Il Passo Crocedomini

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Il cippo celebrativo della strada del Passo Crocedomini

Dal Passo di Croce Domini si vede il mare. Un mare di montagne. Le Orobie, viste da questa lontananza e da questa altezza (quasi a duemila metri, 1892 per la precisione) sembrano piccine, quasi montagne da balocchi. Qui si sente la vicinanza dell’Adamello e dei suoi ghiacciai, di tutta l’infinita e poco battuta dorsale di monti che da quel massiccio scende fino alla pianura bresciana. Una cordigliera lombarda sovente spazzata dal vento o intrisa di umide nebbie: luoghi di pastori, mandriani e, poco più in basso, di miniere e fucine che per secoli hanno lavorato la dura materia del ferro. Da una parte, verso occidente, stanno i Camuni, con la loro schiatta di antichi progenitori, capaci di incidere e graffiare la pietra per documentare, come in un fumetto, la vita quotidiana; dall’altra, verso oriente, i ‘bagossi’, gli abitanti della valle di Bagolino, di dura scorza, fieri e indipendenti, svezzati dalla lunga sudditanza ai Lodroni trentini, signori dispotici e forse ‘ladri’, come il nome, si dice, facesse intendere.

Pochi i ciclisti che arrivano fin quassù, salita ostica come poche. Di più i motard. Arrivano dalla Germania bardati come guerrieri, in sella alle loro potenti e inarrestabili bicilindriche – e chissà come scovano queste strade – sostano al rifugio per un panino al salame con cappuccino – che mi fa disgusto solo a pensarlo – e poi puntano in giù, verso il Lago di Garda.

Anch’io la prima volta ci arrivai in moto, una trentina d’anni fa. Mi incuriosiva un fatto. Sulla cartina del Touring era una ‘strada bianca’. Era una delle poche strade statali, l’unica in Lombardia assieme al Gavia, non ancora asfaltata. Portava il numero 345 e si chiamava ‘delle Tre Valli’, perchè con un giro quasi siderale, e tutto in cresta, univa la Val Camonica, la Val Trompia e la Val Sabbia, le tre valli bresciane per eccellenza. Ancora oggi fra il Croce Domini e il Dosso dei Galli, per circa 7 chilometri, il fondo è sterrato, più adatto ai fuoristrada che alle berline. È cambiata solo la gestione: dallo Stato è passata alla provincia, ma sempre con lo stesso numero: 345. Progressivo, come la salita, che non finisce mai.

Croce Domini è un termine arcano. Sa di onnipotenza. La ‘croce dei Signori’, o meglio la ‘crush’, indicava il punto di scollinamento, il confine fra un dominio e l’altro, una dichiarazione di potere oltre che politica e militare. C’è ancora la croce, ma scalfita e rugginosa, retta su un pilastrino che porta incise le distanze, come monito per coloro che si avventurano fin quassù senza provviste o ignari della reale lunghezza del cammino.

La storia dell’attuale strada è presto detta. Un documento napoleonico del 1805, indica, fra le maggiori comunicazioni della Valcamonica, anche una ‘stradella’, lunga 7 miglia, che dal fondovalle conduce a Esine, Berzo e Bienno, tutti abitati «assai trafficanti di ferro e di legnami». Una mulattiera arriva poi a Campolaro, da cui si prosegue per un sentiero percorribile con animali, ma ripido e angusto, fino al passo. Di questa via si lamentava allora il cattivo stato, che non favoriva il traffico. A Prestine sorgeva una caserma della finanza, considerando che la Val Caffaro era austriaca. Da questa precaria condizione, complice la Grande Guerra, si passò a una rotabile militare atta a servire la zona di operazione dell’alta valle del Caffaro. Deperita dopo il periodo bellico, la strada fu presa in carico dalla provincia e, nell’agosto del 1932, del tutto riattata. Nel 1962, il tronco da Breno al Passo di Croce Domini fu statalizzato, come Strada delle Tre Valli, mentre per quello sul versante orientale si dovette attendere il 1993 perché potesse assumere la denominazione di statale 669 ‘del Passo di Croce Domini’.

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Il Passo Crocedomini

Nonostante il suo non rilevante ruolo nell’insieme delle vie di comunicazione lombarde, vi furono comunque dei transiti ‘illustri’. Fra questi quello dell’eretico Dolcino, in missione fra le valli alpine per raccogliere adepti. Le notizie dicono di una folta schiera di predestinati che si muoveva dietro la sua ascetica figura. Tutti ricevettero accoglienza dagli abitanti di Bagolino. Poi, nei mesi freddi del 1304, uomini e donne si diressero al passo per scendere in Lombardia, forse protetti dai signori di Breno, fino a raggiungere Martinengo, nella piana bergamasca, con l’obiettivo di incontrare e di ingraziarsi Matteo Visconti, signore di Milano, per poi consumare, traditi dallo stesso Visconti, il loro dramma sulle montagne biellesi.

Da questo valico passarono, idealmente o meno, le relazioni di forza fra i potentati lombardi e trentini. Anzi fu spesso il chiavistello usato da questi ultimi per tentare di impossessarsi delle terre camune. Il conte Albertino Mettifuoco, discendente dei conti di Arco, nell’alto Garda, fu la prima famiglia nobile che, nel 1186, ottenne proprietà e benefici in quel di Breno. E, appena una decina di anni prima, furono i brenesi, dal loro munito castello, alto sulla rupe che rompe la valle, a vigilare sul passaggio di Federico Barbarossa, desideroso di riottenere l’obbedienza dei comuni lombardi. E non fu un caso forse, che sotto il dominio della Serenissima, Breno, in comunicazione con il Garda e le terre più propriamente venete grazie al Croce Domini, divenne capoluogo della valle.

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Il rifugio al passo e il crocevia di strade per Bagolino e per il Maniva

I cronisti rievocano presenze ancora più antiche. Gabriele Rosa, autore nel 1886 di una delle prime guide ‘turistiche’ della Valcamonica, informa che sulla via al passo «è anche un sito detto pietra dell’altare, ricordante riti gentili, perché il valico è antico e rocca de’ pagani si dicono avanzi di vetusto castello sopra Prestine». Luoghi e simboli sacrali, sempre diffusi nei tempi antichi sui luoghi di transito alpino, come ricordano gli omaggi votivi ‘pro itu e reditu’ (per l’andata e per il ritorno) che i Romani depositivano sui valichi per proteggersi dagli imprevisti. Una sorta di assicurazione sulla vita, in altre parole.

Momenti di storia, spesso ignorati dai turisti di oggi che preferiscono bearsi del panorama, dell’aria fine, dei buoni prodotti genuini, dispensati al rifugio del passo o all’albergo di Bazena. Alcuni poi, sedotti dalla bellezza del luogo, abbandonate auto e moto, si inerpicano su per i sentieri della zona. Alcuni bellissimi. Scendendo il versante orientale, verso Bagolino, si arriva alla Malga Cadino della Banca, punto di partenza del sentiero diretto ai laghetti delle Moie, di strana conformazione, talvolta ridotti a semplici stagni per via del riflusso delle acque nel sottosuolo. Chi ha forza nelle gambe prosegue fino al Rifugio Tita Secchi, a 2362 metri, pronto magari ad affrontare, nei giorni successivi, l’Alta Via dell’Adamello. Chi resta invece sul versante camuno, a Bazena può affrontare il sentiero della Val Fredda e legarsi poi, al Passo della Vacca, con il sentiero prima citato, per un gratificante anello in quota. Sotto il profilo geologico vale l’alta via, perchè con poca fatica enumera tutti gli aspetti mineralogici e strutturali dell’intero massiccio dell’Adamello: dalle rocce sedimentarie alle carbonatiche e alle magmatiche.

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La conca di Cadino 

Altri turisti, forse meno ardimentosi, programmano la traversata del Croce Domini con l’aggiunta di una visita a Bagolino o a Bienno. La prima notissima per il suo carnevale e per il prelibato ‘bagoss’, formaggio d’alpe, la seconda legata alla tradizione della lavorazione del ferro con le sue vecchie fucine distribuite lungo il rio che scende giusto dalla valle del Croce Domini. Due abitati di belle tradizioni, legate da un esile nastro stradale che scavalca le montagne.

Passo Croce Domini, istruzioni per l’uso

Passo Croce Domini (m 1892) – Comune di Breno (BS), al quale attiene anche tutta l’alta valle del Caffaro, ovvero il versante orientale del passo. Il valico è chiuso nella stagione invernale.

Dove mangiare e dormire. Al passo sorge il Rifugio Croce Domini (tel. 0364.310425) con un menù a 30 Euro e possibilità di pernottamento nella dependance (10 posti letto; 20 Euro a persona a notte). Presso il rifugio, attorno a ferragosto, si svolge il raduno per cani conduttori di mandrie.

Il Rifugio Bazena (tel. 0364 310777, http://www.rifugiobazena.it), è a un chilometro dal passo, sul versante camuno. Dispone di 15 camere per la notte (60 Euro la doppia) e di un ‘tapis roulant’ per le discese sulla neve dei bambini.

Punti di ristoro lungo la salita si trovano anche a Campolaro e a Dalmone.

Le buone cose. Sugli alpeggi intorno al passo si produce il famoso ‘bagoss’, il più pregiato dei formaggi bresciani. In stagione raggiungerli e intrattenersi con i custodi può essere una invitante occasione per conoscere un’attività di larga fama. Altrimenti, per gli acquisti, si possono visitare i caseifici di Bagolino, tutti rigorosamente elencati sul sito www.comune.bagolino.bs.it a partire dalla Cooperativa Valle di Bagolino, via Parecchia 34, Bagolino.

SALITA CICLISTICA AL PASSO CROCE DOMINI (dalla Valcamonica)

Partenza: Breno (344 metri). Arrivo: Passo Croce Domini (1892 metri)

Distanza: 22 km. Dislivello: 1580 metri. Pendenza media: 7,18%

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Si può richiedere l’ingrandimento di questa carta a info@guidedautore.it

La salita ‘classica’ al Croce Domini, lungo la strada statale ex-345 ‘delle Tre valli’, comincia nel centro di Breno, al bivio con la strada statale 42 del Tonale e della Mendola. Da Breno si può anche seguire, in alternativa, la strada provinciale per Pescarzo e Astrio, congiungendosi alla statale ex-345 poco prima di Degna. Chi proviene dalla bassa Valcamonica, invece di arrivare a Breno, può già deviare verso il Crocedomini a Cogno e, via Esine, Berzo, raggiungere la statale ex-345 a Bienno. La vera salita, così come rappresentata nella cartina e nel profilo altimetrico, comincia dopo Bienno (provenendo da Breno, prima di Bienno, si affronta pure un breve tratto in contropendenza) con quattro ariosi, ma già impegnativi tornanti che vincono le balze del Dosso del Cerreto. Un breve falsopiano porta al bivio da cui proviene la strada di Astrio. Poi ricomincia dura, sopra la frazione Degna, con due tornanti (fra i cippi dei km 77 e 75) e pendenze vicine al 12%. Solleva un po’ il fatto di stare in ombra nella pineta. Superato il Belvedere al km 75, si affronta, fino a Dalmone, un lunghissimo traversone a più moderata pendenza e con la strada larga e ben tenuta. Essa si stringe dopo il km 71 (bivio per Campolaro) e riprende sentita la sua ascesa lungo la Val Bona. Per guadagnare la conca di Bazena occorre sfidare quattro secchi e durissimi tornanti. A Bazena si respira su un falsopiano e si vince il valico dopo altri due chilometri, con una galleria paravalanghe, e un ultimo accenno di salita.

Chi volesse affrontare la discesa in Val Caffaro, deve poi mettere in conto un giro impegnativo per tornare a Breno, passando per Bagolino, Vestone, in Val Sabbia, Gardone, in Val Trompia, Iseo, Pisogne, Darfo-Boario Terme (nel complesso quasi 150 km). In mountain-bike le possibilità sono più variate: dal passo continuare sulla ex-statale 345 (non asfaltata) fino al Passo del Maniva, poi discendere l’alta Val Trompia fino a Lavone e quindi scollinare in Valcamonica attraverso il valico della Val Palot (m 1400).

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Schermata_2015-06-22_alle_18.15.42Lo Stelvio e il Mortirolo, il Gavia e il Ghisallo, e poi il San Gottardo, la Presolana, il San Marco… Sono le più belle salite fra Lombardia, Canton Ticino e Grigioni italiani. Sono le salite del Giro d’Italia e del Giro di Lombardia. Sono le salite delle quali, una volta “conquistate”, ogni buon cicloamatore si parla con orgoglio agli amici infliggendo loro piccole invidie. Questo libro è un invito ad affrontarle e a conoscerle meglio. Non solo attraverso aspetti tecnici. Certo, come si aspetta uno scalatore si trovano tabelle, altimetrie e cartine dettagliatissime, chilometro per chilometro. Ma soprattutto ci sono le storie di queste salite: perché ogni valico ne ha almeno una da raccontare; e poi belle immagini, fotografie e disegni ad acquerello, per documentare paesaggi e strade che s’avvolgono a spirale nelle nebbie o nel sole splendente delle alte quote. Un libro per appassionati di cicloscalate che è anche l’invito ad alzare ogni tanto gli occhi dall’asfalto e a guardarsi attorno: perché il bello di una salita non si misura solo in watt di potenza consumata nelle gambe ma anche in delizia dello spirito.

Albano Marcarini, ALTI PASSI GRANDI SALITE, I libri di Cycle! – 1 – Ediciclo, 2014, 240 pag. a colori, foto e carte. 21 x 27 cm. – 26,00 € – ACQUISTA


 

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