La Via dei prati iemali

Itinerario lineare in bicicletta nella pianura dell’Abbiatense, a occidente di Milano.

Partenza: Casterno, frazione di Robecco sul naviglio. In bici la si raggiunge deviando a Robecco dalla pista ciclabile del Naviglio Grande. Arrivo: Cascina Guzzafame, presso Soria vecchia. Lunghezza: 15.4 km. Dislivello: 10 metri. Tempo di percorrenza: 1h10’. Su pista ciclabile: 0%. Su sterrato: 40%. Condizioni del percorso: strade campestri sterrate o asfaltate. Mezzo indicato: gravel, bici da turismo. Quando: sempre. Alcune cascine toccate dall’itinerario dispongono di spaccio dei loro prodotti a km zero. Traccia GPX: https://www.komoot.com/it-it/tour/1119613074

Un’interessante alternativa ai percorsi cicloturistici del Parco del Ticino, nel territorio di Abbiategrasso, consiste nel percorrere la Via dei Prati Iemali, un percorso ciclabile di 15.4 km su strade campestri, a carattere didattico, bato dalla collaborazione fra Parco Ticino e Politecnico di Milano. Avvicina infatti le tecniche di coltivazione più pregiate della valle del Ticino, ovvero le risaie, le marcite e i prati iemali. Con questo ultimo termine si intendono alcuni prati che, in inverno, vengono allagati senza però ristagnare e quindi gelare. In tal modo l’erba ha alimento e cresce anche nella stagione fredda dando foraggio al bestiame e nutrimento all’avifauna stanziale.

La ‘valle’ agricola di Abbiategrasso è tradizionalmente votata alla zootecnia da latte, proprio per la grande diffusione dei prati stabili e delle marcite, nonostante la progressiva riduzione degli allevamenti a causa delle restrizioni indotte dalle politiche comunitarie. Ad accrescere l’abbandono delle tecniche di coltura tradizionali ci fu anche l’uso di introdurre per l’alimentazione animale il cosiddetto ‘unifood’, ovvero il ‘piatto unico’, un mix di mais, fieno, farine proteiche per tutto l’anno. In passato invece l’alimentazione si differenziava a seconda delle stagioni: foraggi secchi in inverno; verdi in estate. Inoltre la genuinità del prodotto latte e dei suoi derivati burro e formaggi, era penalizzata dall’intensa colorazione gialla, dovuta dai pigmenti dell’erba verde, che per il cliente era ritenuto paradossalmente un indice di scarsa qualità. Soltanto negli ultimi anni, con la pratica dell’agricoltura biologica si sta tornando alla produzione tradizionale con il recupero delle marcite e dei prati stabili che sono anche un provvidenziale rifugio per decine di specie avifaunistiche.

Cascina Pietrasanta lungo la Via dei prati iemali

Il percorso si stacca dalla Dorsale SP ‘del Ticino’ poco prima di Casterno (bacheca esplicativa della marcita) e avvicina le numerose cascine del territorio abbiatense in direzione sud. Si tratta della fertile zona agricola che sta al di sotto della scarpata di valle, verde in ogni stagione dell’anno e che prelude alla compatta fascia boschiva che fiancheggia il ‘fiume azzurro’. Più sterrato che asfalto, il percorso è adatto a tutti ed è dotato di vari pannelli esplicativi. Molto interessanti quelli che illustrano le pertinenze delle cascine, con le varie destinazioni d’uso delle particelle coltive in epoca storica. In evidenza anche alcuni ambiti particolari come i fontanili, da cui scaturiscono le acque irrigue e una rara stazione botanica di taxodium distichum, ovvero tassodio o cipresso delle paludi, presso Cascina Broggina. Notevoli anche alcuni mulini, tuttora in attività. Lungo la strada, specie sulla sin., si osservano diversi «cascinelli», dimore contadine tipiche dell’Abbiatense a elementi (abitazione e rustico) giustapposti di piccole dimensioni che riflettevano, sino a qualche tempo fa, la larga diffusione di piccole unità aziendali condotte da proprietari coltivatori diretti. Il percorso corre da nord a sud e interseca tre importanti strade che a raggiera in passato partendo da Abbiategrasso arrivavano a tre guadi o traghetti sul Ticino per collegarsi con la sponda piemontese. Mantengono ancora le denominazioni originarie: Strada Prabalò, Via Cassolnovo, Strada Chiappana. Notizie di un ponte sul Ticino per la strada di Cassolnovo si hanno fin dal 1166.

Partendo da Casterno si avvicina, dopo una breve discesa, il Fontanile di Santa Marta con la cappelletta omonima, circondato da canneto, da ontani e salici. Lasciata a destra la strada per la Cascina Barcella, nel punto dov’è un pannello dedicato alla tecnica delle marcite, si avvicina il Molino Albani. Il percorso entra nelle pertinenze delle cascine, transitando accanto agli stalli dei bovino. La strada continua alternando colture a granoturco a quelle foraggere; altre cascine di bella evidenza sono la Nuova Volpi e la Pietrasanta. La cascina Scaccabarozzi è riconoscibile dalla lunga teoria di comignoli abbinati, che riprendono la divisione interna delle abitazioni per i salariati, e dalla singolare torretta campanaria in ferro battuto. A circa metà del percorso si scavalca il canale scolmatore di Nord-Ovest, regolatore delle piene del Seveso. Un tratto di asfalto lungo Via Cassolnovo, divide il Mulino Comune, tuttora attivo, con la Cascina Prato Maggiore. Al termine del rettifilo di Strada Chiappana si tocca, sulla sin., Cascina Remondata, tra le più antiche della zona, con corpo elevato di ascendenza forse rinascimentale e annesso oratorio di epoca posteriore. Lambendo una vasta area tenuta a marcita, presso Cascina Broggina, si entra nel bosco di ripa, la cui composizione floristica (zone di querceto misto: farnia, olmo, carpino, pioppo nero) è condizionata dall’umidità del suolo, dall’inserimento di lanche morte del fiume e dall’affioramento della falda.Il percorso si chiude in aperta campagna poco prima della Cascina Guzzafame. Per fare ritorno a Casterno si può passare per Abbiategrasso: la direzione migliore prevede di tornare a ritroso sulla Strada Chiappana e qui raggiungere l’abitato. Procedendo invece, oltre la Cascina Guzzafame, si giunge a Soria Vecchia e volendo a Ozzero (pista ciclabile) o a Morimondo. Ma attenzione, subito dopo la cascina, occorre superare con estrema prudenza un passaggio a livello incustodito sulla linea Milano-Mortara.

LA MARCITA. La marcita, alimentata dalle acque pure dei fontanili, derivava dall’abitudine dei contadini di lasciare sul prato l’ultimo taglio dell’anno ricoprendolo poi d’acqua. L’erba ‘marcita’ dava così una specie di concime naturale. Questa pratica è molto antica. Risale ai monaci benedettini delle abbazie milanesi. Con la loro opera, intorno all’anno Mille, bonificarono il territorio con la creazione di una fitta rete irrigua che consentì la pratica delle mercite. In seguito la tecnica si perfezionò e fu utilizzata anche in inverno. Facendo infatti scorrere sui campi l’acqua a una temperatura di 9°-12°C, si impedisce all’erba di gelare consentendo tagli ripetuti in ogni stagione. A volte fino a 6-7 volte in un anno. Questa prodigiosa tecnica, molto diffusa nella campagne immediatamente a sud e ad ovest di Milano, si è rarefatta nel corso del Novecento fin quasi a scomparire a causa degli alti costi di manutenzione. Da qualche anno il Parco del Ticino con Regione Lombardia ha avviato finanziamenti, destinati alle aziende agricole, per il recupero di oltre 300 ettari di marcite, di cui 130 nei comuni della Città Metropolitana di Milano.

Una marcita nella stagione invernale

IL CAMPARO. Una delle figure fondamentali nel tradizionale assetto delle campagne lombarde è il camparo, ovvero colui che sovrintendeva alla gestione delle acque irrigue, un compito fondamentale per un’agricoltura basata sulla produzione di foraggio per gli animali. «Durante l’irrigazione invernale è necessario il camparo – scrisse nel 1914 Giuseppe Soresi nel suo manuale sulla Marcita lombarda – ed è appunto in quest’epoca che più viva si fa la nostra ammirazione per questo modesto lavoratore, che dalle prime ore del mattino alle ultime della sera, quando le classiche nebbie della bassa avvolgono impenetrabili le campagne, o quando la neve turbina, o alta ricopre il suolo, avvolto in un grosso pastrano, i piedi e le gambe calzati in alti stivali, il caratteristico badile del lunghissimo manico sulla spalla, cammina, cammina solitario attraverso le marcite, tutto sorvegliando a tutto provvedendo perché l’acqua in leggero e costante vedo scorra senza interruzione alcuna a vivificare ovunque la marcita, a rendere possibile la raccolta di freschi foraggi, quando tutto intorno la campagna è assopita nel riposo invernale, e sui campi brulli e biancheggianti di neve, solo la marcita, nel suo caratteristico colore smeraldino, indica con la sua vitalità, il prodigio che la perspicacia degli agricoltori lombardi ha saputo creare»

©albanomarcarini2023


Albano Marcarini, La ciclovia del Ticino – Da Sesto Calende a Pavia, 56 pag., 1a edizione, 2022.

La Valle del Ticino si apre nella Pianura Padana, dal Lago Maggiore fino al Po, sotto Pavia. È la più vasta area fluviale protetta d’Europa. Questa guida l’avvicina in bicicletta, il mezzo ideale per esplorarla e traccia un filo rosso da Sesto Calende a Pavia, per 122 km. Per la prima volta il percorso è ricavato sulla sponda destra del fiume, la meno conosciuta rispetto a quella lombarda. Un tracciato su strade campestri e piste ciclabili, quasi esclusivamente riservato ai ciclisti e ai pedoni. SPEDIZIONE GRATUITA

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