Goro, ultima terra

Itinerario in bicicletta nel Delta del Po.

I grandi spazi del Delta del Po evocano le misure delle ‘terre estreme’: deserti, alte quote, steppe, tundre. Sono orizzonti immensi. Vanno incontro all’ infinito. A volte se ne resta turbati, si ha addosso un timore ancestrale come accade di fronte alle cose più grandi di noi, le cose che non sappiamo abbracciare con un solo sguardo, che comprendiamo a fatica. È un paesaggio che non ammette compromessi: si può accettare o respingere, amare o disprezzare a seconda di come ci si sente, della stagione o del tempo che farà. Sono lande sospese fra acqua e terra, e le terre sono state costruite dall’uomo solo nel corso degli ultimi trecento anni. La geografia si perde nello spazio e nel tempo: la linea di costa si è spostata di qualche chilometro dai tempi degli Estensi, di oltre una decina dal tempo degli Etruschi; i fiumi hanno vagato relitti e alla fine, alcuni rami, si sono persi nel nulla; le presenze storiche più antiche – come l’abbazia di Pomposa – sembrano apparizioni misteriose fra campagne nate ieri.

Goro faro
Il faro di Goro

Non è sempre un bel paesaggio. La bonifica è stata un’impresa talmente sovversiva da non ammettere concessioni all’estetica delle forme. Nulla che ricordi, pochi chilometri più lontano, i frutteti e i casali dell’ubertosa pianura ferrarese o i fitti riquadri del graticolato romano fra Imola e Faenza. Qui le partiture dei campi sono enormi, le alberature rarefatte, le case povere e dimesse, le strade sconcertanti nella loro linearità. Bisogna salire sugli argini del Po e puntare verso il mare per avere sensazioni nuove: i canneti della golena, le valli, gli scanni semisommersi, i casotti, le reti stese dei pescatori, le luci radenti e il vento sferzante che culla il volo degli uccelli. Delle sei lingue di terra del Delta, comprese fra la foce di Volano a sud e quella di Levante a nord, ho scelto la prima, la più bassa – fra Volano appunto e Goro – per inscrivere questo itinerario. Partenza e arrivo avvengono a Codigoro, capolinea della ferrovia proveniente da Ferrara. È una rincorsa verso il mare, verso il faro di Goro, estrema punta di terra incuneata nell’Adriatico. Sulla strada si rinvengono indizi di storia naturale: i cordoni dunali che ‘certificano’ della posizione delle antiche linee di costa, le valli palustri, i lembi delle boscaglie originarie. La visita sarà mediata dal peso delle trasformazioni: la regolazione dei rami del fiume; l’impresa delle bonifiche (tante, accostate fra loro in tempi diversi o anche ripetute negli stessi luoghi); il carattere dell’insediamento storico (Codigoro, Pomposa) e il tipo di economia che è nato su queste ‘terre di confine’.

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Partenza e arrivo: stazione di Codigoro delle Ferrovie dell’Emilia Romagna. È ammesso il trasporto biciclette fino ad un massimo di 5. Il costo è di 3,50 € ed ha 24 ore di validità. Per un numero superiore di biciclette è necessario chiedere l’autorizzazione all’azienda indicando il percorso, il giorno di utilizzo e il numero di biciclette da trasportare. L’itinerario attraversa il settore meridionale del Delta del Po, toccando Pomposa, il Bosco della Mesola, Goro e il braccio terminale del Po di Goro. Lunghezza: 81 km (andata e ritorno). Dislivello: insensibile. Condizioni del percorso: in prevalenza strade asfaltate, strade d’argine e piste ciclabili. Il percorso del ritorno avviene in parte su quello dell’andata. Non dimenticare un binocolo e, in estate, i rimedi contro le zanzare. Mezzo consigliato: bicicletta da turismo. Periodo consigliato: primavera, autunno. Dove mangiare. La meta dell’itinerario è il faro di Goro, dove si trova un inatteso quanto meritato ristorante (La Lanterna); indispensabile prenotare allo 0336.363322; il faro, infatti, si raggiunge solo tramite un traghetto che viene impiegato su richiesta. In alternativa, sempre sulla punta delle Bocche del Po di Goro, ma sulla sponda veneta, si trova un secondo ristorante: Bacucco, tel. 0426.88014. In ogni caso, una volta al faro, è bene valutare il tempo necessario per il ritorno tenendo conto degli orari di partenza degli ultimi treni utili. Dove dormire. La lunghezza dell’itinerario e le attrattive da vedere potrebbero consigliare un pernottamento e una divisione in due giorni di bicicletta. In tal caso si possono consigliare: a Codigoro/Pomposa: Locanda del Passo Pomposa, tel. 0533.719131, www.locandapassopomposa.com ; a Volano: Locanda Canneviè, via per Volano, presso l’Oasi omonima, tel. 0533.719103, www.cannevie.com ; a Bosco Mesola, Agriturismo Ca’ Laura, via Cristina 70, tel. 0533.794372. Indirizzi utili: Parco del Delta, via Buonafede 12, Comacchio, tel. 0533/314003, fax 0533.318007; Goro (Ufficio turistico: aperto in estate il sabato e la domenica), tel. 0533.993695; Codigoro (Ufficio turistico), via IV novembre 18, tel. 0533.729584; Pomposa (Ufficio turistico: aperto in estate), tel. 0533.719110; Corpo Forestale dello Stato (Stazione di Bosco Mesola), tel. 0533.794285 o 794028. Orari di visita. Giardino del Delta, località Gigliola, aperto tutti i giorni da marzo a ottobre dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 19, nei restanti mesi dell’anno solo il sabato e la domenica o su prenotazione telefonando al numero 0533-794386. Gran Bosco della Mesola, Corpo Forestale dello Stato – Ufficio di Punta Marina, tel. 0544.437398; le visite sono possibili in un’area dedicata al pubblico di circa 100 ettari, nella quale sono segnalati alcuni itinerari consigliati, con differenti tempi di percorrenza; aperto al pubblico nei giorni di martedì, venerdì, sabato e festivi nel periodo 1° marzo – 31 ottobre (escluso il giorno di Pasqua). La restante parte del bosco è preclusa alla visita, vale a dire le zone di Corte Ducale, Stradone Maestro, Taglio della Falce, Parco delle Duchesse, Stradone Mezzogiorno; in queste aree si effettuano visite guidate nel giorno di Pasquetta, il 25 aprile e il 1° maggio con partenza alle ore 10 dalla Casa delle Guardie) – www.corpoforestale.it – Per saperne di più: A. Marcarini, Natura d’acqua, Diabasis, Reggio E. 2006; Autori vari, Il Parco del Delta del Po, 5 voll., Spazio Libri, Ferrara; Autori vari, Fuori le mura (Antologia di paesaggi letterari della pianura ferrarese), Spazio Libri, Ferrara 1991.

Itinerario pubblicato su AMICOTRENO, aprile 1998. Aggiornato il 15.12.2009 e nel marzo 2016. Una descrizione più approfondita di questo itinerario si trova nella mia guida, NATURA D’ACQUA, Diabasis, Reggio E. 2006, 14 €.

garmin-basecamp-86La traccia GPS di questo itinerario è disponibile su GARMIN ADVENTURES all’indirizzo:

http://adventures.garmin.com/en-US/by/marcarini/goro-ultima-terra/#.VtwD-8cuG8s

L’itinerario muove dalla stazione di Codigoro (km 0, altezza 0.4) 1 seguendo le indicazioni per il centro città (via Papa Giovanni XXIII) fino a giungere alla centrale piazza Matteotti, riconfigurata in modo piuttosto incoerente durante il periodo di regime. Un più decoroso prospetto edilizio si gode lungo il Po di Volano, con il Palazzo del Vescovo di fattura veneta del Settecento. In epoca pre-etrusca, presso Codigoro, si situava la linea di costa dell’Adriatico. ‘Caput Gauri’ è il nome con cui si ricorda nel 1018 l’abitato. Si voleva sottolineare la sua posizione alla confluenza nel Po di Volano di un ramo minore del Po di Goro, conosciuto come ‘Gauro’.

Intorno all’anno Mille, Volano (per Codigoro e Pomposa) e Primaro (per Argenta) figurano come i bracci principali del Po. Nel 1152, con la rotta di Ficarolo, riprese vigore un ramo settentrionale, grossomodo orientato come l’attuale, detto Po delle Fornaci e avente foce fra Rosolina e Contarina, destinato in seguito ad avere la supremazia su tutti gli altri rami. A Serravalle si staccava da questo il Po di Ariano, che a Mesola si bipartiva nei rami di Goro e del Po dell’Abate. Fra il XIV e il XVI secolo, nonostante lo sforzo operato dagli Estensi nella bonifica (è databile fra il 1564 e il 1580 la realizzazione delle prime chiaviche, come Torre dell’Abate e Agrifoglio), gran parte dei territori a sud del Po Grande risultava occupata da lagune. L’avvio delle bonifiche e il monopolio veneziano sulle vie d’acqua fra Mantova e la laguna, sottintesero gli interessi gravitanti sul Delta con attriti e rivalità risolte a volte sul filo delle spade. Il ‘Taglio di Porto Viro’ nel 1604 fu un episodio esemplificativo. Sostenuto da Venezia per ragioni ambientali (rischio d’interramento della parte sud della Laguna Veneta a causa degli apporti alluvionali del Po di Fornaci che aveva già dato vita a un delta pronunciato) fu inutilmente avversato da Ferrara che vide così, con la modifica dei regimi idraulici, vanificare gran parte delle sue bonifiche. Dal ‘taglio’, orientato verso sud-est, originò il Delta moderno con il tracciamento verso est del Po di Venezia e dei bracci ausiliari di Tolle e di Goro con la loro rapida avanzata nel mare.

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Il delta a Pomposa

Si esce da Codigoro seguendo le indicazioni per Pomposa. Si superano diversi canali, poi la strada inizia a fiancheggiare il Canale Galvano. Al km 3.2 Pontemaodino (alt. 0), poi, dopo un lungo rettifilo in parte su ciclabile, tenendo a destra sulla vecchia strada dismessa si sottopassa la trafficata Strada Romea e si giunge al cospetto dell’abbazia di Pomposa (km 6, alt. 1) 2.

«Ed ecco il campanile della Badia – scrisse nel 1933 Giuseppe Ungaretti – quadrato, altissimo, pesantissima lancia. Tutto il resto che pure è maestoso: chiesa, monastero, Palazzo della ragione, sembrano tante pecorelle rintanate in sé ai piedi di quel formidabile slancio. Che pure era segno di speranza e nella notte s’illuminava in cima come una stella. Pomposa nella sua rigogliosa solitudine, fra il mare e l’agro, e genti e città battagliere era luogo aperto all’ospitalità per tutti». L’immagine attuale non è paragonabile al momento in cui sorse e si sviluppò il monastero, con la sua funzione di supporto ai pellegrini in transito su terre insane (fra le vittime più illustri Dante, che qui si ammalò di malaria). Quella che poteva considerarsi un ‘isola’ in un paesaggio acquitrinoso, poi prosciugata, è oggi un luogo inserito in un rigido schema di terre produttive. La chiave per comprendere l’evoluzione del territorio pomposiano si deve assegnare attorno l’anno Mille quando il Po di Spina andò a insabbiarsi. Ad esso si sostituì il Po di Volano che, attorno al X secolo, delineò un nuovo delta, poco a oriente dell’abbazia. L’incerta situazione ambientale impedì la formazione di abitati, ma solo di isolate capanne in paglia, legno e fango. Solo le ‘pietre sante’ di Pomposa, per dirla col Bassani, emersero da questo indefinito paesaggio. Sorto come romitorio nel VI secolo, il monastero promosse la redenzione dell’area circostante, conosciuta con il nome di Insula Pomposiana, estesa fino al Po di Goro. In seguito l’abbazia poté contare su possedimenti in tutta Italia.Sotto la conduzione dell’abate Guido, alla metà del XI secolo, Pomposa raggiunse il culmine come centro di diffusione dottrinale e di studi in materia di diritto. In quel periodo si definì l’assetto monumentale del complesso, tutt’oggi in parte visibile. Ma il destino di un luogo simile poteva incrinarsi al minimo cenno di alterazione degli equilibri ambientali. Nel 1152 la rotta del Po a Ficarolo, spostò il flusso del collettore padano grossomodo sulla linea mantenuta dal delta attuale, e fu una delle cause del lento ma inesorabile declino di Pomposa. Nel 1653, papa Innocenzo X decretò la soppressione del monastero. Il complesso fu ripristinato dallo Stato alla fine dell’Ottocento.

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Anatre selvatiche in volo

A fianco dell’abbazia si diparte la Strada Giralda, sulla quale riprende l’itinerario. Si attraversano bonifiche recenti, ultimate nel 1960. Al bivio con via dell’Agrifoglio, una diversione verso destra (600 metri, indi altri 200 su uno stradello, sempre verso destra) conduce alla Chiavica Agrifoglio, la più antica opera idraulica del basso ferrarese: realizzata nella seconda metà del Seicento su una scomparsa ansa del Po di Volano, aveva il fine di scolare parte delle acque dell’isola pomposiana. Mantenendo invece la direzione indicata nella cartina si sbocca sulla Strada Corriera (qui, a sinistra), il cui andamento assimila quello di un estinto cordone litoraneo risalente al XII sec. L’andamento falciforme del cordone (e della strada) riflette delta antichi di forma semplice, ovvero bialare, in questo caso rappresentato dal Po di Volano che, specie nel XI sec., ebbe una rilevante espansione.

La strada segue parallela la folta pineta del Gran Bosco della Mesola, attraversa il Canale della Falce (dal ponte, seguendo a destra un viottolo si arriva dopo 200 metri al rudere dell’idrovora Balanzetta), e giunge a incontrare via Càrpeni (km 14.2, alt. 0.7) 3, con le indicazioni per il Gran Bosco. Si piega dunque a destra e, circa 600 metri più avanti, di nuovo a destra, poco prima delle case di Gigliola. La strada è a senso unico. In breve si perviene all’ingresso del Giardino del Delta (km 15.5, alt. 0.3) 4. Si tratta di un orto botanico della superficie di 5000 metri quadrati, dove si sono ricreati alcuni micro-ambienti umidi, un tempo largamente diffusi nel delta. Poche altre pedalate consentono di arrivare alla porta d’accesso al Gran Bosco della Mesola (km 16, alt. 0.5) 5. Avendo tempo e compatibilmente con i giorni e gli orari di apertura (vedi sopra), si può effettuare in bicicletta un breve circuito interno. L’unica vasta, residua area forestale del delta, oggi Riserva naturale dello Stato, è una parziale eredita del Gran Bosco estense, cinto per 12 miglia da mura continue. Esteso nel 1858 su 2238 ettari, ne copre oggi 1058, di cui 220 destinati a Riserva naturale integrale (Bassa dei Frassini-Balanzetta). Il suo impianto si fa risalire a circa un migliaio di anni or sono, lungo i cordoni sabbiosi che bordavano allora la linea costiera. La specie arborea dominante è il leccio, favorito dal clima caldo, alla quale si associano la farina, l’orniello e il carpino bianco, specie queste indicative del ‘climax’ forestale della Valle Padana. Si verifica la compresenza di specie termofile e mesofile che sottolineano la preziosa vocazione ambientale di questo complesso forestale. Sotto il profilo faunistico l’entità di maggior rilievo è costituita dalla popolazione di cervi (l’unica specie autoctona italiana che ha meritato l’appellativo di «cervo delle dune», o meglio Cervus elaphus hippelaphus).

Barca sul PoTornati all’esterno del bosco, si continua su via Frassini puntando in direzione della strada per Goro. Giunti all’incrocio con quest’ultima, si piega a destra attraversando la porzione settentrionale del bosco uscendo poi nella piana di Valle Pioppa. Poco prima di passare il Canal Bianco, si imbocca a destra una strada sterrata e alberata. Conduce a Torre Palù (km 20.2, alt. 0.2) 6, un manufatto idraulico settecentesco, impiegato per lo scolo delle acque del Canal Bianco nel mare, replicando la più antica chiavica di Torre dell’Abate, risalente all’inizio del Seicento e situata alcuni chilometri più nell’entroterra. La distanza dimostra il processo di accumulazione del fiume che è continuato anche dopo la costruzione di Torre Palù. La torre si trova oggi a circa due km dal mare.

Lasciata alla spalle la torre si continua in rettifilo (attenzione al fango in caso di piogge recenti!) uscendo sulla strada asfaltata che, verso destra, conduce al ristoro della Romanina (a circa 1 km). La nostra direzione è invece quella di sinistra, verso Goro (km 24.7, alt. -1.2) 7, «un lungo borgo di due file di case, sul dorso d’una riva stretta fra valle e Po di Goro (R. Bacchelli)». L’insediamento, relativamente recente, sfrutta un’ansa abbandonata del fiume, di cui rimane un’area umida a nord dell’abitato, col nome di Po Morto. Sulla destra si scorge la distesa salmastra della Sacca di Goro. Si estende nel mare per circa 2000 ettari. Da questo è separata dagli scanni di Goro e della Piallazza (lo ‘scanno’ è un’isola di sabbia stretta e lunga che si forma per azione dei moti ondosi marini). La sacca è uno dei più importanti bacini di coltivazione adriatica di crostacei e molluschi. La specie più diffusa è una vongola di origine asiatica  che, dalla fine degli anni ‘70, si è imposta sulle specie autoctone per la sua prolificità e il miglior adattamento all’ambiente.

Da Goro si sale sull’argine destro del Po e si continua seguendo la corrente, verso la non lontana foce. Sulla destra si estendono le bonifiche di Valle Bonello, della Vallazza e della Vallesina, realizzate nel secondo dopoguerra. Nella golena trovano invece spazio alcuni isole o lanche fluviali, fra cui Giara Mezzano e Isola Dindona. Nella prima trova spazio protetto una garzaia, nella seconda folti canneti nascondono un patrimonio avifaunistico d’eccellenza: laridi, rallidi, anatidi, ardeidi e piccoli passeriformi. Il Falco di palude nidifica nel canneto, l’Albanella negli attigui coltivi. Ma dagli argini l’osservazione orinitologica può dare ottimi frutti: sui pali e sui tralicci indugiano spesso il Gheppio, il Nibbio reale, la Poiana.

Al km 28.9 si arriva all’altezza del ponte di barche di Gorino Veneto 8 (il fiume segna il confine fra Emilia e Veneto), ultimo reperto di installazioni un tempo molto diffuse lungo l’asta del grande fiume e dei suoi affluenti. Si approfitta del ponte per portarsi sulla sponda opposta e riprendere a seguire l’argine, ora di sinistra, del Po di Goro. La striscia di asfalto si interpone fra il dominio delle acque (a destra) e quello delle nuove terre (a sinistra) giacenti circa un metro sotto il livello del mare.

Al fondo dell’argine si giunge al traghettamento per il faro di Goro, che s’innalza sui canneti sull’altra sponda del fiume, qui ormai vicinissimo al mare. Avendo prenotato il ristorante si può chiamare la barca (è bene non abbandonare le biciclette!) per il suggestivo trasbordo fino al faro. Un faro, come tutti, ha una storia di solitudine, di sfida nei confronti degli elementi naturali: infinitamente piccolo punto di luce nelle nebbie e nelle notti del Delta. Il faro di Goro ha molti nomi (di Gorino, del Bacucco, della Gnocca) e anche qualche mistero. Si tramanda infatti (e le vecchie carte topografiche lo confermano) che ci si arrivasse con una strada, dalla parte di Gorino e che, ai tempi del fascismo, vi fosse vicina una base di idrovolanti militari utilizzata dal trasvolatore ferrarese Italo Balbo. Di tutto ciò oggi non c’è traccia: neppure del faro. Nel senso che, dopo l’ultima guerra quando i tedeschi lo fecero saltare con le mine, si decise di ricostruirlo più avanti, fin dove le alluvioni del Po erano nel frattempo penetrate nel mare. Oggi il nuovo faro sorge sulla punta del Mezzanino, a più di un chilometro e mezzo da quello originario. Ci si arriva solo in barca.

Lo Scanno del Faro, detto altresì del Mezzanino, si protende per circa 500 metri in direzione est-ovest; sabbie e limi sono protetti dall’erosione marina per mezzo di un’arginatura. Un braccio di mare separa questo scanno da quello di Goro che, a sua volta, si protende nella sacca con lo Scanno di Piallazza. Si tratta di ambiti naturalistici di estrema fragilità (sabbiosi verso il mare, paludosi verso l’interno), dove trovano habitat uccelli stanziali e di passo. Fra queste va segnalata la Beccaccia di mare, in uno dei suoi non frequenti luoghi di nidificazione in Italia.

Il ritorno si conforma al tracciato dell’andata per l’impossibilità di attraversare il Gran Bosco della Mesola al di fuori della provinciale Goro-Mesola. Si possono suggerire alcune varianti. La prima, dall’imbarco del traghetto per il faro, è di proseguire lungo la strada provinciale che contorna il braccio di terra fra il Po di Goro e il Po di Gnocca fino alla località S.Rocco per poi, piegando a sinistra, fare ritorno al ponte di chiatte di Gorino e al percorso dell’andata. La seconda variante, una volta tornati a Goro, evita di scendere in paese, ma continua lungo l’argine del Po fino a riportarsi sulla strada provinciale un paio di chilometri più a nord.

La terza, infine, ha uno sviluppo maggiore e merita di essere descritta nel dettaglio. Si torna a ritroso (attenzione al tratto contromano in via Frassini!) fino al bivio fra Strada Giralda e Strada Corriera (km 58.2), quindi si continua in rettilineo lungo quest’ultima. Al km 60.1 si supera l’idrovora Giralda e si arriva di fronte all’Oasi faunistica di Canneviè 9. Nel poco profondo bacino d’acqua salmastra, dove si rintracciano ancora i canali d’afflusso dei vecchi ‘lavorieri’ (gli impianti per l’allevamento del pesce, ovvero un sistema di canalizzazioni nel quale venivano costretti i pesci durante i periodi della montata, dal mare alle valli, e della smontata, dalle valli al mare) proliferano i canneti, adatti alla nidificazione di specie come il tuffetto, il germano reale, il migliarino di palude, l’airone rosso e il tarabusino. La vecchia stazione di pesca di Canneviè è stata trasformata in punto di ristoro e foresteria. Inoltre nell’area sono stati allestiti diversi percorsi pedonali di visita. Costeggiata l’oasi si raggiunge l’innesto (km 62, alt. 1.7) nella provinciale per Volano (a meno di 2 km sulla sinistra) che corre lungo il Po di Volano e lungo il margine settentrionale di Valle Bertuzzi 10. Questa valle da pesca si estende su circa 2000 ettari. Si compone di tre valli minori contigue (Cantone, Bertuzzi, Valle Nuova), separate da cordoni dunosi risalenti a epoca medievale. Numerosissime le specie di uccelli nidificanti.

Sull’argine corre una pista sterrata: evita la commistione con il traffico della provinciale, favorisce la veduta sulle valli e l’osservazione ma è molto faticosa da percorrere in bici. Al km 67.5 Passo Pomposa, incrocio con la statale 309 Romea. Che lungo i cordoni litoranei si stabilissero le più antiche vie di comunicazione è cosa logica considerando che queste erano le uniche fasce di terra stabilmente emerse in un ambiente lagunare. L’attuale statale è l’eredità di una via di comunicazione adriatica, già presente in epoca etrusca, migliorata nel 132 a.C. dai Romani col nome di Popilia, fregiata infine nel Medioevo del titolo di via di pellegrinaggio: Romea appunto, strada che porta a Roma. Il tracciato, pur rispettando l’allineamento nord-sud, è variato col mutare delle condizioni ambientali. Se nel periodo romano i suoi principali capisaldi furono Spina e Adria, nel Medioevo essi si spostarono a Pomposa e a Mesola. In epoca romana questa ‘via di terra’ era integrata con le ‘vie d’acqua’ del Po e delle ‘fosse’ artificiali (Augusta, Flavia, Clodia) che consentivano traffici verso l’interno della Valle Padana. L’attuale carrozzabile fu portata a compimento fra il 1952 e il 1956, i ponti al passo di Pomposa, a Porto Garibaldi e a Mesola, realizzati rispettivamente nel 1958, 1960 e 1970. Si attraversa la Romea e si continua a breve distanza dal Po di Volano fino a rientrare a Codigoro.

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