Un sentiero del cuore nell’alta Val Brevenna

Itinerario circolare a piedi nell’Alta Val Brevenna, nell’Appennino Genovese.

L’hanno denominata ‘cultura della fatica’ quella che si esplicitava nelle vallate interne del Genovesato. Lembi di terra acclive che ospitavano, fino alla fine dell’Ottocento, una popolazione insolitamente densa, tutta dedita al lavoro agricolo. Il solo comune di Val Brevenna possiede ancora oggi 44 frazioni, ma quasi tutte spopolate, molte cancellate dall’avanzare della vegetazione spontanea. A quei tempi fu l’emigrazione la grande piaga, poiché le magre risorse alimentari del territorio non potevano sfamare tutti. E stupisce, ad esempio, vedere, come a Tonno, il monumento ai caduti ricordi i paesani emigranti oltre oceano, nella lontana Buenos Aires, che contribuirono alla sua erezione. La Val Brevenna, tributaria della Valle Scrivia, si chiude alle falde del Monte Àntola. Per arrivare ai villaggi più alti, vicini ai 1000 metri d’altitudine, si coprono chilometri di strade neppure indicate sui navigatori, nascoste dalla coltre dei boschi. Stinti e precari cartelli indicano le varie destinazioni e ci si chiede se davvero arrivano a una meta o si perdono dietro la prima curva. Ciò che vediamo ricoperto dal bosco era, fino a un secolo fa e anche meno, terreno coltivo, disposto in fasce e intersecato da un’incredibile rete di sentieri e mulattiere, di cui solo poco rimane per usi escursionistici, grazie allo sforzo di associazioni e dal Parco naturale dell’Àntola. Erano sentieri di arroccamento che dai villaggi di mezza costa portavano, su solide basi selciate, ai crinali dove era possibile orientarsi e traguardare le mete lontane della Pianura Padana raggiunte stagionalmente dai contadini in cerca di lavoro. «Ai primi di giugno – si legge nella Guida per escursioni negli Appennini di Giovanni Dellepiane, datata 1896 – dai villaggi di queste montagne partono frotte di donne e di adolescenti dei due sessi che scendono in Lomellina per sradicare le male erbe nelle risaie. Si fermano con la circa un mese; troppo spesso però ne riportano la febbre palustre, che rovina la salute e fa loro consumare in medicine il modesto peculio guadagnato». 

Tonno

Il Monte Àntola era il faro da cui per infinite dorsali si scendeva in Val Borbera, in Val Trebbia, in Valle Scrivia. Il rifugio, posto alle sue pendici era il luogo di raduno dei paesani per continuare poi in gruppo il loro viaggio. Ma erano gli stessi sentieri che collegavano i mulini, le prime vere ‘industrie di trasformazione’, negli ombrosi e umidi fondovalle, con i soprastanti paesi. In Val Brevenna erano in attività ben quindici mulini, oggi ‘case con le ossa scoperte’ come quello che s’incontrerà sotto Casareggio. Gli stessi sentieri, infine, usati per la monticazione estiva dei bestiame, verso i pascoli dell’Àntola da sempre ritenuti ‘miracolosi’ per la qualità del foraggio e che diedero alla montagna un fascino quasi sacrale. Il nostro itinerario ripercorre, con un lungo giro, queste antiche vie perpetuandone la memoria.


TACCUINO DI VIAGGIO

Itinerario pedonale ad anello nell’alta Val Brevenna (GE).

Partenza e arrivo: Chiappa, frazione di Valbrevenna. Si raggiunge in auto percorrendo per 11 km la SP 11 bis, dal bivio di Avosso, frazione di Casella. A sua volta Casella si raggiunge da Genova attraverso la Crocetta di Orero, da Milano con l’uscita Busalla dell’autostrada A7.

Lunghezza: 13.4 km Dislivello: 820 metri (877 se si raggiunge la vetta del M. Àntola). Tempo: 5h15’.

Percorso: interamente su sentieri o mulattiere selciate; l’ultimo segmento del percorso, da Lavazzuoli a Chiappa, in periodo estivo potrebbe risultare per brevi tratti infrascato ma superabile (si raccomanda comunque di ottenere informazioni aggiornate alla sede del Parco naturale dell’Àntola).

Segnavia: da Chiappa a Tonno, cerchio giallo barrato; da Tonno a Capanno di Tonno, tre bolli gialli; da Capanno di Tonno a case dell’Àntola, due linee gialle orizzontali; dalla Sella dell’Àntola alla Colletta di Cianazze, due bolli gialli; dalla Colletta di Cianazze a Chiappa; ‘più’ giallo.

Dove mangiare e dormire: nessun punto di ristoro sul percorso eccetto il Rifugio Monte Àntola, 15 minuti sotto la vetta, 339.4874872, che offre anche pernottamento, http://www.rifugioantola.com; B&B del Cuore, Tonno, 345.6692362.

Info. Parco naturale regionale dell’Àntola; Centro visita, Via N.S. Provvidenza 3, Torriglia (GE), 010.944175

Da fare in più: Museo etnografico della Valbrevenna, Castello di Senarega, visite su prenotazione allo 010.930811, espone documenti e memorie sulla cultura contadina della Valbrevenna.

Itinerario riconosciuto il 6 agosto 2023

©AlbanoMarcarini2023 (testi, foto, cartografia, acquerelli)


L’anello prende il via da Chiappa, villaggio di mezzacosta (alt. 889) appoggiato al versante solatìo di un contrafforte montuoso che divide i due rami superiori del torrente Brevenna. La forma del villaggio non ha subìto modifiche e si arrocca sulla pendice, dal basso, dove arriva la strada carrozzabile, verso l’alto. L’aspetto mutato riguarda solo qualche impropria ristrutturazione e le coperture delle case, in origine in ‘ciappe’ (da cui l’origine del nome Chiappa), schegge di calcare marnoso, materia della quale è composta larga parte di queste montagne, oggi sostituite dalle normali tegole in cotto. Gli ambienti interni, prima dei recenti riattamenti a residenze estive, disponevano al piano terra della stalla e della cucina, in quello superiore delle camere da notte e dei depositi del fieno e dei generi alimentari.  Ma l’attività giornaliera si svolgeva fuori dall’abitazione: nella piccola aia dove si tenevano gli animali da cortile, si depositava la legna o si batteva il grano; poco lontano dove un piccolo capanno, ovvero un ‘casone’, eretto in muratura o in legno e con un tetto aguzzo in paglia ospitava altro foraggio e gli attrezzi da lavoro; infine sulle ‘fasce’, spietrando, zappando, seminando quel poco che si poteva. Una delle qualità professionali degli abitanti della Val Brevenna fu la produzione di utensili di legno, attrezzi di lavoro e, in particolare, scale a pioli che trovavano mercato fino a Genova.

Chiappa

Ad un angolo del villaggio si nota il pannello giallo che indica le direzioni dei sentieri. A noi interessa quella di Tonno (a 1h20’) che più avanti sarà marcata da un cerchio giallo barrato. S’inizia il cammino sulla mulattiera che aggira la montagna incontrando la cappella di Corbenna e poi una croce, detta ‘del castagno’, e che indica l’ingresso nella secolare selva castanile di Chiappa. Attenzione a mantenere il segnavia che, lasciato a destra un sentiero diversivo, scende gradatamente verso fondovalle. Sono due le associazioni boschive prevalenti lungo l’itinerario: il castagneto e la faggeta. Il primo fa riferimento all’alimento principale e forse unico del vecchio mondo contadino ed è stato fortemente incrementato dall’uomo lungo le pendici montuose fino a circa 700 metri d’altitudine. Qui si scorgeranno esemplari dai tronchi colossali, ma anche molti abbattuti a terra dalle tempeste, con le loro radici. Un aspetto neppure paragonabile al passato quando il sottobosco era meticolosamente ripulito dalle ramaglie per accogliere i frutti dei ricci, farvi pascolare i maiali e lasciar depositare il fogliame, utilizzato come strame nelle stalle. Nel 1930 la metà della superficie forestale della provincia di Genova era formata da castagneti da frutto e la Liguria la principale produttrice di castagne, vocazione poi progressivamente ridotta non per scomparsa ma per abbandono della coltivazione. La faggeta invece sarà invece presente alle quote più alte e in prevalenza sui versanti a nord e ad est del Monte Àntola. Anch’esso era un bosco produttivo per via del legno forte, adatto per gli attrezzi di lavoro. 

. Nell’angusto fondovalle si passa a guado il Rio di Tonno scorrente su larghe lastre di calcare, dinanzi alla spettrale mole del mulino di Chiappa Crosa, risalente al 1420. Anzi dei mulini, poiché tre sono i ruderi visibili seminascosti dalle fronde degli alberi. Il più imponente si affaccia sul corso d’acqua, vicino allo scheletro del ponte che consentiva un tempo un passaggio più agevole. Le ruote a pale verticali, con un diametro di cinque metri, sono scomparse. All’interno si nota l’impalcatura in legno che fino al 1959 sosteneva i macchinari, mentre sul sentiero giacciono inoperose le macine. Una scritta sul portone di legno ricorda l’altro nome del mulino: di ‘Lessiu’ (di Alessio?). Vi si produceva farina di grano, mais, castagne, fave e piselli. Un secondo mulino era sul terrazzo più in alto; l’acqua per muovere la ruota gli proveniva da una gora artificiale – «a kanà» in dialetto – derivata a monte; lo scivolo che permetteva all’acqua di muovere le ruote, fabbricate in legno di frassino o di rovere, era «à grùnda». Naturalmente il mugnaio non aveva la proprietà del mulino, ma era dipendente del feudatario. Vi poteva abitare con la famiglia e una delle condizioni del contratto d’affitto era che fosse coniugato.

Il mulino di Lessiu

Ora il sentiero, meglio strutturato risale a tornanti il versante opposto; lascia una diramazione per Casareggio, e dopo 20 minuti di salita raggiunge il soglio (area di sosta) che precede pianeggiando la sorgente minerale della Moia e quindi, a 919 metri di quota (più o meno quella di Chiappa), il pittoresco villaggio di Tonno.

 Il curioso nome sembra derivare da una radice della lingua degli antichi Liguri, dove ‘thun’ starebbe semplicemente per ‘luogo abitato’. Quindi un’origine primordiale, sebbene il primo atto ufficiale che citi Tonno risale solo al 1242 e riguarda la chiesa, intitolata a S. Margherita, eccezionalmente legata alla diocesi di Tortona. Sfiorato lo slargo dove si trova il trogolo che dal 1825 ha provveduto a dare acqua pubblica al paese, si sale all’erboso e quieto sagrato della chiesa con il cippo dedicato ai Caduti. Tonno giunse ad avere fra il XVII e il XIX fino a 450 abitanti, oggi ne mantiene una quarantina nel periodo estivo e cinque tutto l’anno. Come tutti gli altri nuclei della Val Brevenna, anche Tonno è stata colpita dallo spopolamento. La strada rotabile, realizzata negli anni ’50, con l’obiettivo di svincolare il villaggio dall’isolamento ha sortito l’effetto contrario, accentuando le partenze, spesso definitive. D’altra parte l’emigrazione è sempre stata una costante. Si sa di contadini di Tonno che in inverno erano richiesti come fuochisti nella conduzione delle caldaie a legna e a carbone dei primi condomini a Milano. Altri invece provvedevano alla produzione e al commercio di carbone di legna e di ghiaccio a Genova. Ma la cosa più buffa è un altra. Si tramanda che alcuni uomini di Tonno erano soliti emigrare in Sicilia per lavorare nelle… tonnare!

La chiesa è stata ricostruita nel 1739 e il sagrato, ora giardino pubblico, era il suo vecchio cimitero; da essa si organizza la forma radiale dell’abitato, resa possibile dal livellamento del pendio montuoso con i vicoli che si prolungano nei campicelli sottostanti. Ogni isolato aveva una sua denominazione a partire dallo slargo con la fontana del 1825, luogo d’incontro comunitario. La ‘Canova’, per esempio è il fabbricato a schiera che si allinea sul proseguimento del nostro sentiero verso il Monte Àntola, passando prima accanto alla ‘Cà du lastregu’, dove si batteva il grano. Ora il nostro segnavia, che, dopo un pilone votivo, lascia a sinistra il sentiero per Monte Buio, è composto da tre bolli gialli. Ci attendono 360 metri di dislivello in salita per guadagnare il crinale principale che porta al Monte Àntola al Capanno di Tonno (alt. 1283). La salita è costante 

Il Capanno di Tonno sulla dorsale occidentale del M. Àntola

con lunghi traversoni sempre all’ombra del bosco ceduo. Molto suggestivo il passaggio nello stretto vallone del Rio Castellazzo, un quarto d’ora al di sopra di Tonno, dove la mulattiera è sorretta e contenuta da alti muri a secco. Nei rari tratti dove la roccia è allo scoperto si riconosce la successione a strati di marne, argille e calcari, talmente tipica da essere denominata ‘Flysch dell’Àntola’. 

Si spunta sul crinale incontrando una tettoia di ricovero nello stesso luogo dove un tempo sorgeva un’osteria, poi distrutta. La circostante sella prativa è un vero compendio botanico, molto apprezzato dalle farfalle. Molte pianticelle hanno effetti medicamentosi come l’arnica, i cui infusi rimarginavano le ferite, o l’aconito che curava i morsi delle vipere. In agosto fra i tanti fiori si scorgono i garofanini bianchi, la vistosa achillea millefoglie, le campanule, i fiordalisi, il giallo iperico o Erba di San Giovanni, la delicata cresta di gallo così detta per via delle brattee seghettate che ricordano la cresta del pennuto.

Ora il cammino, sul filo del confine con l’Alessandrino, si fa meno faticoso, ma occorre un’ultima erta per guadagnare la sella alla base dei prati sommitali del Monte Àntola.  Con altri 15 minuti di sforzo si vincono la vetta, a 1597 metri d’altitudine, e il suo grandioso panorama: il Mar Ligure, la Riviera di Levante, le Alpi Apuane, la Pianura Padana con l’arco alpino fino alle Marittime sul fondale. Questa montagna invece di dividere ha unito le genti delle quattro vallate che vi convergono. Benché oggi divise da limiti amministrativi Borbera, Brevenna, Scrivia, Trebbia hanno sempre condiviso nei secoli i medesimi dialetti, le espressioni musicali, i modi di vita contadina, le tecniche edilizie, tanto che qualcuno ormai rivendica l’unitarietà di una ‘regione delle quattro province’: Pavia, Piacenza, Alessandria e Genova.

Senarega, sede del Museo etnografico della Val Brevenna

Alla sopraddetta sella, cui si fa ritorno dopo aver raggiunto la vetta, stavano le Case dell’Antola, quattro o cinque costruzioni che componevano l’insediamento permanente più alto dell’Appennino ligure, a oltre 1500 metri di quota. Fra queste ne spiccavano due, oggi visibili, sebbene in abbandono. Il rifugio del Musante, o meglio l’Osteria del Musante, fu eretta nel 1895 per accogliere i viandanti e i primi escursionisti che abbordavano la vicina vetta dell’Àntola dopo lunghi avvicinamenti a piedi da Torriglia, da Crocefieschi o da Casella Ligure, le sole località allora raggiunge da strade carrozzabili e da mezzi pubblici. Gestito fino al 1979 dalla famiglia Musante, ebbe un ruolo di primo piano nella guerra partigiana. Alle spalle dell’edificio, si trova anche l’ex-albergo Bensa, aperto nel 1927, come centro per la pratica dello ‘ski’, allora esclusiva attività di alcuni soci della sezione ligure del CAI. Utilizzato dunque in inverno era dotato per l’epoca di innovativi comfort: caloriferi nelle camere, acqua calda, illuminazione ad acetilene. La sua fama vi condusse negli anni centinaia di appassionati e fu, fra il 1927 e il 1930, partenza di una celebre competizione di scialpinismo. Come l’osteria vicina, anche l’albergo chiuse i battenti nel 1979. 

L’Àntola non è comunque rimasto privo di punti d’appoggio. Un nuovo e moderno rifugio è stato costruito nel 2007 poco distante, a 1460 metri d’altitudine, poco sotto il crinale meridionale e al quale ci si può dirigere per rifocillarsi prima di intraprendere la non breve via del ritorno a Chiappa. 

Dal rifugio allora si segue fedelmente il largo e battuto cammino che discende la cresta meridionale dell’Àntola, dove la faggeta mette in evidenza i suoi più solenni individui, dai ritti e alti fusti colonnari.

Sempre in discesa, dopo aver accantonato il Monte Cremado (alt. 1513), si arriva ad un altro capanno, presso la Colletta delle Cianazze, dove ci si presenta un evidente biforcazione di sentieri. Si impegna quello di destra con l’indicazione Agriturismo e Lavazzuoli (20’), ma ciò che più conta ora è rispettare fino a Chiappa il segnavia a forma di ‘più’ giallo. 

Sempre nel bosco si giunge alla radura che sovrasta il cascinale di Lavazzuoli, oggi una delle poche aziende agricole rimaste attive con servizio di agriturismo. Senza arrivarvi, si piega a gomito a destra al bivio segnalato con la destinazione ‘Chiappa’ a 1 ora e 20’. Si tratta di un lungo percorso a mezzacosta, nel bosco di querce e carpini, pianeggiante nel primo tratto e poi via via degradante fino a raggiungere la meta. Il sentiero, sebbene ben tracciato, non è molto battuto e occorre riconoscere passo passo il segnavia. In estate alcuni brevi tratti potrebbero risultare infrascati, ma superabili. All’inizio si devono attraversare i due cancelletti che delimitano i recinti dei pascoli; altro punto focale, il diruto cascinale di Libbia (attenzione al segnavia!) che precede l’attraversamento di una larga placca di liscia roccia calcarea; e, infine, la cappella della Madonna del Sacro Cuore dalla quale si scorgono il sottostante villaggio di Chiappa e il fronteggiante nucleo di Senarega. Sopra il percorso, raggiungibile in pochi minuti ma su sentieri non segnalati, si trovano i Casoni di Lomà, ultimo residuo degli antichi presidi colonici della Valbrevenna. Sono piccole costruzioni in pietra – una datata 1606 – adibite a stalla e abitazione temporanea con copertura in ciappe, poste al centro di fasce coltive sostenute da muretti in pietra a secco, intersecati da scalette, pure in pietra. 

 


Albano Marcarini, Il Sentiero della Regina, 168 pag., 3a edizione, 2019.

Il Lago di Como non ha rivali per bellezza. I suoi sentieri sono passi meditati nella storia e nella cultura. Questo sentiero segue tutta la sponda occidentale del Lario, da Como a Chiavenna: un viaggio d’incanto! Questa guida lo segue per il piacere del cammino.

14,00 €


Lascia un commento

Blog su WordPress.com.

Su ↑