San Galgano e l’Antica Via Maremmana

Itinerario ciclistico fuori strada nei comuni di Monticiano e di Chiusdino, in provincia di Siena.

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San Galgano è una nave di pietra approdata nella valle del fiume Merse, uno del luoghi più remoti e pregni di storia del Senese. Calcheremo le medesime tracce che seguì, nel 1180, il giovane Galgano assieme a San Michele per trovare, «nei pressi di un prato coperto di fiori profumati, il luogo del suo eremitaggio spirituale». Ma non solo. Toccheremo, con un largo giro in mountain-bike, questa isolata e spoglia abbazia, gioiello perduto dello stile gotico cistercense, percorrendo una porzione della Via Maremmana, la strada usata dai pastori transumanti. Un lungo via vai di animali, due volte l’anno: in inverno per scendere al mare, sulle spiagge dell’Uccellina e al porto di Talamone; in estate per salire al Pratomagno, ai pascoli freschi d’alta quota. Per stagioni e stagioni una migrazione di uomini e di greggi si è svolta distante dalle città, lungo sentieri che nessuna carta aveva mai riportato ma che erano stampati nella memoria dei pastori, generazione dopo generazione. La transumanza è diffusa non solo nella Toscana, bensì in tutta l’area mediterranea, dall’altopiano anatolico alle meseta iberiche, un tempo molto più di oggi. Le ragioni che, fin da epoche remote, hanno spinto a questa pratica nomade vanno ricercate nella stagionalità del pascolo dovuta alla variabilità delle condizioni climatiche. Sulle montagne il pascolo è fertile nel periodo che va dalla tarda primavera – dopo che si sono sciolte le nevi – fino all’inizio dell’autunno, mentre le pianure e le colline della costa verdeggiano di foraggio nella stagione invernale, ma sono rese aride dal sole già all’inizio dell’estate. Così la maggior parte del bestiame, da settembre a maggio, si trasferiva ogni anno nelle maremme: di qui il nome di queste strade pastorali della cui rilevanza storica si è colta solo di recente importanza. L’itinerario proposto è ciclabile, ma non è una pista ciclabile, per quasi metà si sviluppa su strade di smacchio dei boschi (vale a dire le strade di servizio per disimpegnare la legna e il carbone di legna), ma è possibile coprirne una buona parte anche a piedi utilizzando l’autolinea (https://www.at-bus.it/) che da Monticiano si dirige a Grosseto, scendendo al Bivio Scalvaia. Da qui si segue la Via Maremmana fino a San Galgano, quindi sempre a piedi si torna direttamente a Monticiano evitando l’ultimo tratto del percorso ciclabile.

Monticiano, al punto di partenza, sta sulla cima di un colle. Al suo centro storico, che è l’essenza dell’antico castello, si arriva percorrendo in salita la spina del borgo, Via Barazzuoli dopo aver lasciato l’auto nel sottostante parcheggio (casa dell’acqua). Le abitazioni si sono affratellate lungo le mura seguendone il giro. All’interno ci sono cinque vie parallele, l’unica porta sopravvissuta che dava sulla Via Maremmana e la piazza del Municipio dove prospetta la pieve dei santi Giusto e Clemente, romanica dal bel campanile, l’unico edificio lievemente disassato rispetto a tutti gli altri isolati del borgo. Altro monumento di interesse nella piazza bassa del paese, la chiesa intitolata al Beato Antonio Patrizi – leggenda vuole che nella teca dove è esposto il corpo fiorisse e si rinnovasse di continuo un giglio – con l’attiguo ex convento. Nella chiesa sono esposte pitture medievali (XIV sec.) di influenza senese. La maggior suggestione si ha però nella ex-sala capitolare del convento dove sono visibili pitture con scene della Passione di Cristo, opere di vari artisti di scuola senese del XIV sec. e successivi.



Itinerario ciclistico fuori strada nei comuni di Monticiano e di Chiusdino, in provincia di Siena.

Partenza e arrivo. Monticiano. Si raggiunge da Siena (35 km) seguendo la statale 73 per Roccastrada e Grosseto.

Lunghezza: 22 km. Dislivello: 280 metri Tempo di percorrenza: 1h50’

Condizioni del percorso: primi 8 km su strada asfaltata (SS 71), poi strada a fondo naturale, a volte sconnessa, con diversi guadi; ultimo tratto di nuovo su asfalto. A piedi è possibile percorrere il tratto centrale dell’itinerario, da Bivio Scalvaia a San Galgano e ritorno diretto a Monticiano per sentiero.

Mezzo indicato: mtb o e-mtb. Quando andare: autunno e inverno. Evitare dopo forti piogge per la possibile impraticabilità dei guadi.

La buona tavola: Agriturismo San Galgano – Terre di San Galgano, Strada Comunale di San Galgano, Località San Galgano, 53012 Chiusdino SI, 0577756292

Il buon riposo: Agriturismo Casetta della Pina, Via Senese 10, Monticiano, 371.4241807, casale tradizionale dove si allevavano fagiani e animali selvatici oggi recuperato per alloggio turistico.

Info: Comune di Monticiano, p.za S.Agostino 1, 0577.049340. Punto di informazione turistica San Galgano, 0577.756738.

©albanomarcarini2026


1. A Monticiano si parte da piazza S. Agostino imboccando la direzione per Grosseto, lungo la provinciale 73. Per i primi 8 km si seguirà l’asfalto di questa piacevo e poco trafficata rotabile, molto ombreggiata. L’unico sforzo di rilievo la lieve salita in località Massone al km 6.

2. Giunti a bivio Scalvaia (km 8, alt. 407) si lascia la provinciale impegnando a destra la diramazione per Luriano. Fatti poco più di 100 metri si piega di nuovo a destra per una strada campestre che porta subito ad attraversare il podere Osteria delle Macchie. Come lascia trasparire il nome, era un frequentato luogo di sosta per i viandanti, documentato a partire dalla fine del XVIII sec. Della sua trascorsa funzione non resta però nulla di tangibile. Intanto, sulla sinistra, sul colle, bella vista del castello di Luriano.

3. Stiamo entrando nella Riserva naturale dell’Alto Merse, istituita nel 1996. La strada scende veloce lungo cataste di legname, risultato del periodico ‘smacchio’ selettivo del bosco. Nella riserva infatti crescono ancora tipi di querce che hanno rischiato l’estinzione a causa del diboscamento indiscriminato legato all’attività agricola. I castagneti costituiscono, dopo le querce, l’habitat più diffuso, grazie ai interventi che hanno selezionato il castagno o lo hanno ripiantumato dove il terreno e le condizioni climatiche lo consentivano. In passato al castagno erano connesse attività che hanno reso possibile la sopravvivenza dei contadini.

Il fondo è sconnesso e richiede una certa prudenza. Occorre anche traversare qualche piccolo guado, di norma asciutti nella stagione secca. In caso di piogge recenti invece il fondo potrebbe risultare fangoso al limite della percorribilità. 

Alle indicazioni dell’itinerario ciclistico 8 (verde) si aggiungono quelle bianco/rosse del Cai, pertanto è facile restare sul percorso che, d’altra parte, non fa altro che seguire da vicino il solco del Fosso Laccera. 

4. Ai tratti nel bosco si alternano ampie radure coltivate a grano, come quando si annunciano i ruderi del Podere Felcetone. Sul limitare dei campi, possono comparire timidi caprioli; nel fitto del querceto si può udire lo scalpiccio del cinghiale. L’alto livello di naturalità della vallata ha creato l’habitat privilegiato per una ricca fauna forestale. Al lavoro sui tronchi si odono i colpi cadenzati di ben tre specie di picchi: picchio verde, picchio rosso maggiore e torcicollo. Mammiferi di estrema importanza per la loro conservazione sono il gatto selvatico, la martora e la puzzola, invisibili di giorno. Le ampie radure, talune ormai incolte per la difficoltà di accesso con i mezzi agricoli, sono divenuti ambienti ideali per la caccia di molti rapaci fra i quali il biancone, la poiana e il gheppio.


Dopo il Podere Felcetone (alt. 302) si passano due guadi alla confluenza del fosso Laccera nel torrente Seggi e si affronta una rampetta verso il Podere S. Giovanni, alle falde del Poggio Paganico. Ora si aggira questa altura e, per la prima volta, si scorge in lontananza l’abbazia di San Galgano con il soprastante eremo di Montesiepi. Il fondo stradale è in qualche tratto selciato, segno di antichità.

Stiamo percorrendo da diversi chilometri ormai l’Antica Strada Maremmana. Oltre che dalle greggi, questa via, con l’attigua Massese, univa nel Medioevo Siena con la costa tirrenica. Dunque assolveva anche una funzione commerciale e strategica, specie quando Siena cercò di espandere i suoi domini al di là della Montagnola fino alle Colline Metallifere. Una nutrita serie di cappelle, fortilizi e ponti segnava il tracciato delle due strade. Procedevano unite da Siena fin presso San Galgano e poi divise nelle rispettive direzioni: Massa Marittima da una parte, Talamone e la Maremma dall’altra. In particolare, da nord a sud, s’incontravano: la pieve di Ponte allo Spino, presso Sovicille; la pieve di Rosia; l’eremo di S. Lucia presso il ponte della Pia, il castello di Montarrenti, i borghi di Frosini e di Pentolina e quindi il solco della Val di Merse con l’importante presenta dell’abbazia cistercense di San Galgano, la cui costruzione fu forse indotta da questi assi stradali. Ma queste erano pure le strade dell’emigrazione stagionale. Si sa di monticianesi che in autunno, chiusa la raccolta delle castagne, si recava, attraverso la Maremmana, nella piana di Montepescali per partecipare alla raccolta delle olive.

5. Lasciato il Podere della Campora, la strada, ora ben battuta, procede in aperta campagna. Qui però bisogna prestare attenzione: appena tornati nel bosco, occorre abbandonare la via battuta per una diramazione a sinistra, (se si proseguisse si arriverebbe presto, sempre sulla strada della Campora, a un guado in cemento). Questa nuova direzione insiste su un incerto stradello campestre che poi, verso destra, s’infila fra due steccati. In tal modo si accede al guado del torrente Seggi, che in certi momenti – a seconda del livello dell’acqua – potrebbe rivelarsi impegnativo (in ogni caso è consigliabile accompagnare la bicicletta a mano). Dopo il guado lo stradello procede sul limitare dei campi. Oltre la cortina di alberi che nasconde il fiume Merse, sembrano incombere le rovine dell’abbazia di San Galgano. 

6. Ad esse si accede con una breve deviazione segnalata, una volta giunti presso un piazzaletto con una panchina: deviando a sinistra si scende al Merse che si attraversa su un moderno ponte ciclopedonale. Una volta sull’altra sponda,   risalita la ripa boscosa compare la mole dell’abbazia e in alto, sul vicino colle l’eremo di Montesiepi. 

7. Per i campi si perviene all’insigne monumento. Il corpo della chiesa, privo di copertura, racconta la sua plurisecolare vicenda: dalla grandiosità del periodo d’oro, quando i monaci cistercense francesi, dal 1185, bonificandole resero produttive queste lande deserte, alle spogliazioni e alle rovine seguite dopo il XVI sec. Aver evitato ogni reintegrazione è nota di merito. «L’insieme di natura e di opere dell’uomo – ha scritto  lo storico d’arte Cesare Brandi – in cui l’opera dell’uomo non è tornata un grezzo ammasso di pietra, mentre della natura appaiono gli elementi puri della terra, dell’aria, del cielo. Sul disfacimento del complesso agirono la peste del 1348 che colpì i monaci, la perdita del tetto in lastre di piombo della chiesa nel 1474, un crollo nel 1781 e un fulmine nel 1786. Tre anni più tardi tutto fu sconsacrato e destinato a fattoria. 

L’abbazia sorge in splendida solitudine, guardata dall’alto dall’eremo di Montesiepi. Questi luoghi, oggi battuti dai turisti e da qualche contadino sulle sue macchine agricole, dovevano essere in passato molto più abitati e lavorati. I monaci favorivano la bonifica attraverso la regolazione e l’uso della forza idraulica per muovere le ruote dei mulini e delle gualchiere. Molti di questi impianti, oggi diroccati, sorgevano lungo il Merse. Un breve prolungamento dell’itinerario sale alla collina di Montesiepi luogo dell’eremitaggio di San Galgano. Nell’insolito tempio a pianta rotonda, eretto 33 anni prima dell’inizio dei lavori per l’abbazia, si vede la spada che il santo avrebbe piantato nella roccia come simbolo di fede. Volendo rifocillarsi si può arrivare al Bar della Fattoria in fondo al primo viale alberato.

San Galgano

8. L’itinerario principale, dopo la visita a S. Galgano, procede raggiungendo il parcheggio presso l’ex-cimitero dell’abbazia. Proseguendo diritto, lasciando il parcheggio sulla sinistra, e calcando uno stradello a fondo naturale si giunge accanto alla strada provinciale Massetana, sulla quale però non si può salire per via del guard-rail: si continua in parallelo sulla stradina che passa un ennesimo guado per poi confluire molto più avanti, sulla provinciale. 

9. Qui, se ne avete avuto abbastanza del ‘fuori strada’, potete tranquillamente seguire la rotabile fino al Bivio del Madonnino e riprendere, a destra, la provinciale 73; altrimenti si piega a destra su un rettifilo erboso che taglia un campo raggiungendo anch’esso, ma sempre su fuoristrada e dopo il diruto casale la Gabriella, la provinciale 73. Su questa rotabile, superato di nuovo il Merse si arriverà infine a Monticiano affrontando un’inattesa salita (pend. media 5.3% per circa 1500 metri). Se la si vuole vincere con più rilassatezza occorre deviare, all’inizio della stessa, a destra (indicaz. Podernovo). 

I bikers più avventurosi possono anche ritrovare e continuare a percorrere, dopo San Galgano, la Strada Maremmana: ripassato il Merse e raggiunta la piazzola alla quale si era arrivati in precedenza (punto 6), un cartello in legno indica, a sinistra, Pentolina e il Ponte della Pia, mete che non raggiungeremo ma che suggeriscono la direzione giusta. Subito ci si avventura su un sentiero nel fitto della boscaglia. A certo punto si supera il Fosso del Castellare sull’arcata di un ponte, semi coperto dal terriccio e dalla vegetazione: segno dell’antichità e del diverso calibro della strada in passato. Il sentiero sbocca infine su una carrabile; qui s’impegna la direzione di sinistra arrivando al margine di un frutteto; qui si mantiene la sinistra e, con un veloce tratto sterrato, si arriva infine alla provinciale 73, presso il Molinaccio. A questo punto non resta che risalire a Monticiano lungo l’asfalto.


SAN GALGANO

Seppur avesse i genitori in età molto avanzata, Galgano nacque nel 1148 grazie all’intercessione di S.Michele. Schivando i vizi del mondo, dopo una gioventù dissoluta, decise di ritirarsi in eremitaggio grazie a ripetute visioni dell’arcangelo. In una di queste S. Michele lo invitava a seguirlo attraverso un ponte molto lungo al di sotto del quale si trovavano un fiume e un mulino. Raggiunto Montesiepi Galgano incontrò Gesù, i dodici apostoli e la Vergine Maria, che lo esortarono a condurre una vita di penitenza. Rimase così in solitudine in una capanna di rami, cibandosi di erbe, ignorando le implorazioni dalla famiglia e della bella e giovane fanciulla che le era stata promessa come sposa. Al contrario, per rinforzare la sua scelta Galgano infisse in una roccia la sua spada che divenne croce a simbolo imperituro della sua fede. Accadde però che durante un suo pellegrinaggio a Roma, tre malviventi – si dice tre religiosi miscredenti – cercarono di estrarre la spada dalla roccia; non riuscendovi la vollero spezzare, incorrendo nel castigo divino provocando l’annegamento del primo, la folgorazione del secondo, e lo sbranamento nelle fauci dei lupi del terzo. Le privazioni minarono ben presto la salute di Galgano, che si spense nel 1181. Quattro anni dopo fu proclamato santo.


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