Al Passo del Vivione

Itinerario in bicicletta al Passo del Vivione (Prealpi Orobiche), versante della Val di Scalve.

Quando sulle vecchie carte topografiche militari si vede il segno di due piccoli martelli incrociati significa che lì c’è una miniera. Ebbene, se fate caso alla carta della Val di Scalve, nell’angolo nord-orientale della provincia di Bergamo, di questi segnetti ne troverete una quantità, come fossero castagne cadute da un albero. Da Schilpario in su tutta la montagna è crivellata da oscuri antri dove, per secoli, si sono estratti ferro, rame, barite. È la zona dove transita la strada provinciale, già statale, 294, diretta al Passo del Vivione, la nostra meta.

Vivione versante Scalve
La Val di Scalve dalla strada del passo

Spesso quando vogliamo caratterizzare una vallata chiusa da alte cerchie di monti e la sua popolazione, schiva e riservata, diciamo che l’isolamento è stato una delle cause principali. Così si dice della Val di Scalve, sbarrata dalla forra del Dezzo o chiusa dai potenti bastioni della Concarena da una parte, della Presolana dall’altra. Ma questo giudizio è spesso frettoloso e condizionato da come vediamo le cose oggi, con una rete stradale adatta alle auto e povera di alternative, specie in montagna. Non così in passato. Per esportare i minerali estratti, questa valle poteva contare su un sistema di sentieri e mulattiere notevolmente diversificato. Per accedere alla Val Camonica, ad esempio, essendo difficile il transito lungo la via naturale seguita dal torrente Dezzo, si conoscevano molti valichi alternativi: ben quattro nella zona compresa fra il vertice orientale della catena orobica e la Concarena, ovvero il Passo del Sellerino (2412 metri), il Passo del Vivione (1828 m), il Passo Zovetto (1819 m) e il Passo di Campelli (1892 m). E quello del Vivione non era certo il più frequentato, nonostante la minore altezza. Il Passo di Campelli aveva dalla sua una comunicazione più diretta fra la Val di Scalve e la media Val Camonica, presso Capo di Ponte, ed era battuto da una relativamente comoda mulattiera. Del passo Zovetto si diceva fosse la via più diretta fra Schilpario e Edolo. Questa fittezza di vie di comunicazione ci spiega anche la ragione per cui, con rapporti così frequenti, gli scalvini invadessero con i loro confini amministrativi anche una fetta di territorio al di là dello spartiacque fino a bagnarsi nelle acque dell’Allione, il torrente che mette nell’Oglio.

La vecchia mulattiera del Vivione, meno frequentata delle altre, oggi è persa fra il divenire del bosco e i depositi delle scorie minerarie. Secondo le vecchie mappe, saliva da Schilpario ai Fondi, più o meno con lo stesso percorso della strada attuale integrandosi alla più frequentata mulattiera dei Campelli; poi, dai Fondi, aggrediva di petto la pendice occidentale del Monte Colli, per guadagnare la conca di Malga Gaffione, ormai a poca distanza dal valico. Più problematica la discesa nella Valle dell’Allione, lunghissima e dai fianchi ripidi, vinta, nel primo tratto, sotto la Malga Vivione, da uno scabro e poco raccomandabile sentiero. Almeno, così ci fanno intendere le guide di fine Ottocento, soprattutto la preziosa Guida Itinerario delle Prealpi Bergamasche, pubblicata da Hoepli, per mano della Sezione di Bergamo del Club Alpino.

La rotabile che attraversa tutta la Val di Scalve, compreso il passaggio nella forra del Dezzo – la celebre Via Mala – fu costruita molto tardi rispetto ad altre strade orobiche, lo fu a partire dal 1867 e quasi un secolo dopo, per l’accresciuto traffico, ricevette il titolo di strada statale, con il numero ‘294’. Fra l’altro, il tratto che da Schilpario arriva al passo e scende in Val Paisco, risale alla prima guerra mondiale, in qualità di strada militare. Il motivo della sua costruzione stava nella mancanza, in questa linea arretrata del fronte, di percorsi di arroccamento che permettessero di spostare con celerità uomini e mezzi da una valle all’altra. Nel dopoguerra questa insperato patrimonio infrastrutturale fu ereditato dalle Amministrazioni Provinciali di Bergamo e Brescia intravedendone i futuri vantaggi turistici e migliorandone lo stato.

Nel 1930 Le ‘Vie d’Italia’, rivista del Touring Club, celebra la ‘risurrezione’ di tre strade montane: assieme a quelle del Gavia e del Crocedomini figura la strada del Vivione. Le foto che corredano l’articolo mostrano potenti automobili scoperte che affrontano con sicurezza, sopra uno spesso strato di ghiaia, la strada e i suoi tornanti sebbene poi, nella realtà, il cronista denunci lo scarso traffico che la percorre tanto che «nella parte più alta di essa cresce rigogliosamente l’erba e gli stradini, più che a gettar ghiaia devono pensare a difendere la massicciata dai verdi parassiti».

Ancora ai giorni nostri l’auto non è il mezzo più adatto per salire al Vivione. Nonostante le migliorie, i tratti dove la strada si stringe sono ancora tanti e due veicoli che s’incrociano hanno il loro bel daffare per venirne fuori. Meglio la moto, ancor di più la bici se si hanno le gambe. Il paesaggio poi è incantevole. Anche i relitti minerari sono stati, col tempo, metabolizzati nell’ambiente e un mefistofelico scenario di inumane sofferenze e di sfruttamento è stato lentamente rimosso. Sopravvive nei ricordi, nei musei della valle, nelle storie che qualcuno, riluttante, ancora a volte racconta. Erano una cinquantina le miniere, tutte situate attorno ai Fondi, dove la scorza della montagna è più porosa e facile a perforarsi. Le ‘bocche’ delle miniere stavano tutte fra i 1200 e i 2000 metri d’altezza. Sono pertugi dove sembra impossibile calarsi senza essere nani. Non a caso si impiegavano bambini per il trasporto del minerale. Un poco più evidenti i resti dei forni fusori, quando il minerale estratto veniva subito lavorato in loco per accrescere un minimo i vantaggi dell’economia valligiana.

Colere santuario
Il santuario di Colere sulla strada per il Vivione

Ma torniamo alla nostra strada. In basso, lungo il Dezzo, stupisce il contrasto fra il bosco di conifere e il soprastante, caotico ‘castello‘ di calcare della Bagossa. In alto, quando si lascia il fondovalle, è l’apertura d’orizzonte che lascia stupefatti: qui sono pascoli scoscesi, mari di pietre, conche d’acque salterelle, distese di mughi, ontani nani e rododendri, il circo glaciale della Valbona nella direzione del crinale orobico. La salita è dura, anche dal più ‘facile’ versante scalvino: fino ai Fondi è una passeggiata, poi è un calvario. I tornanti, che di solito spezzano l’ascesa, qui sono traditori e l’accentuano. Gli ignari che li affrontano con le mountain-bike dalle gomme grasse sono i primi a pagare lo sforzo. Ogni tanto, fra le posizioni da quasi ‘surplace’ dei meno dotati, si leva la leggerezza di uno ‘scalatore’ puro che sembra accarezzare l’asfalto. Solo quando la strada entra nella Val Gabbione, la pendenza s’addolcisce e si può ‘scalare’ il pignone posteriore per arrivare con una certo stile al valico, senza i segni inconfondibili della fatica. Il piccolo rifugio è un’oasi per il ciclista, a base di fette di strudel e buone tazze di thè. Spesso tira vento quassù. Sono le brezze che sanno di freddo e di neve, spinte dall’Adamello, la cui piramide, ora spicca come per incanto sull’orizzonte. La discesa, sul versante bresciano, è veloce, lunghissima (e anche rischiosa!), meglio tenere i freni ben stretti e il casco ben calcato sulla testa.

BOX – I sentieri storici della Val di Scalve

Le vallate orobiche sono tuttora ricche di sentieri e mulattiere di forte sostanza storica. Nonostante l’abbandono a favore di più comodi percorsi rotabili, l’antica rete viaria resta ancora oggi a testimonianza dell’intenso sistema di comunicazioni infra e oltre montano che pone qualche dubbio alle teorie che spesso consegnano questi luoghi all’isolamento e alla marginalità. La Val di Scalve, in particolare, possedeva un disegno viario molto articolato e ben differenziato nelle funzioni. Oltre alle principali mulattiere oltre orobiche, verso la Valtellina e verso la Valcamonica, esistevano percorsi interni, legati alla tradizionale transumanza del bestiame o al collegamento fra i vari abitati, e percorsi di arroccamento verso le numerosissime miniere della valle. Questi erano percorsi particolari, chiamati localmente ‘vie di strusì’, in gran parte selciate e tracciate per permettere la discesa veloce, ma controllata, delle slitte cariche del materiale estratto. Una variante di questa tipologia, con tracciati però molto più ripidi, era dato dalle piste di esbosco del legname: i tronchi venivano lanciati a grande velocità lungo la linea di massima pendenza di una discesa selciata. Ma, nella Val di Scalve, vi furono pure numerose opere stradali di carattere militare, relative alla Grande Guerra, precorritrici delle moderne rotabili, come appunto la strada del Vivione. Rispondevano a precisi requisiti: pendenze anche sentite, ma costanti; piazzuole di scambio in caso di provenienze da direzioni opposte; posizionamento riparato da eventuali tiri di artiglieria nemica; solida struttura in pietrame. Il Sentiero Alto, che unisce il Passo del Vivione con il Passo di Belviso, rientra in questa categoria di opere e lo si può ammirare ancora in tutta la sua bellezza, spesso al di sopra dei 2000 metri di quota.

La salita sulle due ruote

Passo del Vivione (Provincia di Bergamo, versante scalvino) – Partenza: Schilpario (1124 metri) – Arrivo: Passo del Vivione (1828 metri) – Distanza: 12,3 km – Dislivello: 704 metri -Pendenza media: 5,7%. Il valico è attraversato dalla strada provinciale 294 (ex-statale) mettendo in comunicazione la Val di Scalve con la Valcamonica.

Dove mangiare. Al Passo del Vivione: Rifugio Passo del Vivione, tel. 0346-55259. Lungo la salita: Ristorante Capriolo, Via Sopra Croce, tel. 0346.55085; Baracca Cimalbosco, tel. 328.3016639; Baita di S. Barbara, tel. 347.1564253.

Dove dormire. A Schilpario: Albergo Edelweiss, vai Padre Maj 43, tel. 0346.55077; Albergo Pineta, via Clusa 15, tel. 0346.55026; Albergo San Marco, frazione Pradella, tel. 0346.55024.

Indirizzi utili. Ufficio turistico di Schilpario, tel. 0346.55059; Comune di Schilpario, tel. 0346.55056; Museo e parco minerario A. Bonicelli, località I Fondi, tel. 333.6207167-347.8163286, www.minieraschilpario.it

Vivione.map.master flatPer salire al Vivione si possono scegliere due punti di partenza: Schilpario, come è illustrato nella cartina qui a fianco; oppure Dezzo di Scalve. La strada è sempre la stessa, la provinciale 294, buona e, nei giorni feriali, poco trafficata. Da Dezzo il percorso, fino al passo, è di 20,9 km con un dislivello di 1073 metri e una pendenza media del 5,1%. Salendo da questa località il ciclista incontra un primo tratto ‘duro’ di salita al 6-8% che si stempera dopo il bivio per Vilmaggiore. Da Barzesto a Schilpario si procede in falsopiano, addirittura con un chilometro in contropendenza, per poi guadagnare la conca del capoluogo scalvino. Da Schilpario la strada abbandona gli abitati e diventa una vera strada di valico, fra le abetaie, lungo lo spumeggiante corso del Dezzo, fra le piazzuole delle miniere. Il primo tratto è tranquillissimo; si sale veloci, volendo anche con il 52 sulla moltiplica anteriore. Dopo il cippo del km 29 il discorso cambia, di fronte a un primo muro che arriva al 10,6%. Vi farà subito capire a cosa state per andare incontro. Regolate il rapporto e misurate le vostre forze: ora non ci sarà tregua. Si sale costanti, ma per lunghi tratti bene all’ombra, fra il 7, l’8, il 9%. Strada stretta e una serie progressiva di tornanti, asfalto talvolta sconnesso. Giunti al bivio con la pista forestale dei Campelli, la strada cambia decisamente direzione: finora ha risalito la valle, ora torna sui suoi passi, ma ad una quota molto più elevata aggirando la scabra pendice del Monte Colli. Si continua costanti a salire per tre chilometri circa, pagando anche lo scotto dell’esposizione al sole ma con il consolante vantaggio della panoramicità. Quando si entra nella Val Gabbione, finalmente la strada spiana: qualche tratto in falsopiano e un ultima spinta finale che mette al Passo del Vivione e al suo rifugio. Ideale proseguire nella lunga discesa verso la Valcamonica per un anello passante per Capo di Ponte e Darfo-Boario Terme, da cui, riprendendo la strada per la Val di Scalve, lungo la celebre Via Mala si torna a Dezzo (o a Schilpario) da dove eravate partiti. Il Giro d’Italia è passato due volte dal Vivione: l’ultima, nel 2004, salendo dalla Valcamonica. Transitò primo Gilberto Simoni davanti a Stefano Garzelli.

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Un pensiero su “Al Passo del Vivione

  1. Con questa esauriente descrizione, bella come i tuoi acquerelli, ora sappiamo anche cosa attende il ciclista che si cimenti su queste strade in termini di fatica ma anche in termini di bellezza.
    Grazie.

    Mi piace

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