La toponomastica di alcune strade nel Veneto orientale e nel Friuli riportano la denominazione di ‘Ungaresca’ o ‘Ongaresca’. Si tratta di un chiaro riferimento a un’antica direttrice stradale riferita agli Ungari, la violenta stirpe proveniente dall’Est europeo che fra il IX e il X secolo devastò le pianure venete. Da cui l’ipotesi che di questa strada, attraverso il varco della vallata del Vipacco e il ponte sull’Isonzo alla Mainizza, nel Goriziano, già utilizzato da una via romana, gli Ungari si servissero per penetrare minacciosamente in Italia. «Questi fierissimi barbari – annota Pier Silverio Leicht – compirono tali devastazioni lungo il loro cammino che per lungo tempo la strada da essi percorsa nella pianura friulana fu chiamata Vastata Hungarorum (la devastazione degli ungari)».

Non si tratta dunque di una strada costruita da quel popolo, certamente poco interessato a farlo, ma la strada o le strade, intese come un fascio di vie, da loro utilizzate. Risulta interessante ricostruire l’andamento, tema al quale si sono dedicati, non senza difficoltà, vari studiosi a partire dall’Ottocento. Con la sua caratteristica di asse di penetrazione militare se ne possono desumere alcuni tronconi sulla base di citazioni da atti amministrativi, anche di natura non strettamente stradale, e sulla ricorrenza dei nomi di luogo. In altre parole si tratta di un’analisi ben diversa dalla sostanza materiale e dalle fonti itinerarie e epigrafiche di cui sono ricche le strade romane. Rispetto alle Via Postumia e Via Annia, assi della viabilità romana nel Basso Friuli, questa direttrice est-ovest, di cui si ha notizia nell’anno 888, correva poco più a nord, seguendo il limite superiore della fascia delle risorgive a garanzia di un tracciato più stabile, meno soggetto a impaludamenti. Furono, fra l’altro, proprio le cattive condizioni ambientali nel periodo del tardo Impero a far decadere, fin quasi a scomparire i suddetti stradali romani. Nel 589, dice papa Gregorio Magno, si abbatté nella regione il ‘diluvium aquae’. Di conseguenza l’Ungaresca, pure denominata ‘Stradalta’, stabilì la più sicura via di comunicazione della zona come ebbero ad assicurarsi, già nel 490, re Teodorico nell’atto di inseguire lo sconfitto rivale Odoacre, e Alboino, nel 568, durante la conquista longobarda.
Il movente guerresco che ne ha motivato la funzione ha scalfito di questa strada la valenza commerciale, sia nell’una sia nell’altra direzione, di allevatori magiari che conducevano i loro capi di bestiame al mercato delle carni di Marghera e di mercanti veneti diretti con le loro svariate mercanzie al di là delle Alpi Giulie. Uno storico magiaro ha rimarcato che il termine ‘vendég’ nella lingua ungherese vale per ‘ospite straniero’, dove la vicinanza alla forma arcaica ‘venedego’ è evidente. Si sa che nell’alto Medioevo, religiosi veneti si recavano negli sconfinati orizzonti della puszta per convertire le popolazioni locali. Inoltre, di contro alla comune vulgata, più che barbari gli Ungari erano equipaggiate truppe mercenarie le cui discese in Italia erano premeditate. Nel 921, ad esempio, re Berengario fu il primo ad aprire la via al passaggio di truppe ungare in grado di difenderlo dalle congiure dei suoi feudatari. Ancora nel 1485 alcuni fuoriusciti pordenonesi chiamarono in loro ausilio alcune milizie ungheresi di re Mattia Corvino.
Dalla ricerca toponomastica si sono riconosciuti vari disgiunti tronconi della Via Ungaresca, con segmenti intermedi di più incerta definizione. Il tratto più propriamente friulano va da Sevegliano a Codroipo e si suppone coincida con il tratto iniziale della Via Postumia, proveniente da Aquileia. Oltre Codroipo si ritrova il toponimo ‘Strada Ungaresca’ al guado sul larghissimo greto del fiume Cellina fra Vivaro e San Foca. L’abbazia carinziana di Millstatt qui controllava il pedaggio e la sosta. Il guado, quasi sempre asciutto, risultava essere un passaggio agevole per la cavalleria ungarica. Curiosamente si ha notizia che fra il riarso greto del fiume appare in primavera una pianticella endemica dai piccoli fiori bianchi chiamata Erba dei Tartari (Crambe tartarica), in Italia presente solo in Friuli, tipica delle regioni steppiche dell’Europa orientale. Ebbene si ritiene che sia stata involontariamente importata dai cavalieri Ungari. A ciò si aggiunge che sui magredi del Cellina la Repubblica di Venezia teneva in quarantena le mandrie di bovini che importava dall’Ungheria per il mercato lagunare.


Il tratto veneto va da Conegliano (San Fior) a Treviso e quindi al porto lagunare di Treviso a Campalto, presso Mestre. Da rilevare che questo tronco fu nominato per inciso sul foglio 6 della Carta d’Italia a scala 1:250.000 del Touring Club Italiano (ediz. 1907), fatto abbastanza raro ‘non’ trattandosi di strada romana. Con il nome di Stradalta si riconosce pure una radicale rettifica del tratto friulano, realizzata tra il 1798 e il 1804 dallo Stato Maggiore dell’Esercito Austriaco e riassestata dai genieri dell’Esercito di Napoleone, contraddistinta dalla sua evidente linearità in appoggio a rapidi spostamenti militari, oggi statale 252 ‘di Palmanova’. Per alcuni studiosi ottocenteschi fu invece opera veneziana, in concomitanza con la fondazione della città stellata di Palmanova nel 1593.
Occorre infine segnalare che il termine ‘ungaresca’ è attestato nella toponomastica stradale anche altrove in Italia settentrionale, fino nel Piemonte, a rimarcare il verificarsi di eventi così tragici da risultare difficilmente rimovibili dalla memoria collettiva.
Giovanni Roman, L’antica Via Ongaresca, in ‘Atti e memorie dell’Ateneo di Treviso’, n. 32, 2014-15. Giuseppe Paludo, Gli Ungari e la via ongaresca, Progetto Integrato Cultura del Medio Friuli.
L’assenza di tracce tangibili della Via Ungaresca, a parte la cartellonistica stradale di alcuni comuni, non deve comunque scoraggiare la visita che diventa un vero percorso alternativo fra Mestre e l’estremità orientale del Friuli su strade secondarie, lontano dalle direttrici autostradali.

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