La Strada di Maria Longa

Itinerario ciclabile (o pedonale) nel pedeappennino parmense, fra la Valle del Taro e la Valle del Ceno.

Dovendo spostarsi, gli antichi camminavano in quota, lungo le dorsali dei monti piuttosto che negli insicuri fondovalle. La strada di Maria Longa, che si snoda sulle prime colline dell’Appennino parmense, ne fornisce una chiara dimostrazione. Maria Longa una è probabile deformazione del nome medievale di Via Langobardorum, uno scabro tracciato di arroccamento difensivo o un vero e proprio ramo diversivo di quell’importante via di pellegrinaggio che sarà qualche secolo dopo la Via Francigena. La sua frequentazione risale senza dubbio ben più indietro rispetto all’epoca longobarda. Siti archeologici come Pietra Corva non lasciano dubbi: utensili in selce e oggetti in ceramica testimoniano inequivocabili l’importanza della strada di Maria Longa, ma più in generale di tutta la valle del Ceno, già dal II millennio prima di Cristo. La sua natura di areale di collegamento fra la Pianura padana e il mare non venne meno neppure in epoche più recenti: ben prima che toccasse ai Romani imporsi su queste terre, erano stati i Liguri fra il V e il II secolo a.C. a prosperarvi, sul confine fra le popolazioni italiche e le genti celtiche del Nord. In età augustea spettò a Fornovo di Taro assumere una preminenza strategica, amministrativa e religiosa che non smise neppure con la caduta dell’Impero romano. È a questo punto che ha inizio l’epoca delle dominazioni cui si accennava in apertura: quella dei Longobardi prima e quella dei Franchi poi. 

Perché non si pensi che l’interesse dell’itinerario proposto sia di tipo esclusivamente storico, un cenno meritano le bellezze naturali di questo che rimane un percorso di crinale, caratterizzato dalla presenza di rocce di tipo sedimentario e magmatico. In un contesto di sostanziale aridità, la flora ha saputo trovare un suo equilibrio, con querceti dove predominano ora la roverella ora il cerro, con un sottobosco popolato di primule, viole, dente di cane, anemoni e con praterie – come quella di Pietra Corva – dove crescono molte specie di orchidee a ingentilire il paesaggio. La ricchezza della fauna non è da meno: all’ombra della vegetazione vivono il ramarro, l’orbettino (una lucertola che simile a un piccolo serpente si è evoluta perdendo gli arti), cinghiali, scoiattoli, lepri, tassi, volpi e ricci, mentre il cielo è a tratti solcato da fringuelli, sterpazzole, capinere, usignoli e da alcuni uccelli predatori quali lo sparviero, il gheppio e la poiana. Dal punto di vista geologico tutta questa zona appenninica riveste un interesse molto elevato. Gli affioramenti ofiolitici che emergono dalle argille danno conto di un’origine magmatica risalente al Cretacico, mentre i calanchi, che rompono la copertura arborea, compongono una nota di orrido pittoresco.


Itinerario ciclabile o pedonale nel pede-appennino parmense, fra la Valle del Taro e la Valle del Ceno. 

Partenza e arrivo: stazione FS di Fornovo di Taro sulla linea Parma-La Spezia (servizio Treno+Bici). A piedi si può raggiungere il punto di partenza a Possessioni, località lungo la strada provinciale 30 che unisce Varano de’ Melegari con Pellegrino Parmense. Per raggiungere Possessioni occorre utilizzare da Fornovo un bus per Varano de’ Melegari e quindi la corrispondenza (linea 2310) per Pellegrino Parmense (vedi info e orari su https://www.tep.pr.it).

Lunghezza: 27.5 km (a piedi 12.9 km)

Dislivello: 530 m (a piedi 170 m)

Tempo di percorrenza: 2h20’ (a piedi 2 h)

Condizioni del percorso: strade comunali e provinciali asfaltate; lungo tratto di crinale su percorso a fondo naturale con diversi saliscendi. Si sconsiglia vivamente in caso di piogge recenti per via del fondo argilloso. Il percorso è adatto a ciclisti con buona tecnica di guida su discese a fondo ripido e sconnesso. Percorso quasi interamente esposto al sole (scorta d’acqua, casco). Traffico in uscita da Fornovo e in diminuzione fino a Varano de’ Melegari, poi scarso. Su asfalto: 15.5. Su fondo naturale: 12 km.

Mezzo consigliato: e-mtb, mtb.

Altezza minima raggiunta: 146 m al ponte sul Taro a Fornovo. Altezza massima raggiunta: 559 m a Pietra Corva.

Dove mangiare: nessun punto di ristoro dopo Varano de’ Melegari. A Fornovo di Taro, Locanda Al Ponte, Via Solferino 2/6, Fornovo di Taro, 328.4412091.

Assistenza: Rust’N’Dust Bike, Via Solferino 72, Ramiola, 0525.1920394.

Traccia GPX: https://www.komoot.com/it-it/tour/1324965582

Sopralluogo: 26.09.2023 – ©2023albanomarcarini


  1. Dalla stazione FS di Fornovo di Taro si raggiunge il ponte sul Taro, dotato, sul lato sinistro, di pista ciclo-pedonale. Il primitivo ponte sul Taro risale al 1200 per opera dei monaci di Montepascio, che avevano la cura dei pellegrini in transito sulla Via Francigena. Rovinò per la piena del 1294. Il ponte attuale in muratura conta ben 20 archi e fa il paio con quello ferroviario, poco distante. Oltre il ponte, alla rotatoria, si piega a sinistra in direzione Bardi. È un tratto dove occorre prestare attenzione al traffico. 
  2. La strada (SP 28) può essere evitata prima di Viazzano, seguendo a destra la Strada Vecchia che passa, con un tratto sterrato, a monte dell’abitato. Si è ormai entrati nella Valle del Ceno, nel suo lato idrografico sinistro. Il percorso resta alle estreme falde di rilievi che si succedono con dolce pendio, ora a prati e macchie boschive, ora con fianchi erosi e franosi. Si torna più avanti sulla provinciale ma, grazie a un tratto di ciclabile, si giunge in breve a Varano de’ Melegari dove, ci attende, all’uscita dall’abitato la possente mole del castello Pallavicino.

Il castello Pallavicino di Varano. Sorge all’estremità occidentale dell’abitato coagulando l’originario e ristretto nucleo di vecchie case di Varano.  Il castello si erge su un macigno di arenaria, sulla sinistra del Ceno e alla confluenza del torrente Boccolo. Lo sprone, definito da alte pareti rocciose, che divide i due corsi d’acqua ha fatto da platea per il borgo e il castello. Quest’ultimo fu fatto costruire dal Comune di Parma nel 1208 per difesa dei suoi territori e fu dei Pallavicino e di Nicolò Piccinino. L’assetto attuale risale al XV secolo. Ben restaurato, mostra bene tutti gli elementi del maniero tardo-medievale e viene catalogato come uno dei più riusciti esempi di architettura fortificata del parmense: mura alte e robuste con merli e caditoie; massicce torri quadrangolari agli angoli, mastio interno, porte e posterle, gallerie sotterranee. Molto suggestivo il fianco meridionale, dove si sviluppa la duplice schiera di fabbricati del borgo, con le due torri che serrano il retrostante accesso al castello. Se esso poté dirsi imprendibile non così fu il borgo. Nel 1636 fu devastato dalle truppe spagnole, in occasione della lotta contro Odoardo Farnese, con danni così pesanti da non riuscire per lungo tempo a riaversi.

3. Alla rotatoria dinanzi al castello ci si immette sulla rotabile per Pellegrino Parmense ma la si abbandona subito, a destra, per una strada alternativa (strada Boccolo) di notevole interesse paesaggistico, come riporta un cartello. Difatti, dopo un primo tratto nel fondo della valletta del Rio Boccolo, intessuta di campi coltivati, lasciate alcune diramazioni verso destra, il percorso inizia un’impegnativa salita sulle balze collinari, fra campi e macchie di bosco con larghe vedute sul crinale che costituirà la successiva parte dell’itinerario. Si notano alcune residue vigne, ultime testimonianze di una coltivazione un tempo diffusa e dalla quale si ricavavano squisite uve bianche. Alcune rampe toccano il 12-14%, fortunatamente su asfalto. 

4. La strada, stretta e sinuosa, tocca le case di Montesalso, con la sua chiesuola, e quindi con un’ultima rampa, riguadagna la strada provinciale lasciata a Varano, che è comunque l’altra possibilità, con pendenze molto più accettabili, di coprire questo tratto di itinerario. 

5. Circa un chilometro dopo l’immissione nella provinciale, raggiunta un’altitudine di circa 500 metri, si nota a destra, l’imbocco di un lungo rettifilo sterrato, annunciato da vari segnavia, uno dei quali riporta l’indicazione Strada di Maria Longa – Via Longobardorum. Inizia qui il lungo e altalenante tratto di crinale, su fondo naturale, che ci riporterà a Fornovo. L’andamento è facilmente intuibile; vi sono a volte tracciati paralleli che, alla fine, riportano sul percorso principale. Le groppe montuose sono esposte e solcate dai calanchi. Dove si allargano delle radure prative si segnalano, in primavera, splendide fioriture di orchidee. Più in basso, sui versanti, una fascia di ginepri e ginestre precede la boscaglia di roverelle, tutte specie tipiche di ambienti a scarse umidità. Sebbene si dovrà perdere di quota, non mancano, specie nel primo tratto, brevi ma ripide rampe in salita che toccano i vari cacumini del crinale. L’antichità del percorso è ribadita anche dalla linea di confine fra i due comuni – Varano de’Melegari a destra, Medesano a sinistra – che corre esattamente lungo la strada.

6. Dopo la prima altura di Monte Pelato (525 m) la sterrata punta verso Pietra Corva (559 m, area di sosta), una grezza rupe di ofiolite che, fatto non raro nell’Appennino, si trova posata sopra un letto di argille. Queste rupi, per la loro compattezza e posizione, furono scelte fin dalla Preistoria come preferenziali luoghi di insediamento umano. 

Nella leggenda di Pietra Corva riecheggiano racconti forse già sentiti altrove o comunque narrati in modo magistrale da scrittori e poeti, che li hanno in tal modo resi eterni. Da queste parti sono invece rimasti in pochi coloro che ancora narrano le vicende del triste amore tra la figlia del conte che abitava la Roccalanzona è un giovane pastore di Gallichiano. A vicende simili basta però a volte un’ambientazione e un contesto diversi per renderle uniche. La storia è di un amore reso impossibile non solo della differenza di ceto, ma anche del fatto che la bella fanciulla apparteneva alla casata dei Rossi di San Secondo, mentre il giovane proveniva Gallichiano, dominio dei grandi nemici Pallavicino, feudatari di Varano e Riviano. Vuole la leggenda che due sfortunati amanti abbiano preferito la morte all’impossibilità del loro amore si siano gettati, in un ultimo abbraccio, dall’altissima rupe di Pietra Corva. E proprio a Pietra Corva, sempre secondo la leggenda, i due farebbero ritorno sotto forma di due bianchi veli nelle notti estive di luna piena.

Dimora rurale a Pagano

Il percorso è deteriorato dai fuoristrada: diventa impraticabile dopo periodi di pioggia, con solchi profondi e fangosi per via del substrato argilloso in grado di trasformarsi in un tenace collante per il telaio della bicicletta. In compenso il panorama è vastissimo sulla pianura, sulla lontana Parma, sul monte Prinzera, sul crinale dell’Appennino e sulle colline della Val Ceno. 

7. Una vertiginosa discesa reca alla base dei ruderi di una fortificazione, appollaiata su una rupe: Rocca Lanzona. Vi si accede per una diramazione il cui accesso è vietato per rischio di crolli. Meglio proseguire in discesa aggirando la rupe dal basso. 

I ruderi della Rocca Lanzona, in antico Arx Leonum, sono senza dubbio il monumento di maggior spicco che si può incontrare lungo la strada di Maria Longa. La sua esistenza è attestata intorno all’anno 1000 – quando risulta essere un possesso di Ildegarda, moglie del nobile longobardo Oddone – e da quel momento in poi continuerà essere ambita dai potenti locali: il Pallavicino e i Vinciguerra di Varano prima, i Rossi poi. Ne rimangono purtroppo solo alcuni resti, impiantato sopra la scabra roccia ignea del Sasso dei Corvi; un’idea come doveva essere il suo aspetto allorché fu dominio della famiglia dei Russi – possesso durato fino al Seicento, quando inizio la decadenza del maniero – la si può avere da un affresco quattrocentesco del Bonifacio Bembo, noto come fedele ritrattista della famiglia Sforza, custodito nella Camera Aurea della rocca di Torrechiara.

Si lascia a destra la direzione per le vicine case Pagano per affrontare un breve tratto ombreggiato nel bosco, con due tornanti, tornando fra i prati in vicinanza del crinale. Le ultime vedute inquadrano la valle del Taro e Fornovo poi, superata la vetta del monte Bussareto (alt. 380), ci si getta a destra per l’ultima, sconnessa e repentina discesa fino a Ramiola e da qui, ripercorrendo per un breve tratto il tragitto coperto all’andata, si raggiunge la stazione FS di Fornovo.


Alcuni consigli per rendere piacevole l’escursione e senza rischi:


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Albano Marcarini, La ciclovia del Ticino – Da Sesto Calende a Pavia, 56 pag., 1a edizione, 2022.

La Valle del Ticino si apre nella Pianura Padana, dal Lago Maggiore fino al Po, sotto Pavia. È la più vasta area fluviale protetta d’Europa. Questa guida l’avvicina in bicicletta, il mezzo ideale per esplorarla e traccia un filo rosso da Sesto Calende a Pavia, per 122 km. Per la prima volta il percorso è ricavato sulla sponda destra del fiume, la meno conosciuta rispetto a quella lombarda. Un tracciato su strade campestri e piste ciclabili, quasi esclusivamente riservato ai ciclisti e ai pedoni. SPEDIZIONE GRATUITA

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