La Via dei Tarlati o di Pietramala univa Arezzo con Anghiari e con Sansepolcro, scavalcando il crinale dei rilievi che separano il bacino dell’Arno con la Val Tiberina. Era uno dei due percorsi che, fin dall’antichità, agevolava i traffici da e per i porti dell’Adriatico (il secondo percorso era la cosiddetta Via Ariminensis, di fattura romana, diretta da Arezzo a Rimini).

Nel Medioevo, e soprattutto nel XIV secolo, la Via di Pietramala (forse da petra malis, dallo scadente stato del selciato) fu intensamente utilizzata tanto da prendere il titolo aggiuntivo di Via dei Tarlati, dal nome della potente famiglia che legò il suo destino alle brevi fortune della città di Arezzo. Il vescovo Guido, assunto alla cattedra di Arezzo all’inizio del Trecento, vide nella strada e nei suoi traffici uno strumento di espansione economica del comune verso l’Adriatico. Era un desiderio di autonomia e anche un tentativo di sfuggire alla crescente egemonia di Firenze. Lungo la scabrosa via mulattiera transitavano le greggi dirette in inverno verso la Maremma, oppure i grossi imballaggi del guado, la fibra tessile ricercata dai pittori per ottenere la tinta azzurra. Dell’importanza della strada fanno testo anche alcuni ‘ospitali’ sorti per il ricovero dei viandanti a S. Polo, a Vezzano e a Montecasale.

Dal castello dei Tarlati, nel sito appunto di Pietramala, si potevano controllare i transiti. Di esso oggi restano informi ammassi di pietrame perché nel 1385 i Fiorentini, una volta venuti in possesso di Arezzo, lo distrussero completamente avendo intuito il suo potenziale strategico. Da quel momento la via decadde a informe viottolo e i traffici spostati sull’attigua via detta ‘della Libbia’ (tuttora utilizzata come collegamento viario fra Arezzo e Anghiari), lungo la quale i Fiorentini avevano disseminato i loro presidi.

La sua memoria rimase nelle testimonianze della gente e tuttora, sebbene siano scomparsi molti dei suoi manufatti, risulta tutta percorribile a piedi e quasi per intero in mountain-bike. A piedi si tratta di un’escursione molto lunga – 25.7 km – che può essere divisa in due giorni pernottando nell’accogliente fattoria della Scheggia, raggiungibile con una deviazione. In bicicletta occorre invece considerare che la salita, dopo il guado sul torrente Chiassa, non può essere affrontata in sella.
LA STRADA MEDIEVALE
Dopo la caduta dell’Impero, nel IV sec., le strade romane finirono in rovina. Si mantennero i tracciati, ma la loro struttura, sebbene solida, si disfece naturalmente o perché i grossi basoli delle pavimentazioni potevano essere usati per altri scopi, non ultimi quelli difensivi. Di conseguenza la strada medievale fu, di norma, un tracciato non strutturato, spesso a fondo naturale, sovente interrotto (da cui lo sviluppo di percorsi fra loro paralleli, al fine di aggirare gli ostacoli), privo di manutenzione e di vigilanza. Quando le comunità locali avevano le risorse necessarie, qualche ponte in pietra risolveva il passaggio dei corsi d’acqua più profondi, mentre i pedaggi, riscossi accanto ai numerosi fortilizi dell’epoca, erano destinati più a ingrossare le fortune dei feudatario di turno che non a migliorare l’efficienza della via. La trascuratezza dei governi a intraprendere una seria politica stradale, salvo casi eccezionali, fu una costante nella nostra penisola almeno fino al XVIII secolo. Per diversi secoli le vie restarono in balia degli elementi naturali risultando percorribili solo ai pedoni, ai cavalieri o alle bestie da soma. Neppure il carreggio, al di fuori delle pianure, era sempre garantito. Attraversare Alpi o Appennini risultava un’impresa necessaria ma non sempre agevole.

Punto di partenza: Arezzo. Punto di arrivo: Anghiari, da cui si fa ritorno ad Arezzo con servizio di autolinea. Mezzo consigliato: a piedi o in mountain bike. Tempo: 9 ore a piedi (senza le soste). Distanza: 25.7 km Dislivello: 850 metri. Segnavia: sentiero CAI 102.
Dove mangiare. Nessun punto di ristoro lungo il percorso. Negozi di alimentari in uscita da Arezzo e a S. Polo.Dove dormire. Alla Fattoria la Scheggia (a circa 1 ora dal sentiero una volta saliti sul crinale principale), tel. 0575.723077, http://www.lascheggia.it- Indirizzi utili: Proloco Anghiari, c.so Matteotti 103, Anghiari, tel. 0575.749279, www.anghiari.it
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- Dalla periferia di Arezzo si segue la strada per S. Fabiano e S. Polo. Qui si trova la pieve omonima: le parti conservate del V sec. la consegnano al periodo paleocristiano. Rispettando il segnavia si può evitare un tratto di asfalto salendo la collina.
- A circa 3 km da S. Polo si incontra un bivio: la strada a destra manda a Poti, quella di sinistra prosegue invece per Pietramala, guadagnando gradatamente quota.
- Dopo i ruderi delle case di Vezzano si perviene ai piedi del colle di Pietramala, dove si ergeva il castello dei Tarlati. Ora si attraversa a guado il Rio Chiassa (300 m. a valle del rio si notano le spalle del ponte dell’antica strada) e si prosegue lungo il segnavia bianco e rosso.
- Raggiunto il crinale più alto vicino al M. Castiglione si lascia a sinistra la strada per la Scheggia (agriturismo) e si piega in direzione di Montemercole. Da qui, per tratti di strada campestre o per sentiero, si digrada verso la valle del Sovara. Questo torrente si guada facilmente in assenza di acque alte (in caso contrario occorre raggiungere il ponte a valle di Vaglialle).
- Prima si concludere il cammino ad Anghiari, si avvicina la pieve di Sovara. È un bell’edificio, originario del VII (base absidale), assurto a pieve fra il IX e X secolo. La veste attuale è del ‘400. Un breve tratto di salita mette infine ad Anghiari, borgo di grande interesse monumentale: chiesa di S. Maria delle Grazie, Palazzo Pretorio, Museo di Palazzo Taglieschi, chiesa della Badia.

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