Il Castello della Pietra

Il Castello della Pietra si staglia sull’alto della Val Vobbia, nell’entroterra di Genova. Mille anni di storia, a guardia dell’antica ‘Via del Sale’ verso la Pianura Padana. Lo si raggiunge con il Sentiero dei Castellieri.

TACCUINO DI VIAGGIO

Itinerario pedonale lineare, adatto a tutti. 

Partenza: Torre, frazione di Vobbia, Città Metropolitana di Genova. Si raggiunge dall’autostrada A7 Milano-Genova (casello di Isola del Cantone), quindi con un tratto della provinciale 8. Torre è dirimpetto al capoluogo, sulla sponda sinistra del torrente.

Lunghezza: 8.1 km (A/R)

Tempo di percorrenza: 3 ora e 30 minuti (A/R)

Dislivello: 150 metri circa.

Segnavia: una croce gialla.

Condizioni del percorso: sentiero attrezzato con punti sosta.

Quando andare: sempre, ma evitare periodi piovosi o con gelo.

La buona tavola e il buon riposo: Albergo ristorante Alpino, fraz. Alpe, Vobbia, 010.931632; Ristorante Zuccarino, loc. Vobbietta SP 8, 010.963 6140; Villa Regina B&B, loc. Noceto 61, Isola del Cantone, 010 9636739.

Orari di visita: il Castello della Pietra di Vobbia è aperto tutte le domeniche e festivi da fine giugno a fine ottobre con visite guidate alle ore 10:30 – 12:00 – 13:30 – 15:00 – 16:30. Prenotazione obbligatoria entro le ore 13 del venerdì precedente la data prescelta presso il Parco dell’Antola (335.1234728). Info:   http://www.parcoantola.it

Il fascino di un castello è duplice. A una storia secolare, che talvolta si colora di un romanzo a fosche tinte, si aggiunge la meraviglia della sua ubicazione, il cui attributo di “imprendibile” sottolineava la qualità precipua della sua edificazione. Cinto da mura, protetto da un fossato, oppure, come il Castello della Pietra, talmente compenetrato nell’ambiente da esserne naturalmente protetto. Ad avvolgere di mistero questo solitario maniero stanno le sue scarne notizie e le sue rare raffigurazioni. Chi lo costruì? E quando? E perché? Forse furono i Vescovi di Tortona che avevano interessi, non solo spirituali, in queste valli o forse un solitario e guardingo signorotto, desideroso di difendere come meglio non si poteva i suoi beni. Siamo intorno all’XI sec., ma non vi è certezza sulle date perché il primo documento che cita il castello risale a due secoli dopo, al 1252, e riferisce di un fatto che mette in forse la dichiarata inattaccabilità del castello. I Genovesi infatti, offesi dal castellano Opizzone della Pietra per via di un rapimento, attaccano il castello e con facilità se ne impossessano. Da quel momento il castello è un palleggiarsi fra gli Spinola e i Fieschi, importanti famiglie della città, fino al definitivo passaggio agli Adorno che tennero «la Pietra» dal 1518 al 1797, approfittando della particolare condizione che poneva molti feudi dell’entroterra ligure alle dipendenze dell’Imperatore, i noti Feudi Imperiali. Poi ci furono decadenza e ruberie, tanto da far dire, nel 1835, allo scrittore Emanuele Celesia: «Era questa la dimora solitaria di qué potenti baroni; ed or le torri abbarbicate nel vivo roccione cadono d’ogni parte sfaldate: i dumi, gli sterpi, l’edera contendonsi ivi l’impero: l’upupa, il gufo e il ramarro abitano le informi macerie..». All’inizio del Novecento, nonostante fosse tutelato fra i monumenti nazionali e fosse meta turistica – il Touring vi aveva apposto una segnaletica per raggiungerlo – sembrò che il destino avesse posto la parola fine sul Castello della Pietra. Invece, con l’acquisizione, nel 1979, al patrimonio del Comune di Vobbia s’iniziò a parlare di restauro. Un’operazione lunga e complessa che, a dirlo, varrebbe quanto la ricostruzione delle vicende storiche e che riconsegnò all’alba del nuovo millennio il possente edificio alla fruizione di tutti, grazie anche alla simultanea istituzione del Parco naturale dell’Antola, entro cui è compreso.

Vi sono diversi modi per raggiungere e visitare il castello. Il più semplice prevede di lasciare l’auto al parcheggio lungo la provinciale della Val Vobbia e salire a piedi in 20 minuti il sentiero. 

1. Quello che vi suggerisco è invece un’escursione lungo il Sentiero dei Castellani che prende avvio da Vobbia, o meglio dalla sua frazione, sulla sponda destra del torrente omonimo, Torre (alt. 490). C’è un piccolo parcheggio. Il sentiero è segnato con una croce gialla. Alcuni pannelli approfondiscono gli aspetti naturali e culturali del percorso.

Lasciate le case, si oltrepassa il valloncello del Rio delle Creuze e ci si inerpica nel bosco dapprima rado, poi via via sempre più fitto, assecondando i contrafforti del M. Cravi (alt. 992) che essendo esposti a sud vedono proliferare, fra gli alberi i cerri e le roverelle, fra i cespugli la gariga, fra i fiori splendide orchidee, fra le erbe aromatiche il timo e la santoreggia.  

2. La prima meta è il Poggetto (alt. 525), dove si dà un’ultima occhiata a Vobbia. Entriamo già nelle pertinenze del castello, poiché qui una torre di avvistamento avvertiva il castellano in caso di pericoli. Un sistema di segnalamento funzionava attraverso linee poligonali che intercettavano visivamente una o più torri, che a loro volta si legavano ad altre più lontane. In questo modo era possibile, nel giro di poche ore, inviare segnali attraverso l’Appennino, fino a Genova.

Il sentiero, ora meno acclive, inquadra in basso i meandri del Vobbia, incassato nella gola. La roccia conglomeratica prende via via il posto della pietra calcarea. Entrambi sono solidi di origine sedimentaria ma di diversa datazione, più recente e saltuaria la prima (30-35 milioni di anni fa), molto più antica la seconda, alquanto diffusa nelle montagne dell’arco ligure. Non a caso, tutta l’area, è inserita nel Sito di interesse comunitario “Conglomerato di Vobbia”, uno dei cinque individuati nel Parco dell’Antola.

È sorprendente notare come, procedendo sul sentiero, il microclima muti in modo repentino: dall’aridità iniziale si passa ad ambienti più freschi e umidi con conseguente riadattamento della vegetazione. L’esempio più evidente è fornito dalle felci, come la vistosa lingua cervina, che occupa le zone più recondite dei valloni che man mano si superano.

Il Castello della Pietra

3. A una svolta ci attende la prima veduta sul Castello della Pietra, incastrato fra due torrioni di roccia: il più alto arriva a 625 metri d’altezza, l’altro a 594. La posizione è formidabile. Chi lo architettò scelse due sproni di scabra roccia – il conglomerato di cui appena fatto cenno – che s’innalzano come guglie dal fondo della Val Vobbia. 

4. Alcuni valloncelli si superano con dei ponticelli, l’ultimo, quello del Rio del Campo, a guado. È anche il punto dove maggiormente si manifesta il tenore umido dell’ambiente. Prima di arrivare al castello si attraversa un castagneto. Alcuni alberi mostrano una veneranda età, forse secolare. Si scorgono i ruderi di un seccatoio. Furono importanti elementi della cultura rurale tanto che alcuni di essi sono indicati sulle mappe topografiche con la loro denominazione. Si utilizzavano per seccare le castagne, l’alimento principe delle famiglie contadine soddisfacendo le esigenze dei lunghi mesi invernali. In queste piccole costruzioni a due piani, localmente dette abergu, si ponevano su un ripiano – la gré – i frutti appena raccolti, di modo che il calore sviluppato da un fuoco tenuto sempre acceso potesse portare i frutti alla giusta cottura. Queste costruzioni erano piazzate nei castagneti così come le carbonaie, delle quali però si riconoscono solo le piazzuole dove si posavano le cataste di legna, pronte anch’esse per la cottura. Esaminando con attenzione il suolo si ritrovano i minuscoli residui carbonizzati della legna.

5. Alla fine si giunge ai piedi della rupe e del castello, accessibile con una scala pensile. Nello stretto varco che divide i monoliti di pietra si eresse in posizione a cavaliere questo strano edificio che non mostra evidenti elementi fortificati poiché non ve n’era, vista la posizione, alcuna necessità. Si compone di vari volumi. Il portone era retrattile con un piccolo ponte levatoio e fa accedere a un avancorpo, un tempo diviso in più piani, forse usato come magazzino. Salendo di livello si accede al corpo centrale, dove sono evidenti le integrazioni apportate durante i restauri. La visita guidata esaudisce ogni curiosità riguardo questo singolare edificio, compresa la funzione delle tre cisterne che provvedevano alle necessità idriche. Manca ogni arredo e mancano le decorazioni, che probabilmente fecero sempre difetto, essendo il castello dimora della sola guarnigione e non dei vari proprietari che avevano altrove le loro residenze.

Il ritorno avviene lungo lo stesso percorso o, in alternativa, scendendo al parcheggio, lungo la strada provinciale.

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