Itinerario pedonale a doppio anello nei boschi di Montechino, frazione di Gropparello, Appennino Piacentino
L’ evento trasformò il villaggio e i territori del comune di Gropparello in un gigantesco cantiere con centinaia di incastellature di legno – i ‘derrick’ – nelle quali erano contenute le trivelle. In una realtà appenninica dominata dall’agricoltura, Montechino era un piccolo centro industriale, con ingegneri, tecnici, operai specializzati. Considerato di ottima qualità il combustibile veniva condotto su carri-cisterna alla raffineria di Firenzuola d’Arda e quindi immesso sul mercato anche come carburante – benzina – per i motori. Purtroppo le tecniche allora primordiali, il progressivo esaurimento degli strati superficiali pregni di minerale ma soprattutto le devastazioni seguite ai bombardamenti subiti durante la Seconda guerra mondiale portarono alla chiusura dell’attività estrattiva. Si smontarono gli impianti, i perforatori tornarono al lavoro dei campi o all’emigrazione nelle fabbriche della pianura e Montechino tornò nella quiete di sempre, distesa sulle colline di un paesaggio che tuttora, per la sua bellezza, lascia d’incanto. Questo breve e facile itinerario, nei boschi attorno a Montechino, sul cui cartello indicatore stradale campeggia con fierezza l’attributo di ‘Paese del Petrolio’, conduce ai vecchi luoghi estrattivi. Purtroppo rimane pochissimo di quella nostrana epopea: qualche foto nel locale Circolo operaio, un paio di bocchettoni dei pozzi otturati e uno, invece, curiosamente ancora attivo con la fiammella ardente che scaturisce da un alto tubo in metallo, come una sorta di piccola ciminiera petrolifera.
Partenza e arrivo: Montechino. Si raggiunge da Piacenza (36 km) con la SP 6 per Carpaneto P. prima di entrare in paese si piega a destra sulla SP X per Gropparello; quindi si prosegue per Montechino.
Lunghezza: 5.1 km Dislivello: 170 metri Tempo di percorrenza: 1 ora e 30 minuti. Segnavia: stella bianco/rossa del Sentieri della Libertà. Difficoltà: per escursionisti, senza particolari difficoltà. Condizioni del percorso: sentieri e strade campestri. Periodo indicato: sempre, ma da evitare dopo forti piogge (terreno fangoso).
Dove mangiare: Agriturismo Da Schiavi, loc Bozzini di Groppovisdomo, 0523.857154 – 333.4487636. Il Circolino di Montechino apre il pomeriggio per un caffé.
Per un certo periodo un piccolo lembo dell’Emilia pensava di trasformarsi nel Texas italiano. Nei dintorni del piccolo abitato di Montechino, nell’Appennino Piacentino, a cavallo fra ‘8 e ‘900, si scoprirono, o meglio si sfruttarono con metodo sistematico, alcuni pozzi del cosiddetto ‘olio di pietra’, in altre parole il petrolio.
L’alta valle del Riglio dove all’inizio del XX secolo si scavarono i pozzi petroliferi
1. Si prende avvio dalla poche case di Montechino (alt. 524), nel crocicchio dov’è il monumento a ricordo di Ettore Rosso, medaglia d’oro della Resistenza. I pozzi furono di grande interesse strategico durante la guerra, sia per i tedeschi sia per la Repubblica sociale, e quindi un obiettivo primario per la Resistenza. Conteso tra partigiani e fascisti, Montechino fu teatro di aspri scontri fino agli ultimi giorni del conflitto. Il movimento partigiano si era sviluppato grazie alle precedenti conquiste degli operai dei cantieri petroliferi e dei contadini, i quali fin dal 1921 si erano coraggiosamente opposti alla violenza squadrista tanto da annoverare Montechino fra i centri più avanzati delle lotte sindacali nel Piacentino.
L’itinerario, ideato dalla locale Pro Loco, si snoda intorno al paese disegnando un doppio anello, segnalato da targhette con un stella di colore bianco/rosso. Ci si avvia seguendo in discesa la strada indicante ‘Breda Sotto’.
2. In breve si giunge al campo sportivo e si piega a destra lungo Via del Perforatore, di logico significato. Quindi, rispettando il segnavia con la stella, si piega a sinistra su uno stradello campestre che ben presto si apre panoramicamente sulla valle del Riglio con il prospettante larga grotta collinare che separa dalla retrostante Val Nure. Dopo le prime curve appare agli occhi una vetusta farnia che conta sicuramente parecchie decine di anni e che probabilmente ha visto le squadre dei perforatori alla ricerca del prezioso minerale. A Montechino furono perforati complessivamente 349 pozzi per una profondità complessiva di 231.275 metri. Un solo pozzo – il n. 38, profondo 461 metri, produsse in tre mesi consecutivi, 40 mila litri di petrolio al giorno prima di esaurirsi. L’estrazione avveniva comunque con metodi poco funzionali così che spesso il liquido nero traboccava sul terreno. La trivellazione avveniva con percussione a secco perforando mediamente dai 10 ai 12 metri al giorno. Inoltre si trascurò inizialmente tutto lo stoccaggio del gas naturale, pure presente in grandi quantità e che andò disperso nell’aria. Questo primo anello, sotto l’abitato, consente anche di scorgere poco distante, sopra una rupe, il castello di Montechino, o Monte Occhino come era un tempo denominato il villaggio, attinenza della potente famiglia Nicelli che lo ebbe in feudo, assieme a gran parte della valle, da Filippo Maria Visconti nel 1441, e lo detenne per oltre due secoli fino all’estinzione della famiglia stessa. La rude fortezza spicca dalla boscaglia con la sua struttura in sasso e con i suoi torrioni quadrati agli angoli.
3. Proseguendo nel cammino ci si inoltra nella boscaglia per poi, tendendo verso destra, rimontare fra la case di Montechino, accanto al Circolino (aperto solo il pomeriggio) le cui pareti, oltre a una smodata devozione verso la squadra di calcio del Piacenza, espongono alcune foto storiche degli impianti petroliferi. Il primo periodo di sfruttamento ebbe inizio nel 1866 grazie a una società genovese dall’incoraggiante nome de ‘L’Esploratore’. Poi vi succedettero una società francese una tedesca. Dal 1906 l’attività passò alla società piacentina Petroli d’Italia che investì poi i suoi profitti in ricerche petrolifere in Romania e nella Polonia.
A questo punto si torna al monumento dal quale si era partiti e di inizia il secondo anello. Si sale su uno stradello sassoso a fianco del cimitero, guadagnando il bosco.
4. Dopo qualche centinaio di metri si giunge a una radura prativa che si percorre in salita. Si avvicina poi un breve tratto di percorso che sarà comune anche al ritorno. Per ora si procede in salita. A un tratto il segnavia indica a destra inoltrandosi nel bosco ma su una traccia un po’ incerta. Suggerirei di proseguire ancora in salita fino ad arrivare sul crinale che guarda verso la vallata del Chero.
5. Qui si volge a destra, seguendo la carrareccia che avvicina il versante ovest del boscoso M. Falò (alt. 681). Più avanti si ritrova il segnavia con la stella, accanto ai vasti prati che declinano verso il fondovalle del Chero.
6. Si giunge a un insellatura: sulla destra, nel sottobosco, si cela la bocca otturata di un pozzo. La presenza di ‘olio di pietra’ non era comunque una novità in queste vallate: scienziati del XIV e del XVIII sec. ne confermarono l’esistenza, mentre i contadini s’imbattevano talvolta in improvvise sorgenti oleose che, se otturate, ricomparivano poco dopo non molto distanti. Si dice che molti di loro usassero la sostanza, raffinata quasi naturalmente, anche dopo la cessazione dell’attività, per muovere i trattori e anche le auto. Difatti con l’avvento del motore a scoppio il petrolio di Montechino divenne ricercato assicurando il miglior rendimento ai motori. Interpellato allora un tecnico egli rilevò che il petrolio estratto ««è leggerissimo, di un bel colore paglierino, più o meno carico a seconda della profondità da cui proviene, è molto ricco di benzina». Si prosegue rispettando sempre il segnavia che si mantiene sempre sul filo del crinale, salendo un’altura. Prestando attenzione, si possono notare ampi avvallamenti nel terreno, lasciati dai bombardamenti alleati della primavera 1945. Superato un culmine il sentiero scende profondamente incavato nel terreno nella boscaglia di roverelle.
7. Infine si giunge all’unica bocca petrolifera ancora attiva: un tubo verticale lascia emanare uno sfiato di gas che al contatto con l’aria prende fuoco. I giacimenti di Montechino ebbero un rigurgito di attualità nel 1973 quando, in piena crisi petrolifera, si pensò alla loro riattivazione senza però prendere l’idea in seria considerazione vista la limitata disponibilità della risorsa rispetto a una domanda ormai cresciuta a ritmi esponenziali. Pochi passi più avanti, il segnavia indica la direzione di destra. Dopo un altro tratto di bosco ci si raccorda con il cammino dell’andata, ma per poche decine di metri, in discesa, per poi deviare a sinistra e continuare la discesa su un ripido stradello.
Il pozzo attivo di Montechino
8. In fondo si arriva ad un’area prativa che ospitava la Forgia, ovvero le officine destinate alla produzione delle tubazioni per lo stoccaggio del petrolio. Si esce dall’area in fondo, a sinistra, dove si trova una riproduzione in legno di una torre di perforazione. Si attraversa la strada provinciale e si scende dalla parte opposta (Via Suvernoni) raggiungendo velocemente il campo sportivo e il centro di Montechino.
Montechino nella Guida Rossa
La prima edizione della Guida d’Italia del Touring Club Italiano, edita nel 1916, dedica un intero capitolo alla visita dei pozzi di Montechino. La descrizione, come era nei modi del suo autore L.V. Bertarelli, è molto viva e realistica e vale riportarla integralmente, con le sue convenzionali abbreviazioni: «Si sale vivam. per entrare nella valletta del T.Riglio, montando sulla costa divisoria tra Riglio e Vezzano sulla quale già appaiono i primi pozzi. Tosto se ne vede una maggior quantità sul fianco della valle. *Vista magnif tutto intorno. Ad ogni pozzo, la proibizione di fumare e l’avviso del pericolo di esplosioni. Dappertutto tubi, serbatoi, tiranti in movimento per le pompe, piccole officine. Giunti poco lunghi dal paesetto di Montechino, la strada scende stretta, ripida ed un po’ difficile per auto, al Cantiere Gratera. I cantieri princip. sono nelle località Flora e Breda; tra le due, il paese di Montechino ed il cast. Sulla facciata della chiesa, lapide che ricorda un’esplosione che costò parecchie vite (1903).
L’industria del petrolio – Questa industria, altrove tra le più grandiose, non si è ancora largamente affermata da noi, malgrado i molti indizi dell’esistenza del prezioso minerale e gli sforzi di pochi valorosi convinti. L’Emilia è il nostro maggior bacino petrolifero: i due princip. centri sono Montechino e Velléja, della Società Petroli d’Italia, succeduta ad altre, e che in una diecina d’anni ha dato loro un notevole sviluppo. In totale ha 360 pozzi con 400 operai. La produzione media degli ultimi 10 anni è di circa 7000 t. annue. La trivellazione si fa meccanicam., col sistema a secco canadese-pensilvanico, a percussione, con corda od aste. L’impianto di un pozzo comprende: un derrick (forra di legname) alto circa 18 m.; un movimento (o dispositivo di sondaggio) ed un motore. I pozzi sono profondi da 200 a 1200 m.; generalm. da 400 a 600. Il foro iniziale è di 50 cent. di diam. e lo si riduce per successive colonne di 100-200 m fino a 10 cent. Il rivestim., o protezione, è con tubi di acciaio o di ferro chiodati; tubi che poi si ricuperano in parte a lavoro finito estraendoli con energica trazione. Si lavora giorno e notte (feste escluse). Lo scavo progredisce 4-5 m. circa ogni 24 ore. Le emanaz. gassose durante lo scavo sono talvolta improvvise e violente, producendo gettito di liquidi e di pietre, che tosto cessa. Anche il petrolio qualche volta affluisce, ma per breve tempo, in alti zampilli. Allora si prendono grandi precauz. contro gli incendi. Poi il petrolio viene estratto mediante piccoliss. pompe aspiranti-portanti spinte con aste fino in fondo ai pozzi. Il raggiungim. di uno strato filtrante petrolio, segna generalm. la cessaz. dello scavo; il pozzo viene messo in pompamento. Si toglie l’impianto di perforaz. e lo si utilizza altrove. Per pompare si dispone un piccolo bilanciere a cui una fune trasmette in moto alternativo d’una ruota oscillante, azionata da un motore. Queste ruote oscillanti costituiscono piccoli impianti centrali, bastevoli ognuno per parecchi pozzi in pompamento e con le loro trasmiss. a fune formano un insieme caratteristico, economico, pratico e pittorico. Il petrolio decantato in vasche per numerose condutture serpeggianti che si aggruppano, fa capo aa serbatoi centrali di centinaia di metri cubi, da cui un tubo di 70 mm. lungo 40 km., lo conduce a Fiorenzuola d’Arda ove avviene la distillazione. Il petrolio greggio (nafta) del Piacentino ha alto valore; contiene 44% di benzina e 54% di petrolio. Il totale dei metri forati in tutti i pozzi si aggira ora sui 10.000 m. annui. Il turista si trova in un mondo nuovo nelle miniere di Montechino tra le numerose torri dei pozzi, le baracche delle officine e dei magazzini, le casette d’abitaz. nel verde d’una discreta vegetazione. La sezione Gratera ha una quarantina di pozzi; la vera miniera di Montechino, un centinaio, parte in pompamento, parte esaurita».
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