Ritrovarsi nella foresta… a Sassello

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Itinerario a piedi nella Foresta Demaniale della Deiva, nel comune savonese di Sassello.

“L’ultima mia proposta è questa: se volete trovarvi, perdetevi nella foresta” (Giorgio Caproni, Per le spicce).

Vicino a Sassello, nell’entroterra savonese, esiste una foresta dove provare questa sensazione pur senza smarrirsi davvero. È la Foresta demaniale della Deiva, estesa per 876 ettari attorno al Bric Rama (alt. 708), fra la valle dell’Erro a occidente e quella del Rio del Giovo a oriente. È una propaggine esterna del Parco del Beigua, la maggiore area protetta dell’Appennino ligure occidentale. Come spesso accade, molte riserve naturali sono l’eredità di originari possedimenti privati o di enti che ne hanno conservato l’integrità. In questo caso si tratta di un’area acquisita nel 1874 dal senatore sassellese Paolo Bigliati. Nell’arco di quindici anni ricostituì il patrimonio boschivo, fece costruire 40 chilometri di strade e sentieri, avviò il consolidamento delle pendici franosi con muri in pietra a secco. Il bosco era stato per secoli impoverito per la produzione di carbone vegetale, combustibile necessario per le ferriere della zona. Nel 1953 l’Azienda di Stato per le Foreste Demaniali arricchì ulteriormente il patrimonio forestale, mentre dal 1970 l’area è stata presa in gestione da Regione Liguria valorizzandola in senso turistico. Un Sentiero Natura compie il periplo della riserva fra orizzonti panoramici sempre diversi e con l’osservazione combinata di un numero elevato di specie arboree, come una sorta di giardino botanico naturale. Il sentiero è facile e non ha difficoltà di sorta, con un dislivello minimo e una lunghezza di 12.6 km. In inverno, con la neve, si pratica con le ciaspole. Inoltre lo si può seguire anche in mtb, sebbene non sia il mezzo più idoneo per l’osservazione naturalistica. L’itinerario offre anche l’occasione per un visita di Sassello. Il suo centro storico, d’impronta mercantile, ha caratteri d’ambiente che lo distinguono nel contesto del Savonese, anche per la sua posizione d’oltregiogo, vale a dire sul versante rivolto al Piemonte.


Itinerario a piedi nella Foresta Demaniale della Deiva, nel comune savonese di Sassello.

Partenza e arrivo: Casa del Parco, Sassello. La località di raggiunge da Savona (25 km) percorrendo la Via Aurelia fino ad Albisola e quindi la strada statale 334 ‘del Sassello’. 

Distanza: 12,6 km. Dislivello: 340 metri. Tempo di percorrenza: 4 ore. Condizioni del percorso: strada forestale a fondo naturale. Quando andare: in ogni stagione; in inverno è adatta alle ciaspole; percorribile anche in mtb. Segnavia: linea orizzontale gialla. La buona tavola: nessun punto di ristoro sul percorso;  a Sassello, Agriturismo F. Romano, Loc. Albergare 4, 019.724527, con alloggio.  Contatti utili: Parco del Beigua – Centro Visite di Sassello, Palazzo Gervino, via G.B. Badano 45,  019.724020 (aperto da luglio a settembre, il sabato e la domenica). 

© Albano Marcarini 2026. Pubblicato su Airone.



1. Lasciata alle spalle l’irruenza edilizia della riviera a ponente di Genova, colui che risale l’entroterra savonese si trova d’incanto, oltrepassato il Colle del Giovo Ligure, in un territorio solitario e boscoso, protetto dalla vista dell’arcano Monte Beigua. Le case e i villaggi si distanziano di chilometri fino a raggiungere, oltre lo spartiacque appenninico ma sempre in ambito ligure, l’abitato di Sassello. Di primo acchito non presenta lampi spettacolari, la sua bellezza è riposta nelle vie interne, adatte, come un tempo, a persone e animali, meno o per nulla alle automobili. La prima citazione di Salsole o Sassole risale a un diploma di Ottone I del 967. Nel tardo Medioevo chi si fosse aggirato fra queste selve avrebbe incontrato due abitati: la Bastia Soprana, già formata nel XII secolo; e la Bastia Sottana, voluta e fortificata dai Doria nel XV secolo. Quest’ultima è oggi l’elemento paesaggistico di maggiore pregio, sul colle che domina da nord-ovest l’abitato. Il centro storico conserva la struttura della ricostruzione seicentesca, seguita a ripetute devastanti incursioni delle truppe savoiarde quando il borgo, sotto Genova dal 1612, stava attraversando una felice congiuntura economica, basata sulla lavorazione del ferro (sono tuttora visibili i resti di antiche ferriere lungo la strada che scende dal Giovo) proveniente dall’isola d’Elba mediante il vicino scalo marittimo savonese. Le sette ferriere allora funzionanti diedero lavoro per quattro secoli a tutta la popolazione attiva di Sassello. Era una forma di organizzazione paleo-industriale, che poteva contare sulla disponibilità di carbone vegetale nei vastissimi boschi cedui e su copiose risorse idriche. La precoce fase industriale terminò improvvisamente nel 1858 quando Cavour fece chiudere le ferriere, complici la concorrenza vincente degli altiforni con l’uso del carbon fossile e l’abolizione del sistema protettivo che garantiva la loro produzione. Ad essa si sostituì nel Novecento una misurata vocazione turistica, come centro di villeggiatura estivo, con il pregio di non alterare vistosamente il disegno urbanistico. Osservando infatti le antiche mappe si constata come Sassello sia rimasta in sostanza quella che era. Tuttora molti edifici conservano la pietra a vista o sono ricoperti da un sottile intonaco colorato e decorato, i tetti dalle falde molto inclinate mantengono le tegole piatte, e lungo le vie si contendono lo spazio rustici palazzotti di stampo cittadino. Uno di questi ospita il Museo Perrando, polo culturale dell’ Oltregiogo, con sale dedicate alla paleontologia, alla storia medievale e ai beni della famiglia Perrando con una ricca biblioteca, un erbario, arredi, pregevoli dipinti. La solitaria chiesa di S. Giovanni Battista, sull’altura sopra l’abitato, ricorda il primitivo insediamento. Un’altra notevole chiesa, intitolata alla Concezione, si trova sulla piazza dove affaccia la casa comunale. Già edificio conventuale, risalente al XVI sec., ha un aspetto maestoso e una singolare copertura a capanna. Da citare, anche, la cappella di S. Michele, nella località Carta. Vuole la tradizione che, alla fine del VI sec., vi si sarebbe rifugiata la regina Teodolinda per sottrarsi alle persecuzioni dei Longobardi scismatici. Altre chiese, come quella intitolata alla Santissima Trinità, sono rivelatrici negli arredi, nei preziosi corredi sacri, nei dipinti, del felicissimo periodo storico vissuto da Sassello dopo il flagello delle guerre devastatrici. Inevitabile imbattersi a Sassello negli amaretti, specialità dolciaria. Fra i molti produttori spiccano i ‘Virginia’, marchio storico dal 1860, premiato nel corso di innumerevoli esposizioni commerciali. Per chi lo ignorasse sono deliziosi dolci morbidi di pasta di mandorle, incartati uno a uno. Dal centro di Sassello, percorrendo in auto per poche centinaia di metri la strada per Savona, si arriva alla diramazione a destra per la sede dei Carabinieri forestali, ovvero la Casa del Custode. 

Il Castello Bellavista
Panorama sulla Valle del Rio del Giovo
Casa contadina presso Sassello

2. Superato l’ingresso si trova il parcheggio da cui iniziare l’escursione a piedi. Un tabellone inquadra l’area e il cammino da compiere, poi ci si avvia nel fitto bosco, salendo per una larga strada forestale ad ampie curve. Alcuni bivi mandano a mete secondarie della foresta. Il nostro segnavia è una linea gialla orizzontale accanto alle destinazioni parziali: all’inizio ‘Anello Deiva – Castello’. 

3. Aggirato un poggio si arriva alla vista del Castello Bellavista, ibrido edificio ottocentesco, introdotto da un duplice filare di conifere. Fu la residenza della famiglia Bigliati, ex-proprietari della tenuta. La storia della foresta inizia però molto prima. Nel XIII sec. passò dai marchesi Ponzone ai Doria che la destinarono a riserva collettiva degli abitanti di Sassello. Questi ultimi avevano il diritto di utilizzare il legno per le necessità domestiche, poco cosa rispetto al prelievo di legname per la produzione di carbone, destinato alle ferriere. Oggi, attorno al dosso del castello, emerge il compatto abito forestale di abeti rossi ed abeti di Douglas. La loro regolare disposizione e la vetusta età evidenziano l’azione del rimboschimento ottocentesco. 

4. Subito dopo, a un bivio, si segue l’indicazione ‘Anello basso – Deiva (Passo Salmaceto)’. Inizia il percorso ad anello, dapprima lungo il versante orientale della foresta dove la copertura arborea è più rarefatta. Fra le rarità botaniche spicca la dafne odorosa. La si rinviene fra le rocce e i prati sassosi a causa del suo profumo intenso e dalla tinta rosa del fiore a quattro petali, simbolo del Parco del Beigua. Facile udire il picchiettio del picchio rosso maggiore, ma anche vedere il volo delle cince more e dei codibugnoli. Nei tratti rocciosi scoperti si notano, scogli di serpentino, bancate di marna e di arenaria. Qui allignano orchidee e piante amanti del clima caldo: roverella, erica arborea, sorbo montano, mentre i tronchi dei pini spuntano sparsi sulle scabre pendici della montagna. Lo sguardo si allarga verso il verde manto boschivo del Beigua, la cui vetta resta però nascosta, e la sottostante valle del Rio del Giovo con le case di Sassello. Ci si mantiene in lieve graduale salita aggirando i solchi vallivi che scendono dal Bric Rama e dalla Cima Deiva. Sul fondo, dinanzi a noi, un’altra cortina di alture corrisponde al crinale appenninico e ci impedisce la vista sul litorale ligure. Si notano anche le bordure della vecchia strada e i solidi muri in pietrame che la sostengono. 

5. Occorre camminare per quasi due ore per giungere al Passo Salmaceto (alt. 650): qui, in passato, transitava la mulattiera che univa Sassello con Pontinvrea, nella valle dell’Erro. Non seguiva il nostro tracciato: restava nella valle del Giovo fino a Badanie poi risaliva con un lungo diagonale il versante guadagnando il valico, da cui si dipartiva pure un percorso di cresta che metteva al Passo del Giovo e, oggi, all’Alta Via dei Monti Liguri. Ora, nella seconda parte dell’itinerario, si noterà subito un mutamento della vegetazione affacciandoci alla valle dell’Erro. Il bosco si farà più fitto, composto sia da conifere sia da latifoglie. Come è noto le prime hanno foglie a forma di ago (aghifoglie) e portano i semi all’interno di coni o pigne, mentre le seconde – qui diffuse con varie specie – hanno foglie larghe e producono fiori e frutti. In realtà l’abito forestale della Deiva è stato molto influenzato dall’uomo. Se fosse stato lasciato spontaneo avremmo ottenuto alberi di rovere ad alto fusto e, a quote superiori, faggi. Nelle forre più umide e profonde si sarebbero concentrato aceri montani, ornielli, carpini bianchi, pioppi. Sarebbero stati del tutto assenti, salvo isolate e limitate stazioni, le due specie di pino oggi prevalenti: il pino silvestre e il pino nero. Queste sono state introdotte circa due secoli fa per favorire il rimboschimento, ma un mutamento pure determinante si ebbe fin dal Medioevo con l’introduzione del castagno da frutto per l’alimentazione dei contadini e per la fornitura di legno. Al tempo stesso, proprio per la robustezza del legno, si sono a lungo sradicate le fustaie originarie di quercia, impiegate nei cantieri navali liguri. In realtà poi l’immissione di altre specie esotiche o la resistenza delle altre latifoglie ha generato boschi misti dove tutte le specie sono in competizione fra loro. Questo è il sostanza il paesaggio vegetale del versante orientale della foresta della Deiva che, in teoria, dovrebbe favorire la biodiversità. Nella realtà così non è poiché alcune specie, più produttive, tendono a prevaricare sulle altre penalizzando anche il sottobosco di arbusti, erbe e fiori. Per questa ragione l’attuale governo del bosco tende a un ritorno alle formazioni ‘climax’, vale a dire a ricostituire l’assetto vegetale originario da prevedere nell’arco di decenni, se non di secoli. 

6. Il largo e agevole sentiero si mantiene costantemente su un’altitudine media di 550 – 570 metri. Il panorama si amplia notevolmente fin verso l’acrocoro di rilievi che divide la valle dell’Erro da quella della Bormida di Spigno. Esaminando il terreno si notano escrementi e impronte di animali. Avendo fortuna si possono scorgere caprioli e cinghiali. La foresta è l’ habitat ideale per alcuni rapaci come il barbagianni, la civetta, il gufo comune. Si avverte il profumo intenso delle resinose e delle specie di macchia mediterranea. Nei punti più freschi, nell’incavo delle forre, si nota anche un particolare tipo di felce, ovvero l’Osmunda regalis, o ‘felce florida’, molto diffusa nelle zone umide della Toscana. Un tempo i suoi germogli erano consumati come cibo con un sapore vagamente assimilabile all’asparago. Strada facendo si trascurano diverse diramazioni: quelle a monte puntano verso Cima Deiva (alt. 707), quelle a valle; una a valle verso il Pian d’Erro, nel fondovalle. 

7. Un riferimento importante è la sella presso il Bric Caghetta (alt. 573), oltre la quale il percorso asseconda le pieghe della valle del Rio Giumenta per coprire l’ultimo tronco dell’itinerario. Giumenta, alla quale punta un sentiero verso valle, è pure il luogo dove l’Ente Parco ha restaurato un seccatoio per le castagne con una area attrezzata per la sosta. 

8. Oltrepassata un’ennesima altura, il percorso, ora più consolidato, scende con maggior pendenza al bivio dal quale ci eravamo avviati per l’Anello Basso e al pianoro del Castello Bellavista. Ripercorrendo a ritroso il cammino dell’andata, si torna, ammirando ancora una volta la rigogliosa fustaia, alla Casa del Custode e al parcheggio. 



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