La valle dei grilli

Itinerario circolare a piedi con partenza e arrivo alla stazione Fs di San Severino Marche (linea Civitanova Marche-Fabriano).

«Il bel paese con li dolci colli» diceva nel Trecento Cecco d’Amico delle Marche. Una regione che invita l’Appennino al mare, con le sue tante parallele vallate defluenti verso l’Adriatico e divise da quinte di morbide e sinuose alture, popolate di paesi, castelli, bellezze d’arte e di natura. Una tortuosa ferrovia secondaria si infila baldanzosa nell’entroterra marchigiano, percorre per buon tratto una valle, quella del Chienti, e poi balza su quella attigua, quella del Potenza, collegando così Civitanova Marche con Macerata e Fabriano. Fu costruita in vari tronchi fra il 1884 e il 1888. E’ a binario unico e viene oggi esercitata con trazione diesel. Bisogna seguirla fino a San Severino Marche col suo importante centro storico, ricco di bellezze artistiche, per effettuare poi una piacevole escursione a piedi nella solitaria valle dei Grilli e all’eremo di Sant’Eustachio.

Si sviluppa sulle alture a sud-ovest di San Severino risalendo la valle dei Grilli e discendendo il crinale del Monte San Pacifico. Tempo di percorrenza: 5 ore. Dislivello: 590 m Condizioni del percorso: sentieri e strade sterrate senza particolari difficoltà. Nessun punto di ristoro lungo il percorso (rifornirsi a San Severino).  Indirizzi utili: Ufficio turistico di San Severino, piazza del Popolo 43, tel. 0733/638414. Periodo consigliato: primavera-inizio estate. Altre informazioni utili: in caso di pernottamento a San Severino si può consigliare l’albergo Due Torri, via San Francesco 21, tel. 0733/645419, con ottimo ristorante di cucina tipica marchigiana.

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1. San Severino Marche. L’insediamento altomedievale deriva da un’antica colonia d’origine romana, chiamata Septempeda le cui rovine sono situate a circa due chilometri di distanza. Una parte dell’aggregato urbano, la più antica, citata nel 944, è posta sulla collina, l’altra, detta il Borgo, si distende ai suoi piedi lungo la vallata. La ragione di questo doppia configurazione si deve al fatto i suoi abitanti, dediti già nel XII secolo all’industria della lana, trovarono conveniente spostarsi in prossimità del fiume per utilizzare la forza delle acque nelle lavorazioni. Inoltre nel Borgo si svilupparono ben presto i commerci e si stabilì l’area del mercato. Fra ‘3 e ‘400, San Severino è ritenuta una delle più importanti città delle Marche ed è di questo periodo l’ampliamento massimo delle sue mura. Al loro interno sorgono nobili edifici che oggi fanno da indicatori di un ricco itinerario turistico.

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Veduta di S.Severino Marche

Il nostro obiettivo è fuori dalla città, sulle colline circostanti, ma attardarsi un momento, una volta scesi dal treno, aiuta a ritrovare le suggestioni del suo bellissimo nucleo storico. La piazza del Popolo, ad esempio, allungata ed ellittica, per gran parte porticata, ricorda il luogo del mercato e i suoi edifici di contorno compongono quasi la cronistoria ragionata della città, per l’ampio arco temporale che coprono: il Palazzo Comunale (1764), il palazzo Gentili (1524), il palazzo dei Governatori (sec. XVI) con la Torre dell’Orologio (sec. XIX), il palazzo Servanzi-Collio (1539) e il palazzo Caccialupi (secoli XV-XVI).

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Pinturicchio, Madonna della Pace (da Wikimedia)

Fra tutte le meraviglie della città, l’appassionato d’arte non deve però assolutamente tralasciare una visita alla locale Pinacoteca e, in particolare, al suo più famoso dipinto, la Madonna della Pace, ritenuto il capolavoro del Pinturicchio.

Recato omaggio a San Severino si può intraprendere il cammino verso la valle dei Grilli. Occorre uscire (via Salimbeni) dalla Porta Romana, passare accanto alla chiesetta neoclassica di San Paolo al Ponte, opera dell’architetto sanseverinate Ireneo Aleandri a cui si deve anche la già citata Torre dell’Orologio nella piazza del Popolo, e finalmente avvicinarsi al ponte sul Potenza. Non lo si attraversa: prima si volge a sinistra e, poco dopo, si segue a destra uno stradello sterrato che prende a seguire il fondovalle, lungo la sponda idrografica destra del fiume (sinistra per voi che camminate).

Dopo buon tratto di strada (si trascurano tutte le tracce di sentiero che tendono a monte), la valle si allarga fra deturpanti fronti di cava e si giunge a un crocicchio (alt. 252, 1 ora) da cui, a sinistra, inizia il percorso che introduce nella valle dei Grilli. Si oltrepassa una sbarra vicino a un’area attrezzata.

2. La valle dei Grilli. Nessuno ha saputo spiegarmi il significato del suo nome, ma gli storici la chiamano anche valle di Domora, dal latino ‘domus’, vale a dire casa, per la presenza di antichi insediamenti oggi scomparsi. Altri studiosi hanno avanzato singolari ipotesi sull’origine di questa stretta valle, anzi una vera e propria gola. Mentre, in genere, queste forre nelle altre parti dell’Appennino sono originate da lenti fenomeni erosivi, in questo caso sembra che l’agente principale sia stata l’azione di corrosione e quella solvente delle acque grazie anche alla favorevole litologia della zona (calcari bianchi stratificati o compatti).

La valle si restringe a poco a poco e pare davvero di lasciarsi alle spalle ogni segno della civiltà per addentrarsi in luoghi che conservano il fascino dell’ignoto. Le pareti di roccia si avvicinano al cammino e si iniziano a scorgere delle cavità, degli anfratti che saranno serviti da ripari agli antichi eremiti. Dall’alto dei loro ricoveri avranno osservato il cammino dei viandanti che lungo questa traccia si dirigevano in passato verso Camerino. Gli appassionati di botanica avranno modo di osservare sia un piccolo lembo di lecceta, posta all’imbocco della valle, sia la proliferante vegetazione di felci (Adiantum capillus veneris, Scolopendrium vulgare) e muschi (Eucladium verticillatum) che alligna sulle pareti di calcare. All’altezza di uno spiazzo (alt. 330, 1 ora e 30 minuti) si giunge alla romita chiesa di Sant’Eustachio.

3. La chiesa di Sant’Eustachio. La patina del tempo ma ancor più la crudeltà degli uomini ha compromesso questo edificio di pietre calcaree, sporgente dalla roccia e in parte incavato in essa. La sua antica dedicazione a San Michele, santo venerato dai Longobardi, depone per una costruzione molto antica, ma l’edificio attuale risale invece al XIII secolo. Accanto si scorgono i ruderi dell’eremo benedettino, abbandonato nel 1393, e si apre una cupa cavità già utilizzata come fonte di materiale lapideo.

Si continua nello stretto incavo della gola; dallo sterrato si passa a un impervio sentiero che lambisce il letto del fosso di Sant’Eustachio. Si inizia a salire. A un tratto si lascia a destra un percorso più ripido e si continua lungo la pendice, dirimpetto a profonde e oscure grotte. Il sentiero si sposta dapprima sul fianco di una vallecola e poi rimonta più deciso il versante. Stupisce la notevole ampiezza del selciato che rivela tutta l’importanza che poteva avere nel passato questo percorso. Quando la pendenza accenna a diminuire si è ormai nei pressi del rifugio forestale Manfrica (alt. 642, ore 2 e 30 minuti, fontana).

4. La foresta demaniale regionale di San Severino. Si estende per oltre 1844 ettari sui due versanti della valle del Potenza e fu costituita a partire dal 1958. Il bosco di Manfrica, attorno al rifugio, è fra i più rilevanti sotto il profilo vegetazionale essendo formato da varie specie caducifoglie avviate all’alto fusto, fra cui il carpino nero e l’orniello. Abbastanza comuni fra i mammiferi della zona la donnola, il tasso, la puzzola, la faina, il riccio mentre più rari, ma presenti, il gatto selvatico e l’istrice. Numerosi gli uccelli silvani come il rampichino, la ghiandaia, il torcicollo, la cincia mora e altri.

Tenendo alle spalle il rifugio, si segue ora la strada sterrata di sinistra che contorna dall’alto il versante della valle da cui si era pervenuti. E’ un tranquillo cammino in piano, fra un rigoglioso bosco ceduo dove compare qualche isolato faggio. Occorre però prestare attenzione al percorso: superata infatti la fonte dell’Acqua Lupina, si deve lasciare la strada sterrata (che poco oltre inizia a scendere) per tenere sulla destra su sentiero e poi su tenui tracce erbose. Si contorna così, ormai fuori dal bosco e su prosperosi pascoli, la tondeggiante vetta del monte d’Aria. In alto è facile veder volteggiare la poiana o il gheppio. Si deve infine superare una staccionata per rinvenire su un nuovo sentiero che segue ora il versante della valle di Fosso Cerreto. Si volge nella direzione di una sella, punto di biforcazione di vari percorsi, dove sorge la chiesuola della Madonna del Monte (alt.788,  3 ore e 30 minuti).

Inizia qui, si può dire, il cammino del ritorno seguendo lo sterrato che attraversa pianeggiando i prati fioriti della Costa del Gallo con larghe vedute panoramiche. A un tratto, esplorando il terreno verso destra, si può osservare una profonda dolina, detta Buca del Terremoto. Mantenendo in seguito la più ideale linea di discesa fra vari percorsi alternativi e di nuovo entrati nel bosco, ci si avvicina, ormai ben visibile, al colle di San Severino. Si consiglia, all’altezza della torre dell’acquedotto, si volgere a destra per un percorso all’apparenza secondario ma che evita di transitare per la degradata zona del crossdromo e consente invece di avvicinare il convento e la chiesa di San Pacifico (alt. 409, 4 ore e 30’).

Dal convento si scende infine a San Severino. Avendo ancora tempo a disposizione si può effettuare, una volta raggiunta la Porta delle sette Cannelle (dietro ad essa si nota la bella costruzione della fontana, di forme gotiche), una visita della città più antica, sulla cima del colle, con l’alta torre comunale (inizio del XIV sec.) e l’attiguo Duomo Vecchio, dalla bella facciata trecentesca in laterizio.

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