Il Colle di Valdobbia

Fra i diversi valichi mulattieri a sud del Monte Rosa spicca sulle mappe il Colle di Valdobbia (alt. 2480): «Le grand passage pour aller du Duché d’Aoste dans le Val de Sezia», secondo il nobile Philibert Arnod nel 1691. Deve la sua notorietà all’ospizio, ritenuto il più alto d’Europa a 2497 metri di quota, fondato nel 1822 a favore dei viandanti, e per essere stato una costante via di scambio a iniziare dalla penetrazione di colonie walser, di origine germanica nell’alta Valsesia, dove si stabilirono fra il 1325 e il 1337. Tuttora in Val Vogna, la valle che fa accedere al valico dalla Valsesia, si rinvengono mirabili esempi di dimore unitarie in legno, di epoche successive, ma sempre riferite al modello originario dell’edificio in ‘block-bau’ con la singolare disposizione angolare a tronchi di legno fra loro incastrati.

L’ardito tracciato risale i versanti montuosi e si apre la via in un varco del lungo contrafforte che dalla Piramide Vincent del Monte Rosa, in direzione da nord a sud, si dissolve nella Serra biellese. Per la sua collocazione, essendo pure allineato con i più occidentali Colle della Ranzola (alt. 2171) e Colle di Joux (alt. 1707), era ritenuto un tramite ideale con Aosta e i due valichi alpini del San Bernardo. Fino a tutto il Settecento l’itinerario del Colle di Valdobbia in Val d’Aosta era incluso fra i quattro maggiori per importanza, assieme alla Via d’Ivrea e ai colli del Grande e del Piccolo San Bernardo. Difatti, fin dall’inizio del XVI secolo, vi si indirizzavano i mercanti savoiardi diretti alla fiera annuale di Riva Valdobbia. Quando nel 1628 la Valle d’Aosta fu devastata dalla peste – si calcola che l’epidemia ridusse di quasi due terzi la sua popolazione – il morbo, inarrestabile e invisibile se non per i suoi letali effetti, prese pure questa via, spargendosi in Valsesia e, in primis, a Riva e fra i villaggi della Val Vogna toccati dalla mulattiera. Sciaguratamente era la dimostrazione di un’alta e continua frequentazione dove, ai mercanti, si aggiungevano gli emigranti, il cui flusso prese consistenza a partire dal XVI sec. I valsesiani, provetti nell’arte muraria, si recavano in Svizzera e nella Savoia con l’intenzione di rientrare nei luoghi d’origine ogni anno, all’inizio dell’inverno per ripartire qualche mese dopo prim’ancora dello sciogliersi delle nevi. Così le cronache rivelano, con toni cupi, l’impressionante numero di viandanti dispersi o periti sotto le valanghe, precipitati dal sentiero, assiderati dal freddo. Eppure non mancavano nelle località di partenza dell’una e dell’altra valle i segnacoli a cui invocare protezione per il cammino: a Riva Valdobbia era la maestosa figura di San Cristoforo, protettore dei viandanti, che campeggia sulla facciata della Parrocchiale; dal versante opposto, nella Valle del Lys, presso la Zoll Haus, erano ben sei le immagini sacre a cui il viandante poteva rivolgere implorante lo sguardo, pochi passi prima dell’inizio dell’ascesa. 

«Il caso più pietoso – ricorda nel 1907 Giuseppe Lampugnani – fu quello di due poveri sposi colti nell’inverno del 1820 dalla tormenta. Erano già arrivati al passo e stavano per scendere, ma poiché la furia ne li impediva decisero di cercare riparo sotto una balma. Ma non valse: la stanchezza, il freddo e la neve uccisero la donna e l’uomo fu strappato alla morte dagli amici accorsi. La mano che l’infelice, tutta intirizzita, teneva appoggiata contro il masso egli ne la ritrasse monca delle cinque dita». La vicenda, unita ad altre precedenti tragedie, convinse il canonico Nicolao Sottile, rara figura di benefattore, a costruire con i suoi denari due anni dopo, un ospizio dove potessero rifugiarsi i viandanti. A rimarcare i rischi del cammino stava pure l’abitudine dei valsesiani di andare incontro agli emigranti di ritorno per rifocillarli e proteggere. Da qui l’etimo di Valdobbia, ovvero, secondo il dialetto locale, ‘andare in obbia’, vale a dire andare incontro a qualcuno, lontana eco dal latino ‘obviam ire’.

L’Ospizio Sottile al Colle di Valdobbia (acquerello di A.Marcarini)

Il 12 agosto 1880 il socio del Club Alpino Italiano Carlo Gallo partecipa all’annuale festa di Valdobbia che si celebra sul pianoro dell’ospizio unendo le genti dell’una dell’altra vallata. Dopo la messa rituale dedicata alla Madonna Addolorata seguita da una lauta colazione – «antipasto, minestra, cinque piatti, dolci, formaggio e vino» – l’astante osserva ammirato le danze dove «le gonnelle rosse delle Gressonetesi, quelle nere delle Rivesi svolazzavano inseguendosi e confondendosi. Durante il ballo, gli uomini più vecchi giuocavano alle bocce. Un d’essi, gressonetese pur sangue, dai baffi bianchi, indirizzava, ad ogni boccia che lanciava, un vero discorso in tedesco». All’improvviso all’appressarsi di nuvole nere e minacciose il convivio rapidamente si scioglie e ognuno, dal versante che gli spetta, scende a valle.

Nella stagione estiva la relativa comodità fece rientrare a più riprese la via nei piani militari. Nel 1690 quando i francesi scesero in Piemonte per ‘mitigare’ le ambizioni del Duca Vittorio Amedeo II e ricondurlo entro la loro sfera d’influenza, lo Stato di Milano, a cui apparteneva la Valsesia, si mise in allarme poiché a giudizio degli strateghi il Colle di Valdobbia, aggirando le munite fortificazioni di Bard, consentiva la facile discesa di un esercito verso il basso Verbano e il Ticino in grado di mettere in pericolo la stessa Milano. Fortini, trincee e muraglie, oltre a piazzare sul colle 100 uomini in posizione di difesa non servirono poiché, dopo la sconfitta della Marsaglia il 4 ottobre 1693 Vittorio Amedeo capitolò. L’idea però persuase, più di un secolo dopo, una divisione napoleonica, composta da 2500 uomini che superando il valico sciamarono rapidamente in Lombardia dopo aver contenuto gli Austriaci a Varallo. Nel 1773, durante le sue esplorazioni naturalistiche, transitò sul colle l’insigne Horace Bénédict de Saussure; a suo dire impiegò quattro ore e mezza nella salita dalla Val Vogna e due a scendere a Gressoney. Nel corso dell’Ottocento i passaggi ‘reali’ si fecero numerosi: la Regina Margherita, legata d’affetto per queste terre e prima donna a scalare il Monte Rosa, vi transitò per quattro volte fra il 1890 e il 1898.

BIBLIOGRAFIA. Carlo Gallo, In Valsesia – Note di taccuino, Torino 1892; Roberto Fantoni, Attilio Ferla, La fruizione di un colle alpino dal tardo Medioevo al nuovo millennio: Il Colle Valdobbia, in ‘Crinali e passi dagli Appennini alle Alpi’, Gruppo di studi Alta Valle del Reno, Porretta Terma 2013; Roberto Bellosta, Fortificazioni antifrancesi in Valsesia durante la Guerra della Grande Alleanza, in ‘Presmell’, Ecomuseo Valle Vogna 2020; Luigi Capra, Giuseppe Saglio, Attraverso i monti. Colli e collegamenti intra-alpini a sud del Monte Rosa, Priuli & Verlucca, Ivrea 2001.

Il sentiero per il Verdebiufurka, come è chiamato nel dialetto walser, il Colle di Valdobbia, è tuttora agibile con l’appoggio dell’Ospizio Sottile, posto al culmine di 2497 metri d’altitudine. Da Riva Valdobbia ci si può avvicinare in auto fino a Ca’ di Janzo (alt. 1354) per poi risalire su larga strada sterrata e poi su sentiero (segnavia 201) la Val Vogna con i suoi suggestivi villaggi. Il dislivello per il Colle Valdobbia è di 1126 metri. Dall’Ospizio Sottile si scente il versante della valle di Gressoney con il segnavia 11. Tempo complessivo della traversata 5 ore e 30 minuti. Nella classificazione CAI figura come itinerario ‘E’, per escursionisti.


Albano Marcarini, Il Sentiero della Regina, 168 pag., 3a edizione.

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