Il Sentiero del pecít

Itinerario pedonale ad anello nel Parco Pineta, in comune di Oltrona di San Mamette, in provincia di Como.

Lungo la contorta linea di confine fra le province di Como e di Varese si estende un’ampia area boschiva. Tradizionalmente era chiamata Pineta di Tradate e di Appiano Gentile, dal nome delle due maggiori località che si trovano rispettivamente a ovest e ad est di essa. Oggi prende la nuova denominazione di Parco Pineta, un’area di protezione regionale, istituita nel 1983, con lo scopo di conservare e gestire al meglio rilevante patrimonio boschivo (circa 4800 ettari). Si tratta di un pianalto diluviale, ovvero un deposito di materiale morenico glaciale, solcato in più punti da brevi corsi d’acqua in senso nord-sud. È una sorta di altopiano fra gli abitati di Binago, Appiano Gentile, Mozzate e Tradate, residuo della glaciazione detta di Mindel (fra 650 mila e 300 mila anni fa). In quei tempi l’uomo era già comparso in Italia, ma popolava le isole e la parte meridionale della penisola.

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La Pineta di Tradate

La particolare composizione del suolo ha favorito lo sviluppo del bosco e specialmente del pino silvestre. In passato, almeno fino a tutto il Medioevo, una larghissima parte della fascia pedemontana fra il Ticino e l’Adda possedeva queste caratteristiche di paesaggio e, per questa ragione, si è puntato sulla sua conservazione. Percorsa in ogni senso da stradelle e sentieri, frequentata dai bikers, la pineta è anche un luogo di pacata osservazione naturalistica, da svolgere a piedi, senza pretese sportive. Il sentiero del pecít (del pettirosso), che qui vi propongo, è uno dei tanti – e forse il meno impegnativo – di quelli che si possono coprire nello spazio di un paio d’ore. Ognuno dei comuni del parco ha sviluppato simili proposte escursionistiche che diventano mete apprezzate, specie nei mesi invernali, quando non si ha voglia o tempo, per via delle brevi ore di luce, di raggiungere più lontane destinazioni alpine.

Partenza e arrivo sono fissate nell’abitato. Oltrona si raggiunge da Como (14 km) seguendo la strada 342 per Varese: dopo Villa Guardia si rispettano le indicazioni a sinistra per Oltrona.

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Tempo di percorrenza: 2 ore. Lunghezza: 3.5 km. Dislivello in salita: 80 metri. Segnavia: tacche bianco/rosse con la sigla OL1. Condizioni del percorso: strade carrabili campestri, sentieri; molto fangoso in caso di piogge recenti. Periodo consigliato: dall’autunno alla primavera. Dove mangiare. Nessun punto di ristoro. Provvista d’acqua e alimentari a Oltrona. Indirizzi utili: Parco Pineta, Via Manzoni 11, 22070 Castelnuovo Bozzente (CO), tel. 031.988430, E-mail: parcopineta@libero.it – Highlights: la pineta, il villaggio celtico, lo stagno di Ca’ Bianch.

Il sentiero parte alla periferia ovest di Oltrona di San Mamette percorrendo via Dominioni (alt. 371) 1; subito dopo il ponte sul torrente Antiga, si piega a destra lungo un sentiero fra il bosco e il corso d’acqua. La Valciüs – o ‘valle chiusa’ – è una piccola valle erosiva bagnata dall’Antiga. L’ambiente umido consente, in primavera, la crescita di fiori come la pervinca, il sigillo di Salomone e la viola canina. Arbusti e alberi come la robinia, il sambuco, il nocciolo, il biancospino rivestono le sponde e le scarpate. Molto più raro individuare un carpino bianco, albero in passato molto diffuso in questi ambienti ma debole e quindi soppiantato da essenze di più rapido accrescimento. Così come nella società umana, anche in natura la competizione è spesso agguerrita; gli elementi più deboli talvolta devono soccombere pur possedendo migliori qualità e virtù. Da osservare, nelle pozze d’acqua, il tritone punteggiato: è simile alla salamandra, ma dai colori meno evidenti e con un cresta dorsale dentellata, come un minuscolo drago.

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Si guada per due volte la golena del torrente, operazione non difficile per la modesta portata del corso d’acqua, fra l’altro impoverito dal prelievo di acque dalla falda freatica per usi civili e industriali. Un tempo vi si trovavano pozze sorgive che rifornivano d’acqua i contadini per gli usi quotidiani e per abbeverare il bestiame.

Presso il vertice dei Quattro confini (alt. 368) 2, convergenza dei limiti comunali di Oltrona, Olgiate Comasco, Lurate Caccivio, Beregazzo, si abbandona la valle e si sale sul terrazzo morenico – questi modesti rilievi si formarono nel Quaternario (da 10 a 8000 anni or sono) come depositi avanzati dei ghiacciai scesi dalle Alpi – fino a incontrare il sito (alt. 402) 3 di un insediamento abitato dell’età del ferro (VI-V sec.a.C.), rinvenuto nel 1989. Vi resta una pavimentazione in ciottoli di fiume e un allineamento di pietre che indicava un muro difensivo attorno a un’altura. Vi si sono trovate tracce di un forno. Secondo gli archeologi poteva essere uno dei 28 insediamenti – o ‘castella’ – di cui parlano gli storici romani nel momento in cui le loro legioni occuparono il Comasco.

Il substrato argilloso e ferroso del terrazzo permise la produzione di mattoni mediante apposite fornaci, come quella che si avvicina poco più avanti nel percorso. È simboleggiata dall’alta ciminiera, sotto la quale si trovava il forno di cottura.

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La Pineta presso i Quattro Confini

Attraversata la strada provinciale 23 (alt. 390) 4 si entra nel perimetro del Parco Pineta. La sua vocazione forestale si deve al pino silvestre e alle piantagioni artificiali di abete rosso e larice. Buona parte dell’originaria brughiera qui è stata dissodata oppure rimboschita durante la seconda metà del Settecento. Fu un’operazione, allora ritenuta saggia perché finalizzata alla conquista di nuove zone coltivabili, condotta da Maria Teresa d’Austria, governatrice della Lombardia. Con un editto facilitò la cessione di fondi collettivi a proprietari privati con la condizione di porli immediatamente a coltura o a bosco.

Le conifere ebbero larga diffusione e addirittura si fecero venire semi dalle lontane Americhe. Si pensava inoltre che l’accumulo a terra degli aghi incrementasse lo strato vegetale, utile per poi riconvertirlo a coltura. In altri casi si dirottarono i corsi dei torrenti di modo che recassero sulle sterili terre moreniche ferrose e argillose dei fanghi limosi, in questo simile a ciò che gli Egiziani facevano da secoli con le acque del Nilo. Infine, a compendio di una già così complessa opera di bonifica, alcuni progettarono di condurre le acque del lago di Lugano sopra questi terreni per gli indispensabili bisogni irrigui. Ovviamente di tutto questo grandioso disegno si realizzò ben poco, ma resta indicativo della preoccupazione e del continuo impegno dei governanti di allora per trovare idonee soluzione a sollevare da uno stato di depressione l’agricoltura della fascia asciutta della pianura lombarda. La vera soluzione arrivò solo dopo qualche secolo, quando l’espansione degli abitati e la consistente crescita industriale ridusse l’attività agricola a componente marginale dell’economia locale. Il problema oggi è che le residue aree verdi, già di scarso valore agricolo, si trasformano in potenziali terreni edificabili venendo a saturare gli interstizi, già ridotti, fra paese e paese. Occorrerebbe una politica più coraggiosa, magari pensando alla formazione di un demanio comunale di aree agricole, inedificabili, sui quali avviare in concessione coltivazioni di primizie orticole o di erbe aromatiche e officinali, appartenenti a quel settore di colture di qualità oggi tanto in voga.

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Una radura

A parziale beneficio è bene sapere che i boschi del Parco Pineta non sono a tutt’oggi una risorsa improduttiva. Ogni anno vengono ammessi tagli controllati, pari a 60-70 mila quintali di legname. Messi in fila sui trattori coprirebbero una distanza di oltre 15 km. Tutto ciò a scanso di falsi equivoci sul fatto che in un’area protetta non si dovrebbe mai toccare foglia.

Due parole ora sulla robinia, un ospite ‘extracomunitario’, importata dal nord America alla fine del XVIII secolo. Fu il conte Luigi Castiglioni, proprietario di una vasta tenuta qui vicino, a Mozzate, a sperimentarne l’uso. La pianta si trovò talmente bene che si diffuse in modo straordinario facilitata anche dal largo impiego che se ne fece nell’Ottocento per consolidate le massicciate ferroviarie. Nonostante sia poco aggraziata e spinosa, i suoi fiori bianchi a ciondoli sono delicati e profumati, ghiotte dispense per le api che danno il buon miele d’acacia.
Nel sottobosco, dove c’è luce sufficiente, prolifera la felce aquilina, una pianta della quale in passato si apprezzavano le virtù salutari. Un sacerdote svizzero, con la passione per l’erboristica, non mancava mai di elencare le sue proprietà, vera panacea per ogni genere di disturbo: «Qual è il miglior letto per le persone che hanno crampi, artriti, reumatismi, dolori di denti e di testa di origine reumatica? Un sacco pieno di felci secche! La felce attira ed elimina tutti questi malanni e ridà al paziente un riposo completo. Inoltre le pulci e i pidocchi scappano mille miglia da simile letto! I materassai farebbero bene a riempire i materassi con le felci!». Si sa poi che una foglia di felce nelle scarpe toglie la stanchezza e scalda le estremità… non potete che provare!

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Un cascinale al margine del bosco

Ai prati e ai boschi si alternano piccole zone umide – rogge, ristagni – che sono vere e proprie ‘fabbriche’ della natura per la loro straordinaria produttività biologica. Tra i vegetali, la produzione di biomassa, misurata in peso, può raggiungere in uno stagno i 25 grammi per metro quadrato, mentre la produttività – la produzione in rapporto al tempo  – tocca le 20 mila chilocalorie per metro quadrato all’anno. Non esistono altri ambienti terrestri, se non la barriera corallina o la foresta tropicale, che arrivano a questi livelli e soprattutto senza alcun intervento umano nella concimazione o nell’apporto di nutrienti chimici. Alla vita vegetale si deve poi aggiungere quella animale a partire dalla miriade di animali microscopici – lo zooplancton – per finire con l’enorme varietà di invertebrati – anellidi, molluschi, insetti – e di vertebrati, soprattutto anfibi e rettili. Lo stagno – la ‘boza’ – di Ca’ Bianch (alt. 397) 5, è una zona di riproduzione degli anfibi, fra le più importanti del Comasco. Vi sguazzano enormi rospi, ma anche rane verdi, raganelle, tritoni e salamandre.

IL PETTIROSSO

Vuole la leggenda che dal capo di Gesù Cristo, coronato di spine, sia spillata una goccia di sangue. Questa cadendo avrebbe macchiato di rosso il petto di un uccelletto, da quel momento chiamato pettirosso. Erithacus rubecula – questo il nome scientifico, ma semplicemente ‘pecitt’ per i comaschi – frequenta i boschi e le nostre campagne. È uno degli uccelletti più simpatici, riconoscibile per il vivace colore del piumaggio e per il suo procedere a saltelli, quando è in terra, o per il volo rapido e breve di ramo in ramo. Ma a scanso di una tradizione letteraria che lo vorrebbe compassionevole e cortese verso gli altri uccelli, il pettirosso, nella realtà, è un vero scorbutico, che tollera poco o nulla le intrusioni nel proprio territorio. La macchia rossa sarebbe, secondo l’opinione degli ornitologi, un distintivo di aggressività, una sorta di messaggio psicologico rivolto ai nemici. Un’altra singolarità di questo animale riguarda il canto: non solo è un vero artista, rivaleggiando con l’usignolo, ma è anche in grado di modulare le sue note producendo un variegato repertorio di ‘dialetti’ locali. Fa il nido ovunque capiti, senza discrezione: nelle scatole da scarpe, nei vasi da fiori, dentro una carcassa d’automobile, in un vecchio pneumatico. Ruba il pasto al martin pescatore, dimostrando nella pesca un’indiscussa abilità che fa giustizia della sua fama di insettivoro. Insomma un tipino da prendere con le molle… gatti permettendo!

La nostra passeggiata ha raggiunto il vertice dell’anello e torna ora verso Oltrona. Dopo aver battuto una stradina campestre si torna ad attraversare la pineta con un andamento ondulato per via delle numerose piccole incisioni erosive dei corsi d’acqua le cui sorgenti sgorgano ovunque nella zona. Le scarpate di erosione sono una sorta di racconto a ritroso nel tempo dove individuare dall’alto verso il basso le varie fasi di deposizione dei materiali trascinati dai ghiacci o dalle antiche fiumare: prima la coltre di terriccio vegetale, formata dalla deposizione del fogliame e dalla marcescenza del legno, poi la sottile e quasi impalpabile sabbia portata qui dal vento nelle fasi interglaciali e detta ‘loess’, poi i primi strati argillosi e rossastri, quindi i ciottoli e le pietre più dure.

Sui tronchi dei pini si possono osservare i nidi del picchio rosso maggiore oppure intravedere la rapida fuga di qualche scoiattolo. Ma soprattutto, prestando attenzione ai suoni, non è difficile sentire il gorgheggio del pettirosso, ovvero il ‘pecít’, al quale è stato dedicato questo sentiero. All’inizio dell’inverno il suo grido mette in guardia possibili concorrenti nella conquista del suo territorio vitale, dove trovare bacche e larve, indispensabili per superare i mesi freddi dell’anno. Nelle radure, dove è possibile alzare gli occhi al cielo, non è improbabile, specie in primavera, osservare ammirati il volo di qualche rapace, come il nibbio bruno o la poiana. Non va dimenticato che l’etimo di Oltrona, specie nella sua forma dialettale ‘Vultruna’, potrebbe discendere dal latino ‘vultur’, cioè avvoltoio.

Un’ultima singolarità e il cosiddetto Cagabò (alt. 370) 6, una lunga e ripida rampa che si utilizzava, in passato, per saggiare la forza e la resistenza dei cavalli e di altri animali da tiro. Riattraversata la strada provinciale si ritorna in meno di un chilometro nell’abitato di Oltrona. Se accessibile è bene visitare la chiesuola intitolata a San Mamette per via dell’bell’affresco ivi conservato. Si tratta della raffigurazione della Madonna fra S. Rocco e S. Antonio abate, risalente al XVI secolo.

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