Il Sentiero arcaico di Stelvio

Itinerario lineare a piedi nella bassa Valle di Trafoi nei comuni di Stelvio e Prato allo Stelvio.

Recandomi per una breve vacanza nel settore alto-atesino del Parco nazionale dello Stelvio, per la precisione a Prato allo Stelvio, ricevetti, nell’organizzato Centro visite, un cofanetto con la descrizione delle 15 più belle passeggiate. Imbarazzo della scelta, ma una più di altre alla fine mi incuriosì: quella del Sentiero Arcaico. Arcaico è una voce dotta che sta per ‘molto antico’, ‘primitivo’. E dato che le cose antiche, specie se sono sentieri, mi hanno sempre coinvolto passionalmente, mi buttai alla sua ricerca.

Stelvio

Tempo di percorrenza: 3 ore. Punto di partenza: Ponte Stelvio (1125 m), raggiungibile da Prato con i bus della Sad (www.sad.it). Punto di arrivo: Prato allo Stelvio (913 m). Quota minima: 913 m a Prato allo Stelvio. Quota massima: 1432 m al Colle di Kaschlin. Dislivello in salita: 360 m Condizioni del percorso: sentiero senza difficoltà, adatto a tutti. Periodo indicato: da giugno a settembre; in questo periodo l’Ufficio turistico di Prato (vedi sotto) organizza visite guidate gratuite sul sentiero. Dove mangiare: nessun punto di ristoro sul percorso, eccetto Stelvio, meglio una colazione al sacco e provvista d’acqua. Dove dormire: sia Prato allo Stelvio, sia Stelvio dispongono di una buona gamma di esercizi alberghieri. Per saperne di più: presso il Centro visite di Prato è disponibile una brochure con una descrizione del sentiero. Contatti: Aquaprad – Centro visite del parco nazionale dello stelvio, tel. 0473.618212 – www.aquaprad.com; Ass. turistica Val Venosta, via Cappuccini 10, Silandro, tel. 0473.737000 – www.vinschgau.is.it; Ufficio turistico di Prato allo Stelvio, via Principale 29, tel. 0473.616034.

Itinerario pubblicato su PARCHITALIA n.2, 2005 – Aggiornato il 10.1.2010.

L’itinerario è molto semplice; utilizzando l’autobus, in estate, si può affrontare nel senso della discesa. Prendendo Prato come punto di riferimento si sale con il bus della SAD la strada per il Passo dello Stelvio fino a Ponte allo Stelvio (alt. 1115) 1. Qui inizia il sentiero che, nel tratto iniziale, non è altro che il tradizionale collegamento pedonale con il paese di Stelvio che sta sopra le nostre teste, sul ripido pendio della valle.

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La valle di Trafoi

Un sentiero molto antico, dicevamo. Una datazione certa non è possibile ma, fatti appena pochi passi, si arriva al Weiberbödele, un sito risalente all’Età del Bronzo (circa 2000-1800 a.C) dove si consumavano roghi votivi. Vicino si sono ritrovate numerose scorie di metalli e un’accetta in bronzo, il che fa supporre l’esistenza di una fucina. Il minerale non doveva fare difetto se si pensa che Stelvio – a cui si accede dopo 15 minuti di salita rispettando il segnavia 9 (alt. 1302 )– fu costruito e abitato da minatori impiegati nelle miniere della zona. Il villaggio oggi conta circa 600 abitanti (erano 648 nel 1841) e possiede pascoli e boschi per un’estensione di 14 mila ettari. Ha l’aspetto della tranquilla località di soggiorno ma, in passato, vivere qui non doveva essere facile. Miseria e carestie erano sempre in agguato. Ancora nel corso dell’Ottocento era consuetudine comune mandare i bambini, alla fine dell’anno scolastico, presso i contadini della Svevia, in Germania, per raggranellare qualche soldo in più come servetti e aiutanti.

Stelvio non ha antichità evidenti. Anche la parrocchiale è moderna, in stile neo-romanico, del 1865. Segno dunque che il luogo viveva di poche cose, con dimore di legno che non andavano a prima del XVII secolo, periodo del massimo sfruttamento delle locali miniere di galena argentifera. Passando  a fianco della chiesa, sulla scala, si esce dall’abitato.

picchio nero
Picchio rosso

Bisogna rispettare il segnavia 11a entrando fra i prati per aggirare la stretta Wassertal (Valle dell’acqua). Sull’opposto versante si scorge un’altura tondeggiante che si stacca dalla regolarità del pendio: il nostro sentiero la raggiunge. Con una breve deviazione se ne tocca la vetta. È il colle di Kaschlin (alt. 1432) 2, insediamento di cacciatori e raccoglitori dell’età del rame. Alcuni sondaggi hanno messo in evidenza resti di ossa animali, pietre focaie, scorie di rame, pietre lavorate. Si pensa a un luogo dove venivano fusi i minerali e che si estendeva dal poggio lungo il versante sud, su terrazze. Lo si ritiene frequentato fino al tempo dei Romani. Da questo punto si gode anche una splendida veduta su Stelvio e sul massiccio dell’Ortles con i ghiacciai e i nevai perenni.

Ora il sentiero prosegue lungo il versante della montagna scendendo leggermente. Dopo circa 1 ora di cammino da Stelvio si giunge a una biforcazione: il segnavia 11 prosegue più diretto per Prato, il Sentiero Arcaico invece piega bruscamente verso valle, con alcuni svolti, per raggiungere il reperto archeologico più affascinante: un tratto di strada antica scavata nella roccia (alt. 1250) 3. Dai luoghi archeologici che abbiamo già toccato si può capire come fosse plausibile l’esistenza di un’antica via di comunicazione, utile per smerciare i prodotti minerari lavorati in zona. La tradizione la chiama ‘Sentiero di Wormsion’, dal nome germanico di Bormio, verso cui appunto essa era diretta superando il Passo dello Stelvio, a 2758 metri d’altezza. La si utilizzò certamente da epoca preistorica fino al periodo romano. Non deve stupire la sua posizione, più in quota rispetto al fondovalle che si crederebbe più agevole al transito. In quei tempi le vie alpine si portavano subito in alto per evitare le piene dei torrenti e la costruzione di ponti, la cui tecnica non era ancora conosciuta. Solo con l’arrivo dei Romani, detentori di nuove conoscenze, si abbandonarono i vecchi percorsi per nuove vie tracciate in modo speditivo e con l’aiuto di manufatti come ponti e massicciate.

Il Sentiero di Wormsion fu anche un’alternativa a un’altra via, forse più diretta, che dal Passo di Umbrail, anticamente detto Passo di Worm, scendeva in Val Monastero e quindi raggiungeva ugualmente l’alta Val Venosta transitando per Tubre. Questo itinerario assunse importanza all’inizio del IX secolo con la fondazione del monastero carolingio di S. Giovanni a Müstair. Da queste strade si muovevano i commerci fra la Pianura Padana e la Baviera. Da nord provenivano stoffe, lini, sale, pelli, cera, metalli, da sud invece, vino, sete, granaglie, spezie, utensili e armi lavorate. Si usavano cavalli e muli, ma nei tempi antichi soprattutto forti buoi da tiro.

Ma veniamo al reperto archeologico sul quale avremo l’onore di mettere i piedi. Si tratta di una rampa scavata nella roccia della lunghezza di 16 metri e della larghezza di 1.30-1.40. Al suo interno si distinguono due solchi paralleli, nei quali scorrevano i carri da trasporto a due ruote. Il loro calibro è di 120 cm misurati alle estremità, pressappoco corrispondente alla misura standard dei carri romani (110 cm). Nel 1984 vi furono ritrovati due pezzi di cerchione in ferro, usati per rinforzate il battistrada in legno delle ruote.

Proseguendo sul sentiero si scorgono altri tentativi di adattare il percorso alle asperità del pendio. Le frane e la vegetazione, nel corso dei secoli, hanno ovviamente interrotto la continuità e la sagoma del tracciato così che, oggi, noi lo possiamo identificare solo per brevi tratti.

I viaggi erano certo pericolosi. Lo storico Strabone ne era ben cosciente:«Anche con un piccolo passo falso si rischia di cadere nel vuoto. In certi punti il sentiero è così stretto da causare vertigini ai passanti e quindi anche alle bestie, non abituate. Non esiste sicurezza né per quanto riguarda il sentiero, né per le enormi masse di ghiaccio che precipitano dall’alto e sono in grado di trascinare nelle profonde gole interi gruppi di persone». Non sappiamo se si riferisse proprio a questo sentiero o se, più probabilmente, in generale alla situazione delle antiche strade alpine, ben diverse dalla scorrevolezza di consolari come l’Appia o la Flaminia. D’altra parte noi percorriamo questo sentiero nella bella stagione, ma occorre pensare che un tempo lo si batteva anche in inverno non appena le condizioni della neve lo consentivano. Era un via vai continuo di pastori, alpigiani, taglialegna, mercanti, corrieri, minatori, contadini…

Il Sentiero Arcaico, a questo punto, risale un poco per riconnettersi con il segnavia 11 prima abbandonato. Ora lo si seguirà fedelmente fino a Prato. In effetti avvicinandoci alla meta, la veduta si apre sul grande varco della Val Venosta nel punto dove questa compie una larga curvatura per dirigersi a oriente, verso Merano. Si notano le regolari geometrie dei prati e dei frutteti e le diverse cuspidi semiconiche – i caratteristici ‘conoidi’ – formate dalla deposizione di materiale alluvionale dei corsi d’acqua laterali e sui quali si sono spesso insediati i villaggi.

Quando dal bosco si torna ai prati e ai primi masi isolati significa che ormai si è in vista di Prato allo Stelvio. Raggiunto l’asfalto si supera il Rio Solda per raggiungere il Centro visite (alt. 911) 4 e il centro dell’abitato. Avendo tempo si può raggiungere, nella parte sud di Prato, la chiesa romanica di S. Giovanni 8. È un bell’edificio del XII secolo con un robusto campanile e, sul fianco sinistro, un enorme figura di S. Cristoforo – uno dei molti santi patroni dei viandanti – datata 1410 come gli affreschi interni delle absidi. Ma nell’abitato non mancano anche begli edifici in stile alpino del XVI secolo, ad esempio la casa in via Argentieri 18 o la facciata dipinta (1749) della casa di via Principale 20.

IL PARCO NAZIONALE DELLO STELVIO.

Istituito nel 1935, è oggi diviso amministrativamente in tre settori: lombardo, trentino e alto-atesino. Quest’ultimo, dove si trova il nostro sentiero, ha una superficie di 134 mila ettari (il 40% dell’intera estensione del parco) e comprende ambienti naturali estremamente differenziati: dalle basse pendici della Val Venosta, dal clima secco, ai ghiacciai dell’Ortler che sfiorano i 4000 metri attraverso tutti gli orizzonti vegetazionali alpini. Sebbene il simbolo del parco sia rappresentato da un’aquila in volo, diversi altri e preziosi animali contribuiscono a formarne l’identità a partire dagli ungulati, dal gipeto, dal gallo cedrone ecc. Quattro vallate danno l’accesso al parco alto-atesino: la Valle di Trafoi con l’ardita carrozzabile del Passo dello Stelvio; la selvaggia e isolata Val di Lasa; la Val Martello che consente l’accesso al Cevedale; e la Val d’Ultimo. Irrinunciabile prima di ogni escursione una capatina ai vari Centri visite. Quello ubicato a Prato allo Stelvio, inaugurato nel 2003, ha come tema espositivo l’acqua. Ne vengono illustrati gli aspetti, da quelli legati al ciclo della vita, all’uso per l’agricoltura e all’esplorazione della fauna ittica. Pure invitante, anche per la moderna architettura, il Centro visite di Trafoi, lungo la strada dello Stelvio. Offre un affascinante sguardo sulla geologia del massiccio dell’Ortles e sulle strategie di adattamento di piante e animali alle difficili condizioni climatiche dell’alta quota.

IMG_1657Centro Visite di Prato allo Stelvio, Via Croce 4/c, tel. 0473.618212, info@aquaprad.com

Centro Visite di Trafoi (Stelvio), Trafoi 57, tel. 0473.612031, unfo@naturatrafoi@com

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Dalle valli inclini ad assorbire il tepore del clima insubrico come quella di Ledro e quella che dei ‘dei laghi’, in Trentino, porta appunto il nome, fino alle remote valli alpine dello spartiacque, come l’Aurina, la Pusteria, la Venosta. Dalle uniche e meravigliose cattedrali dolomitiche del Brenta e della Val Badia, alle delicate tessiture di paesaggio della media valle dell’Adige, a Caldaro e al Monte Corno.

Trentino – Alto Adige, Outdoor, Albano Marcarini (a cura di -). De Agostini/Alleanza Ass., 2003, 240 pagine con foto, mappe e acquarelli, formato 13 x 20 cm, 8,00 €

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