A Torrechiara, rocca ‘altiera e felice’

Itinerario in bicicletta con partenza e arrivo alla stazione FS di Parma.

L’Emilia è la terra d’elezione della bicicletta. “Qui la bicicletta è una sorta di sedia ambulante” disse Cesare Zavattini. Se poi con il piacere di pedalare si ha anche la possibilità di attraversare verdi campagne che fanno da invito al mare delle colline appenniniche, di cedere alla tentazione di prelibati banchetti nella terra dei prosciutti e del parmigiano, di visitare splendidi monumenti ecco che una semplice scampagnata si può trasformare in un lieto ricordo.

Parma è il punto di partenza di questo itinerario, il bellissimo castello di Torrechiara la meta intermedia. Il castello offre uno straordinario spaccato della vita cortese del Quattrocento fatta di eroismi ma anche di struggenti storie d’amore in luoghi senza tempo. E’ una tranquilla escursione di una giornata su stradine di campagna, lontano dal traffico, che non presenta difficoltà di sorta. Solo nei pressi del castello una breve appendice collinare può risvegliare l’indole sportiva dei cicloturisti più appassionati.

Torrechiara

Il castello di Torrechiara

Lunghezza: 47 km. Dislivello: 350 metri. Tempo medio di percorrenza (escluse le soste): 3 ore – Condizioni del percorso: in prevalenza pianeggiante con alcune lievi asperità nel tratto intermedio, prima di giungere al castello di Torrechiara; interamente su strade asfaltate di viabilità locale, salvo brevissimi tratti sterrati; poco ombreggiato. – Altre informazioni. Possibilità di ristoro presso ogni abitato; fontane scarse. A Torrechiara si consigliano due ristoranti: Al mulino (al piede del castello), tel. 0521/355122; Alla taverna del castello, tel. 0521/355121. Il castello di Torrechiara è visitabile tutti i giorni salvo il lunedì: da marzo a ottobre il mercoledì, giovedi, venerdì e sabato dalle 8.30 alle 19.30, gli altri giorni con apertura alle 10.30; da novembre a febbraio la chiusura è anticipata alle 16.30/17. Info. 0521.355255. Info: http://www.portaletorrechiara.net – Ufficio IAT di Torrechiara, Strada Castello 10, tel. 0521.355009, www.comune.langhirano.pr.it – Presso la Badia di Torrechiara si trova un laboratorio apistico: si acquistano miele, pappa reale, tisane, creme e prodotti realizzati con le ricette della Farmacia Storica del Monastero di S. Giovanni Evangelista di Parma, dal quale la Badia dipende. I monaci svolgono anche ospitalità. Info: 0521.355017. Mezzo consigliato: bicicletta da turismo con cambio di velocità.

Itinerario collaudato il 7 maggio 1995 e pubblicato su Amicotreno, giugno 1995; aggiornato a dicembre 2014.

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L’itinerario prende il via dall’animata Piazza Dalla Chiesa, di fronte alla stazione ferroviaria di Parma. Ci si dirige verso il centro (via Verdi) lungo un percorso che inanella alcune delle maggiori attrattive monumentali della città: il palazzo della Pilotta, la chiesa della Madonna della Steccata, il palazzo del Governatore. La composta bellezza del nucleo storico induce alla sosta, magari a un caffè nella centralissima piazza Garibaldi. Si potrebbe indugiare nella riposante atmosfera di questa città ancora velata da un manto ducale, gelosa custode delle sue storiche istituzioni culturali.: il Teatro Regio, il Museo d’Antichità, la Biblioteca Palatina, la Galleria Farnese, l’Università. Ma riserviamo questi piaceri al ritorno. Non è un anacronismo, d’altro canto, l’ancora sentita riconoscenza dei parmensi verso i personaggi che nella storia diedero fasto alla città a cominciare dai Farnese per finire con l’’amata sovrana’ Maria Luigia, consorte di Napoleone e figlia dell’imperatore d’Austria. Da piazza Garibaldi si percorre dunque la storica Strada Farini, con i suoi connotati edilizi sei-settecenteschi, e si esce dal centro storico seguendo le indicazioni per Langhirano (Via Solferino, prolungamento di Strada Farini, indi a destra su Viale S. Martino e, a sinistra, sul Lungoparma/Viale Rustici). Si attraversa il torrente Parma sul ponte Dattaro seguendo la direzione obbligata fino all’incrocio semaforico con Via Montanara: qui si lascia la strada diretta a Langhirano e si imbocca, verso destra questa via, dotata nel tratto urbano di pista ciclabile laterale.

Si lasciano le ultime propaggini urbane e dopo aver sottopassato la tangenziale si guadagna l’aperta campagna. La strada, ora anche SP 56, procede sinuosa toccando in successione Gaione (km 7,7, alt.95), San Ruffino (km 9; seguire le indicazioni per Carignano) e Carignano, piccole frazioni nelle quali, fra le case di recente costruzione, spiccano ancora, contornate dai folti giardini, edifici colonici dalla solida e dignitosa architettura. A Carignano (km 12, alt. 129), di fronte al giardino di Villa Malanchini e accanto alla bella chiesa barocca di S.Pietro Apostolo, si abbandona Via Montanara e si imbocca, verso sinistra, Via Cava in direzione di Corcagnano che si raggiunge dopo un rettifilo che scavalca il torrente Cinghio. Prima di arrivare all’incrocio con la statale Massese, si piega a destra per Strada Torrazza. Lo sguardo punta ormai verso le vicine colline. La campagna è ben coltivata, spesso tenuta a prato; di tanto in tanto si scorgono festoni di vite appoggiati a gelsi o ad alberi da frutto; alti pioppi segnalano l’accesso alle cascine, sempre un poco discoste dalla strada; olmi e quercie centenarie vigilano ombrose i poderi. A un tratto si entra nel comune di Felino (Via Boccette) e infine si perviene all’incrocio con la strada pedemontana (km 19, alt.174) che si impegna per circa un chilometro verso sinistra (attenzione! traffico veloce), fino alla diramazione a destra per Calicella (Strada di Calicella) posta giusto all’altezza del cartello indicatore ‘Langhirano’.

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Inizia qui il tratto collinare dell’itinerario con brevi ma impegnative ascese. La fatica sarà ristorata dall’improvviso mutamento del panorama: guadagnando una modesta altitudine, lo sguardo si apre sull’ampia pianura, sulle dolci ondulazioni delle colline, sulla valle del Parma. Seguendo con attenzione il dettaglio riprodotto accanto alla carta generale dell’itinerario, si segue la lunga cresta della collina lasciando a destra la Strada della Buca. A un tratto, a un segnale di precedenza, si imbocca a destra la Strada di Arola tornando a salire. Fatta una curva, sempre sul dorso del colle, si scorgono quasi d’incanto, sulla sinistra, poco più in basso, le torri del castello di Torrechiara. Quando si giunge all’altezza della chiesuola di Casatico (km 24,2, alt. 384), sulla destra, si lascia la strada di crinale e si scende a sinistra su Via della Chiesa. Ora si volge in discesa puntando verso lo sprone sul quale si erge il castello.

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1. Il castello di Torrechiara. “Invocato il nome de la redemtrice / Di cui prenome porto io petro rosso / Fondaj sta rocca altiera et felice / M. de magio quarantaocto era il corco CCCC / Et cuum divino aiuto fu perfecta / Avanti chel sexanta fusse scorso”. Questi sono i versi scolpiti all’ingresso di uno dei più bel castelli della regione, splendidamente restaurato. Non si può non restare affascinati di fronte a una simile opera e l’ammirazione cresce ancor più quando si viene a sapere che il castello fu eretto per una passione amorosa, quella che il suo proprietario Pier Maria Rossi (1413-1482), colto e prode condottiero, strinse con Bianca Pellegrini, soave damigella comasca. A metà fra il munito fortilizio e una sontuosa reggia signorile, il castello si eleva da un’altura, sorretto da una triplice cinta  difensiva fino alla piattaforma sulla quale è solidamente fondata la vera e propria rocca, dalla forma quadrangolare tipica del fortilizi medievali con quattro torrioni angolari, fra i quali spicca il dongione più elevato.

Gli interni sono la vera sopresa. Pur spogli dell’originario arredo, lasciano presagire il dipanarsi della vita di corte: l’esercizio della potestà feudale da parte del Signore, i ritrovi intellettuali e festosi, le partite di caccia, i solitari ritiri contemplativi. Insomma tutti quegli episodi che il visitatore trova oggi raffigurati sulle pareti dei vari ambienti interni. E’ una sorta di romanzo affrescato in cui, in una moltitudine di immagini ‘a grottesche’, si identificano animali, scene naturali a ‘trompe l’oeil’, personaggi mitologici, paesaggi, addirittura carte geografiche e poi soggetti curiosi o stravaganti come un gruppo di acrobati o un maldestro vivandiere che inciampa nel servire i piatti. Sono per gran parte opera di Cesare Baglioni, pittore bolognese vissuto nella seconda metà del Cinquecento.

Ma è la ‘Camera d’oro’ il gioiello del castello, il luogo degli appassionati incontri fra il Signore e la sua amante. Dalle pitture della volta, attribuite a Benedetto Bembo, traspare un sentimento umanistico non privo di un certo, ingenuo realismo: Bianca è raffigurata quattro volte in viaggio fra le terre e i castelli dei Rossi, in mantello e bordone alla ricerca del suo amato; in una lunetta Cupido è già in atto di scagliare i suoi fatali dardi, mentre in una seconda è raffigurato Pier Maria Rossi, in veste di fiero condottiero. Le pareti della sala, fino a una certa altezza sono interamente rivestite di terracotte decorate. «Fuor dalla sala, sporge un balcone d’onde si vede tutta la Liguria detta di sopra et l’Emilia ch’è quel paese che si trova fra Parma e l’Alpi di Liguri Montani» come ebbe a dire un illustre visitatore di quei tempi.

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Pier Maria Rossi fu eccellente condottiero e uomo erudito che si ritagliò in queste terre, fra Berceto e Roccabianca, un piccolo dominio vigilato da ben 27 castelli. La sua gloria fu alla fine offuscata dall’odio e, forse dall’invidia, di Lodovico il Moro che nel 1483 con la complicità dei Pallavicino, vicini e animosi oppositori, si impossessò del castello. Il Rossi era però già spirato l’anno precedente nel sua amatissima dimora.

Lasciato il castello, non senza aver dato un’occhiata al borgo che lo cinge con una triplice schiera di caseggiati di fattura medievale (vi si notano molti portali e finestre archiacute e anche un insolito sottopasso ad architrave), si scende al nucleo a valle della rocca che si sviluppa attorno alla bella piazza Leoni, cinta da portici su due lati e con l’oratorio dedicato a San Rocco (XVI sec.). Quindi si punta in direzione della Badia di Torrechiara (km 26,1, alt. 221), cui si può accedere per la visita.

2. La Badia di Torrechiara. Voluta anch’essa da Pier Maria Rossi per il figlio Ugolino, fu costruita nel 1471. La chiesa romanica preesistente alla fondazione fu riconfigurata con un cornicione in cotto tardo gotico e un rosone in posizione eccentrica sulla facciata a capanna. L’interno, a una sola navata e due cappelle sul lato destro, contiene affreschi di Giovan Battista Merano. Sul pilastro che separa le cappelle, figura una Madonna col Bambino, affresco di scuola lombarda del XV secolo. Nel chiostro si vedono alcuni capitelli affini a quelli del cortile d’onore del Castello mentre nelle sale attigue, e in particolare nel refettorio, sono conservati dipinti, medaglioni con paesaggi, lunette con scene bibliche in via di restauro.

Si affronta ora il percorso di ritorno seguendo la naturale e sinuosa direttrice della strada che segue la sponda sinistra del torrente Parma (strada Val Parma). Lungo la via si possono apprezzare rustiche ville di campagna: a Pannocchia, poco prima dell’incrocio con la pedemontana, la villa Rognoni con un’alta torretta, forse avanzo di un antico fortilizio; nel tratto seguente, fino a Vigatto, villa Ghia e villa Queirazza. Il piccolo nucleo di Vigatto (km 34,5, alt. 118) offre la visita della chiesa di San Pietro, che conserva un ricco patrimonio di tele sette-ottocentesche; accanto alla chiesa, la villa Meli Lupi circondata da un lussureggiante parco. Golosa specialità di Vigatto, ma in generale di tutto il Parmense, è la ‘torta fritta’ che va degustata calda e croccante: sono triangolini di pasta sui quali si stendono scaglie di prosciutto o di ‘culatello’.

Superata l’altra frazione Alberi (km 36,6, alt. 95), la strada , ora Strada Martinella, sbocca sulla statale Massese, ormai alla periferia di Parma. Si seguono le indicazioni per il centro città, tornando sul percorso affrontato in andata. In attesa del treno per il ritorno si può ora liberamente indugiare nel centro storico, facendo magari una breve diversione oltretorrente per attraversare il Parco Ducale, disegnato dal Vignola nel 1559, poi accresciuto e modificato nelle sue originarie forme di giardino ‘all’italiana’ dai successivi interventi dei Borboni e di Maria Luigia.

Km 47 Stazione FS di Parma, alt. 53.

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