiali. Queste popolazioni che per secoli avevano vissuto lungo un confine tranquillo si trovarono d’improvviso di fronte all’angoscia di un’invasione e alla necessità di prestare la loro manodopera per il compimento e la vigilanza della linea armata. Quasi ventimila operai e 300 chilometri di strade, 400 di mulattiere, 25 mila metri quadrati di baraccamenti, 88 appostamenti per artiglierie, questi i dati che danno un’idea di cosa fosse la Linea Cadorna. Presidiata solo per pochi mesi da 9 divisioni all’inizio del conflitto, tutta questa immensa fatica fu lasciata ben presto all’abbandono. Un lavoro inutile che rivela ancora una volta, qualora ve ne fosse bisogno, di quanto siano assurde le guerre.

Giunti in cima al Piambello (alt. 1127), punto più elevato dell’itinerario, se l’atmosfera è pulita e la vegetazione poco sviluppata, si può godere di un’ampia veduta sul Lago di Lugano, dalle cui sponde eravamo partiti qualche ora fa. Degli oltre 5000 laghi delle Alpi, quello di Lugano è fra i più bizzarri per la sua forma a serpente che lo fa sembrare a un grande fiume che scorre su due antiche valli sommerse. Tutt’attorno alla cima del Piambello vi sono opere fortificate della Linea Cadorna. Per la sua posizione dominante questa vetta si colloca come un naturale baluardo rispetto al Ceresio. Qui, nelle viscere della montagna, fu ricavata una postazione di artiglieria su più livelli, puntata verso la Svizzera, con il relativo comando. Sul pianoro della vetta, raggiungibile mediante una breve deviazione dal sentiero, si apre un fortino con spalti e nicchie.

PiambelloDalla vetta si scende ora a stretti tornanti verso la Bocchetta dei Frati (alt. 948), dove, se si vuole facilitare l’escursione, è possibile scendere per rotabile a Cuasso. Se invece si vuole rispettare l’itinerario si deve puntare  verso la Bocchetta di Stivione (alt.869) aggirando da sud, il dosso (alt. 1002) che separa le due bocchette. In basso si nota il grosso e un po’ stonato complesso del sanatorio di Cuasso, costruito sul luogo di un romitorio. Ora, per raggiungere Cavagnano ci attende una ripida discesa su sentiero, dove ai meno esperti si consiglia di procedere macchina alla mano nei tratti più sconnessi.

VARIANTI. Dalla Bocchetta di Stivione è anche accorciare l’anello puntando verso Marzio e quindi, su asfalto scendere a Ghirla e per ciclabile, lungo la sponda occidentale del laghetto di Ghirla, raggiungere Ganna. Esiste anche una variante che dalla Bocchetta di Stivione scende a Cuasso al Monte affrontando una ripida e tecnica discesa da down-hill (consigliata solo agli esperti!).

Cavagnano è frazione di Cuasso al Monte. Questo comune deve una sua relativa notorietà al fatto che molte strade lombarde furono rivestite dalla pietra delle sue cave, il porfido o meglio il ‘granofiro rosato’ di Cuasso. Si tratta di una bella e solida roccia, prodotta dal surriscaldamento degli strati interni della crosta terrestre eruttata fuori dalla coltre di primordiali montagne, addirittura precedenti alle attuali Alpi, circa 270 milioni di anni fa. I minerali che la compongono sono gli stessi del granito: ortoclasio di colore rossastro, plagioclasio, biotite e quarzo.

Da Cavagnano seguendo la rotabile si scende a Cuasso al Piano e quindi, in fondovalle, si arriva a Porto Ceresio, termine della nostra escursione. Un paese che di volta in volta si è fatto chiamare Porto Codelago, Porto Morcote, Porto di Arcisate, infine Porto Ceresio è segno o di grande eclettismo o di gran confusione, ma sottolinea la sua importanza come scalo lacuale. Bisogna però tornare ai bei tempi in cui il lago era navigato da fumanti battelli a pale; sul ponte graziose signorine con ombrellino e veletta salutavano i villeggianti con ricamati fazzolettini bianchi. Gaudenti schiere di ‘touristi’ si beavano del paesaggio, confortati dai loro libricini di viaggio che del Ceresio sottolineavano i «continui bei contrasti fra fertili piagge e colline fastose di palazzuoli, di ville, di fioriti giardini, coi selvaggi burroni e le cigliate rupi che vi stanno appresso; tra le opache ombre lanciate dalle eccelse roccie e i vivissimi splendori ripercossi dall’onda diafana, tutto contribuisce a rendere questo luogo sommamente allettevole…» e così via in un abbandono di mielose romanticherie. Porto Ceresio (3014 abitanti, alt. 273) oggi è un tranquillo centro rivierasco del lago lontano dalle grandi strade, che sa di aver fatto il suo tempo come località turistica di prestigio. Non si dispera come altre cittadine lacustri. Queste, credendo di ringiovanire si sottopongono a tardive cure di bellezza che a volte recano più danno che beneficio. La decadenza, quando non diventa abbandono, è un pregio che si apprezza, così come l’onestà delle cose vere.

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Narra la leggenda che sul lago di Ganna, nel Varesotto, quando l’aurora tinge di rosa le nubi, bellissime ninfee emergono dall’acqua e si aprono alla delicata freschezza del nuovo giorno. Come d’incanto, da esse spuntano diafane figure velate danzanti sull’acqua. Sono le Ninfe, creature amorose che attirano i giovani cantando dolcissime melodie. Leggenda o realtà il piccolo lago di Ganna è solo una delle tante preziose perle incastonate nel magico paesaggio prealpino lombardo. Qui è stato inaugurato il 20 settembre 1998, il primo itinerario del Cammino dell’Alleanza (il primo dei 17 previsti se considerati in senso geografico, da nord a sud, lungo tutta la penisola). Poco più di 40 chilometri, da Porto Ceresio a Gavirate traversando vallate e montagne, partendo e arrivando sulle sponde di due grandi laghi (Ceresio e di Varese), toccandone un altro lungo via, ma molto più piccolo, quello di Ganna appunto.

Albano Marcarini, Il Sentiero dei tre laghi, Alleanza Assicurazioni, pag. 80, con foto, carte e acquerelli, formato: 11 x 16 cm, 6,00 € – Acquista

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