Bagli e pagliari

Itinerario pedonale circolare nella Riserva naturale di Monte Carcaci, nei Monti Sicani, in provincia di Palermo.

Nelle plaghe più lontane dell’entroterra palermitano, fra ondulati pianalti e aspri valloni punteggiati dai resti di grandi masserie, antico regno del latifondo agro-pastorale, si elevano montagne dalle forme contorte che segnano da lontano il paesaggio. Monte Carcaci è una di queste e per le sue vocazioni è stata destinata a riserva naturale regionale. L’azienda forestale ha attrezzato parecchi sentieri di visita e ricostituito alcune delle più vive testimonianze del passato pastorale della zona.

Carcaci.map

Partenza e arrivo: Rifugio Forestale di Marcato delle Lavanche. Si raggiunge da Palermo utilizzando la Superstrada per Agrigento fino a Lercara Friddi, quindi un tratto della statale 188 per Prizzi fino in località Cantoniera Ricovero. Da qui, deviando a destra lungo un percorso sterrato di 6 km si raggiunge il rifugio. Tempo di percorrenza: 3 ore. Dislivello: 180 metri – Condizioni del percorso: sentieri e piste forestali. Segnavia: segnavia 1 – 4. Periodo consigliato: fino all’inizio dell’estate. Dove mangiare: nessun punto di ristoro, provvedere con colazione al sacco. Da assaggiare, a Lercara Friddi, le ‘muffolette’, panini con ricotta e formaggio. Indirizzi utili: Riserva naturale Monte Càrcaci, c/o Azienda foreste demaniali della Regione Siciliana, tel. 091.6274111-6274201 – http://www.parks.it/riserva.monte.carcaci – Aapit Palermo, piazza Castelnuovo 35, Palermo, tel. 091.6058351, E-mail: aapit@aapit.pa.it

Itinerario pubblicato su QUI TOURING, marzo 2003. 

Rosa canina
Rosa canina

Si parte dal rifugio (1) posto sul culmine di Marcato delle Lavanche, il cuore della riserva, fra il Pizzo Colobria (951 m) a nord e il Monte Carcaci (1196 m) a sud. Un laghetto rivela un’insospettata ricchezza d’acqua favorendo la vita di diverse specie animali e vegetali, tipiche delle zone umide. Una bacheca illustra la rete dei sentieri. Noi seguiremo quello denominato ‘Sentiero del Marcato’. Lasciata la strada, la traccia s’inerpica sul versante montuoso, fra piccole radure e cespugli di prugnolo che, in primavera, s’ammantano di candide fioriture bianche. Ma non fanno pure difetto la rosa canina, il caprifoglio, il perastro e il rovo comune. Tutti micro-ambienti che danno rifugio alla piccola fauna. Pian piano il bosco acquista spazio e vigore con begli esemplari di roverella e di leccio. Queste due specie di quercia si contendono l’intero versante settentrionale di Monte Carcaci. «Cc’eranu tanti cavaliricchi – dice il linguaggio dialettale – cu tanti cappiddicchi» per  raffigurare le piccole ghiande cadute a terra («…c’erano molti cavalierini,  con molti cappellini»). Alcuni passaggi rivelano l’intricato sviluppo delle edere e di altre specie lianose, aggrappate alle quercie. I ciclamini invadono il sottobosco con le loro tenere tinte.

M.Carcaci pagliaro
Pagliaro

A un tratto, dopo circa mezz’ora di cammino, si raggiunge una radura (2) più vasta delle altre e si scopre un caratteristico pagliaro, una costruzione circolare a cono con struttura in paglia e basamento in pietra a secco. Qui i pastori dormivano, cucinavano e preparavano il formaggio nel focolare centrale. Attorno ci sono i ricoveri notturni all’aperto per le pecore, ovvero gli ‘stazzi’. Sono recinti fissi, di forma grossomodo circolare, costituiti da grosse pietre poste l’una sopra l’altra e ostruiti alla sommità con sterpi e arbusti. Continuando nella salita si accede alla vetta del Monte Carcaci. Noi invece pieghiamo verso la carrareccia che discende dalla radura incontrando un paio di aree di sosta. Nel bosco si può udire il tambureggiare del picchio sui tronchi. Si tratta del Picchio rosso maggiore, l’unico presente in Sicilia. Poi, giunti allo sbocco sulla strada, si avvicina un pagliaro (3) di più vaste dimensioni, di forma rettangolare con due alti spioventi di incannicciato.

Pagliaro Carcaci
Pagliaro grande

Dal vicino belvedere si ammira il solitario baglio fortificato, detto ‘dell’Emiro’, di origine saracena, posto ai piedi del Pizzo Colobria. Citato una prima volta nel 1355 come Castello di Colobria, servì a controllare un vasto latifondo; nel XVI secolo ridusse la sua funzione a masseria agricola. Discese un paio di curve della strada, prende avvio, verso sinistra il sentiero ‘del pagliaro’ (segnavia 4) che, con largo giro avvicina ancora una di queste singolari costruzioni rurali (4) e poi confluisce nella strada di accesso alla riserva. Percorrendo in leggera salita quest’ultima si fa ritorno al rifugio forestale, da cui si era partiti.

In auto, sulla via del ritorno, uscendo dalla riserva in direzione di Riena, ci si imbatte, dopo qualche chilometro, nell’omonima piccola borgata in abbandono, ma che negli anni Trenta del secolo scorso, in periodo di regime, fu annoverata come modello di ideale villaggio rurale.

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Un’esplorazione selettiva dell’isola attraverso 14 microaree di particolare valore ambientale e naturalistico dove esercitare il tempo libero all’aria aperta (escursionismo, mountain-bike, canoa, cavallo ecc.). Troverete in queste pagine le gole dell’Alcantara, le ‘cave’ dell’Anapo nel Siracusano, i vulcani delle Eolie, le ‘trazzere’ dei Monti Sicani, le saline del Trapanese ma anche i pistacchi di Bronte, le cassate di Catania, i cannoli di Ragusa.

Sicilia – Outdoor, Albano Marcarini (a cura di -), De Agostini/Alleanza Ass., 2004, 204 pagine con foto, mappe e acquarelli, formato 13 x 20 cm – 8,00 €  – Acquista

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