Il Po, nel suo tratto mediano, fra Emilia e Lombardia, si abbandona alla lentezza. Il suo grande corpo d’acqua divaga nella Pianura Padana senza fretta. Si distende, si allarga, si ramifica, compie dei larghi giri, accetta con disinteresse gli apporti dei suoi affluenti, più corposi e costanti quelli di sinistra che scendono dalle Alpi, più capricciosi e saltuari quelli di destra che arrivano dall’Appennino. Le anse del fiume sembrano le ‘elle’ o le ‘effe’ di una largheggiante calligrafia scolastica. A rincorrerle in bicicletta sugli argini c’è da compiere chilometri senza spostarsi di molto nella direzione normale del fiume, da occidente a oriente. Però è bello perché si tratta di pedalare a un passo dal cielo, rialzati di quel tanto che l’argine permette e che consente di vedere più lontano: i riquadri delle campagne, le partiture dei pioppeti, il miscuglio dei boschi di ripa, le isolate cascine, i campanili e le strade diritte, il lontano fondale delle montagne che cingono la pianura. Dicono poi che sulle scarpate degli argini ci sono fiori sfuggiti ai diserbanti che qui hanno trovato rifugio e protezione. Per questo sugli argini ci sono farfalle e anche api intente nella loro instancabile raccolta. Per questo è piacevole rincorrersi pedalando anche se i rettifili sembrano infiniti e il vento, a volte, ostile.
La ‘Via Po’ è la celebrazione degli argini in bicicletta. Si tratta di un itinerario ciclo-turistico che, nel Piacentino, segue con fedeltà l’argine maestro di destra del Po, dal confine con la provincia di Pavia al confine con quella di Parma. Ha una lunghezza di 110 km e nel mezzo incontra il capoluogo, Piacenza, città di discreta e eclettica bellezza. Attrezzato ormai da una decina d’anni offre una valida alternativa al percorso della sponda lombarda – fra l’altro ben collegata tramite i ponti ciclabili di Piacenza e di Cremona – e un fondo praticamente tutto su asfalto, il che rende più agevole la pedalata per ogni tipo di bicicletta. Due giornate di viaggio sono ben spese su questo itinerario, soprattutto se in primavera o all’inizio dell’autunno.
NOTE TECNICHE
Lunghezza: 110 km
Punto di partenza: stazione Fs di Castel San Giovanni sulla linea Piacenza-Voghera; Punto di arrivo: Ongina, frazione del comune di Busseto (PR)
Come arrivare e ripartire. Avendo Piacenza come punto di riferimento ci si sposta in treno (Servizio Treno+Bici) a Castel San Giovanni. Dal punto di arrivo a Ongina, invece, occorre aggiungere 17 km in bici (via S.Agata, Mércore) per raggiungere la stazione Fs di Fiorenzuola d’Arda e fare ritorno a Piacenza in treno. In tal caso è anche da valutare un ritorno diretto in bici a Piacenza (32 km) via S. Pietro in Cerro, Caorso.
Condizioni d’uso. In prevalenza strada arginale (argine maestro di destra Po) della larghezza media di 3-4 metri, asfaltata (92.8%) o sterrata (7.2%) con limitazione di traffico veicolare; qualche tratto di strada promiscua a Piacenza e negli altri centri abitati. Sull’argine maestro del Po, a oriente di Piacenza, il transito dei veicoli a motore è precluso da marzo a metà ottobre nei giorni di sabato e domenica. Segnaletica. Cartelli ‘Via Po’ abbastanza frequenti, un po’ stinti, in alcuni casi fuorvianti quando suggeriscono varianti di percorso. Sicurezza. Rare le intersezioni con la viabilità ordinaria, per lo più nei centri abitati, ma pericoloso il tratto di 500 metri lungo il ponte sul Trebbia (S.S.10). Dislivello. Insensibile. Altezza massima: 69 metri a Castel San Giovanni (partenza). Altezza minima: 38 metri a Ongina (arrivo) Mezzo consigliato: bici da turismo, mountain-bike, gravel, e-bike. Le osservazioni naturalistiche richiedono pazienza e buone condizioni ambientali, ma portare con sé un binocolo può favorire qualche incontro ravvicinato con le molte specie di uccelli che frequentano le zone più recondite della golena del Po.
Gps track disponibile su richiesta a info@guidedautore.it
Supporti e assistenza: Magnani Carlo bici, p.za Gramsci 1, Castel San Giovanni, 0523.882299; Ciclosport, via Fratelli bandiera 45a, Castel San Giovanni, 0523.882192; Raschiani cicli, via Curiel 1, S.Nicolò a Trebbia, 0523.760870; Biondi Pallavera cicli, via Boselli 6, 0523.755193; Ciclo Point Piacenza, via Caduti sulla strada 37, Piacenza, 0523.606970; Gianni Villa, via Roma 7, Castelvetro Piacentino, 0523.823396.
Dove mangiare. Diversi ristoranti sono citati nelle pagine a seguire. A questi si aggiungono: trattoria I Templari, via Mazzini 11, Calendasco, 0523.771224; ristorante La Casa del Fiume, strada Aguzzafame 75, Piacenza, 0523.498237; trattoria Capolinea, via Caorsana Fossadello 24, Caorso, 0523.821035; trattoria Tonoli, via Minzoni 13, Caorso, 0523.1725317; trattoria Ghioni, via matteotti, Zerbio, 0523.821252; trattoria Dondé, via Mantova 11, S.Nazzaro, 0523.827431; ristorante Delfino, via Ferragalli 4, Monticelli d’Ongina, 0523.820974.
Dove dormire. B&B Del Borgo, Via Poggiali 24, Piacenza, 0523.385436; Butterflys B&B, Via Cavour 37, Piacenza, 391.3403325; B&B La Finestra sul Po, via Centro, S.Nazzaro, 0523.1730922; B&B Oasis of Bikes, via Fabbrica 17, Villanova sull’Arda, 340.8984747.
Quando andare: primavera e autunno sono le stagioni migliori; in estate evitare le ore centrali della giornata; in ogni caso protezione contro i raggi solari e gli insetti; usare il casco.
Indirizzi utili. Iat Piacenza, piazza Cavalli 7, 0523.329324; Piacenza turismo, 366.4445424, www.visitpiacenza.it; Fiab Amolabici, via Giordani 2, Piacenza, 0523.332666; Museo etnografico del Po, castello di Monticelli d’Ongina, Piazza Casali 10, 338.1801426, www.museodelpo.it; Villanova Parchi (Isola Giarola), p.za Marocchi 1, Villanova d’Arda, www.villanovaparchi.it, 0523.837927; Circolo Amici del Po, Via Meucci 30, Monticelli d’Ongina, 0523.827781, amicidelpo.eu (noleggio biciclette con una ciclofficina di “primo soccorso”).


Castel San Giovanni. Lungo la fascia di transizione fra le colline piacentine della Val Tidone e la pianura prossima al fiume, questa cittadina merita un’occhiata per il ruolo storico lungo l’antica Via Postumia e per il regolare disegno urbanistico dovuto alla ricostruzione operata da Alberto Scotto alla fine del XIII secolo dopo la distruzione pavese del 1252. Prima ancora si sa di un villaggio romano, di una pieve detta di Olubra e di un fortilizio detto Milonus (954). Ma il nuovo borgo cancellò del tutto queste preesistenze ed ebbe il difficile compito di fronteggiare le ingerenze pavesi lungo un millenario confine che è perdurato fino a oggi. L’antico asse stradale univa in epoca romana la Pianura Padana con la Riviera Ligure attraverso il passo della Bocchetta. A Castel San Giovanni taglia in due, in senso est-ovest, il centro storico conformato a maglia ortogonale con due opposte porte d’accesso (non più esistenti): la Piacentina e la Pavese. La collegiata di S. Giovanni è del sec. XIV, dalla facciata tripartita con grandi arcate ogivali. L’interno contiene diverse opere d’arte fra cui, nella controfacciata un Crocifisso, ritenuto il capolavoro di Giacomo e Giovanni Angelo del Maino (1469). In piazza XX Settembre era ubicata la Porta Pavese, limite del borgo verso occidente; ad essa, secondo una mappa del 1625, si aggiunse un’espansione edilizia esterna con altri blocchi allineati lungo la Postumia. La piazza è oggi caratterizzata dal simmetrico prospetto di due bassi palazzi ottocenteschi, uno dei quali sede municipale. La chiesa di S. Rocco, erede di un oratorio preromanico e tipico edificio ‘di strada’ che raccoglieva i pellegrini della Strada Romea proveniente da Alessandria. Castel San Giovanni era luogo di ospitalità con diversi luoghi per l’assistenza ai viandanti: l’hospitale pievano di S.Pietro, quello di San Giacomo, quello di Santa Maria di Costola di Creta.

Bonifiche e idrovore. Tutta la fascia lungo il Po ha conosciuto una colonizzazione relativamente recente rispetto alle terre interne del pedemonte appenninico a causa della natura grossolana del suolo e delle difficoltà di regimazione delle acque. Qui, prima delle bonifiche, iniziate nel medioevo, si accumulavano i depositi detritici trasportati dai torrenti delle vallate appenniniche che alternano lunghi periodi di secca a improvvise e ingenti piene. Nel particolare la zona fra Sarmato, Fontana Pradosa e Castel San Giovanni era solcata da numerosi piccoli corsi d’acqua che, nei periodi di piena del Po, non potendo defluire nel grande fiume, si espandevano rovinosamente nelle campagne. Le potenti idrovore, come quella di Casino dei Boschi e più avanti nel percorso quella della Finarda, hanno avuto appunto lo scopo di controllare le acque della pianura e convogliarle artificialmente verso il Po attraverso una rete di oltre 2000 km di canali, fra grandi e piccoli. Il bell’edificio di Casino dei Boschi entrò in funzione nel 1920 ed è tuttora attivo. Nel prosieguo dell’itinerario avremo modo di osservare molte altre opere idrauliche che stanno a dimostrazione del carattere quasi del tutto artificiale di questo lembo di pianura.

L’argine maestro del Po. Nella campagna si scorge il campanile della chiesa di S.Imento, frazione di Calendasco; sullo sfondo le prime colline del Piacentino e, se la giornata è tersa, il lontano Monte Penice. L’argine, sopraelevato di 3-4 metri sul piano di campagna ha il vantaggio di rendere le visuali più profonde ma soprattutto, sotto il profilo ecologico, di radunare sulle sue scarpate la flora che le colture intensive hanno rarefatto. Qui si trovano le specie dei prati pingui e, nelle fasce più umide, verso il fiume o lungo i canali, anche specie igrofile. Accanto a qualche cascinale si notano delle macchie boschive composte da farnie, carpini bianchi, olmi e aceri oltre che dall’invadente robinia, mentre lungo il fiume si scorge ancora qualche filare di salice bianco associato ai pioppi. Ma la fascia golenale è anche l’approdo di alcune specie esotiche che si sono ben naturalizzate come il luppolo del Giappone o l’indaco bastardo.
La foce del Trebbia. Classificata come ‘zona di importanza comunitaria’ è un ampio ghiareto alluvionale con macchie di vegetazione, pozze d’acqua, dossi e avvallamenti. Il luogo è favorevole alla nidificazione di parecchie specie di uccelli, fra le quali il martin pescatore, la cannaiola, il torcicollo, il cuculo, il pendolino. A piedi, seguendo l’argine della Trebbia si può arrivare fino alla Puglia, un saliceto posto all’incontro dei due fiumi. Sorprendente la mutazione nei secoli della foce del Trebbia nel Po. Questo importante fiume aveva in antico foce a est del castrum romano di Piacenza (e in tal modo gli storici hanno potuto ricostruire con esattezza i movimenti degli opposti eserciti nella celebre battaglia che vide come protagonista Annibale nel 218 a.C.), dunque molto lontana dalla foce odierna, a occidente della città. Foce comunque non stabile, poiché alla fine del XVII sec. risulta ubicata alcuni chilometri questa volta più a occidente dell’attuale presso la località di Cotrebbia Vecchia (caput Trebie). Sconvolgimenti di tale portata, spesso causati dalle piene del fiumi, ebbero sempre pesanti conseguenze sull’organizzazione di queste terre. Scomparvero abitati, di nuovi se ne crearono, altri si trovarono d’incanto, dopo un’alluvione, spostati dall’una all’opposta sponda. Vaste paludi, laghetti, ghiaie, isolotti, scoli, lanche e acque morte impedivano una precisa definizione di un contesto di continuo turbato dagli eventi naturali. Va anche detto che arginature artificiali, se esistevano, non potevano essere che rudimentali e ben poco efficaci di fronte alla devastante furia delle acque.

L’Oasi De Pinedo. Si tratta di una vaste area golenale boschiva entro la quale sussistono molti degli ambienti tipici delle zone umide: canneti, lanche ‘morte’ del fiume e anche un isolotto fluviale, rifugio di una colonia di garzette e nitticore. Fra l’altro vi si riconosce un tratto dell’antico alveo del torrente Nure, in passato confluente nel Po molto più a valle di oggi. Paradossalmente la conservazione di quest’area naturale è dovuta alla presenza, nel suo interno, della dismessa centrale nucleare di Caorso, della quale l’oasi costituisce la sua ‘cintura di tutela’. Secondo il dire locale l’area è intitolata all’aviatore Francesco De Pinedo, distintosi durante la prima guerra mondiale, per la presenza di numerose specie di uccelli migratori. Difficile pensare di avvicinare in bicicletta il patrimonio faunistico della zona, ma, se si è abili a scrutare il cielo, potrebbe capitare di scorgere in primavera il volo del falco di palude, nidificante nell’oasi.
Monticelli d’Ongina. Si faceva chiamare il ‘Magnifico’, prima ancora del noto Lorenzo dei Medici, Rolando Pallavicino, condottiero e signore delle terre lungo il Po a cavallo fra Piacenza e Parma. Era lo Stato Pallavicino, uno Stato cuscinetto di una famiglia di origini cremonesi che si barcamenò con ottimi risultati fra le pretese della Repubblica di Venezia da una parte e i Visconti milanesi dall’altra. Con sagacia ed equilibrio, ma anche con furbizia e spregiudicatezza Rolando riuscì nell’intento di mantenere a sè domini e privilegi, tanto che alla sua morte, nel 1457, poté ripartirli in parti eque fra i suoi sette figli. Il castello di Monticelli era una delle sue dimore preferite. Il figlio Carlo, vescovo di Lodi, lo impreziosì di affreschi, firmati da Bonifacio Bembo. È un bel castello, forse il più bello sulle sponde del Po, ancora oggi, tutto in mattoni, di forma quadrangolare con quattro torri ai vertici; due porte, protette ognuna da un mastio con i segni dei ponti levatoi gettati sul fossato, ora area verde. Attualmente ospita il museo etnografico del Po, l’aquario e un piccolo museo archeologico.

Soarza. Spesso gli abitati posti a ridosso dell’argine trovavano la loro ragion d’essere per via dei ‘porti’, dei mulini natanti, dei traffici con relativi dazi che si originavano lungo il Po. Soarza è uno di questi con una caratteristica, quella di essere rimasto nella sua veste edilizia praticamente incorrotto dalla metà dell’Ottocento quando ebbe incremento l’attività agricola della zona. L’unico mutamento è stato la modifica dell’alveo del torrente Arda, fino al 1853 scorrente in fregio all’abitato e poi spostato più a oriente. L’elemento di spicco dell’abitato è la monumentale cascina Pissavacca con il suo cancello e il viale d’accesso centrato sulla palazzina padronale. Similmente ad una villa, un portico passante prolunga la prospettiva sulla campagna, mentre ai lati si dispongono gli edifici aziendali; sul prospetto stradale invece sono i lunghi e bassi corpi delle residenze contadine. Il tutto fu dovuto all’oculata gestione della famiglia genovese dei Picasso Ratto. In particolare la contessa Luisa, sulla via a lei intolata, fece erigere la chiesa neogotica e l’asilo infantile.

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