La gigantesca glaciazione del solco della Dora Baltea, terminata 11 mila anni or sono, ha lasciato di sé innumerevoli testimonianze fisiche se si pensa che aveva un’estensione di oltre 100 kmq e un’altezza di ben 800 metri. La più imponente è il cosiddetto ‘anfiteatro morenico’, ovvero il deposito terminale dell’antico ghiacciaio sceso dalla Valle d’Aosta.
Il vasto cordone che cinge la conca di Ivrea è stato fratturato in soli due punti: a valle del Lago di Viverone presso il Sapel da Mur, dove transitò la Via Francigena; e alla Forra di Mazzè dove s’incanalarono le acque di scioglimento della Dora, dopo aver formato un vasto lago. Difatti, scrive Pietro Azario, primo cronista del Canavese nel XIV sec., che «tutta la pianura, che si distende nella inferiore parte di Ivrea, che è cinta di monti, era una volta un vasto lago, nel cui mezzo scorreva la Dora Baltea, sboccando sotto Mazzè. La Dora fece quindi un buco vicino a Mazzè, donde uscì poco a poco tutta quest’acqua. I laghi d’Azeglio e di Candia sono un avanzo del grande lago, perché in luoghi più bassi». Fra queste gelide torbide fu trascinata a valle anche una enorme quantità di detriti e sabbie che colmarono poi gran parte della pianura fin quasi al Po. Fra questi detriti si mischiavano dei depositi auriferi che presto stimolarono la meraviglia e l’interesse dei primitivi. Uno dei giacimenti più consistenti, scientificamente detti ‘placer’, si trova nel comune di Mazzè, proprio accanto al solco della Dora, circa una trentina di metri sopra il letto attuale del fiume, su una superficie di 3 kmq e una profondità di 80 centimetri. Fu il popolo dei Salassi a sfruttare per primo questa ricchezza a cui subentrarono, nel 143 a.C., i Romani che contemporaneamente acquisirono anche l’altro grande deposito aurifero sul versante biellese della Serra d’Ivrea. Nel periodo di massima attività si pensa che a Mazzè fossero impiegati circa 1500 minatori, addetti all’estrazione, al lavaggio del pietrame e alla raccolta della sua parte preziosa che nel complesso produsse dalle 15 alle 20 tonnellate d’oro. L’abbandono del giacimento si ebbe all’inizio dell’età cristiana, quando i Romani iniziarono a sfruttare le più ricche miniere dei territori iberici. Oggi passeggiando nell’area estrattiva ricoperta dalla boscaglia, potremo rinvenire enormi cumuli di pietrame di scarto, l’andamento dei canali e degli scoli dove veniva convogliata l’acqua del fiume e anche un tratto ben evidente di una strada di collegamento fra il Canavese e la piana del Vercellese. Prima di giungere all’area archeologica faranno da premessa la visita del borgo di Mazzè e la discesa nella valle della Dora, entro un paesaggio di quasi primordiale bellezza.

TACCUINO DI VIAGGIO
Itinerario circolare a piedi nel comune di Mazzè, in provincia di Torino. Si raggiunge dal capoluogo regionale (39 km) seguendo l’autostrada A4 fino al casello di Rondissone, quindi con un tratto di 7 km della SP 90.
•Lunghezza: 8.2 km •Dislivello: 150 metri in salita. •Altitudine massima: 320 metri. Altitudine minima: 210 metri. •Condizioni del percorso: strade campestri a fondo naturale, sentieri e brevi tratti su asfalto (0.7 km). •Periodo consigliato: primavera, autunno.
•Dove mangiare. Trattoria del Centro, Via Italia 124, Mazzè, 011.9835959; Santa Marta, Via delle scuole, Mazzè, 011.9835616. •Dove dormire: A Casa di Giò, Via Campagnette 10, Mazzè, 346.3081464. •Indirizzi utili. Punto informativo turismo di Mazzè, p.za della Repubblica 1, Mazzè.
•Per approfondire l’argomento delle aurifodine si consiglia il sito web: https://www.mattiaca.it/miniereoro/minoro.htm


1. L’itinerario prende avvio nel borgo monumentale di Mazzè (alt. 323), poco sopra l’abitato moderno; esattamente nella panoramica piazza Camino e Prola dove si trova la leziosa facciata barocca (in realtà di fine ‘800) della Parrocchiale dei santi Gervaso e Protaso. Accanto alla chiesa, poco più arretrato, si nota il Vecchio Municipio con il suo porticato e dietro si scorgono alcune ville signorili il cui decoro esterno sta alla pari con la bellezza degli arredi interni, ispirati alla tendenze revivalistiche di fine Ottocento. «L’amena e ferace altura, ove posa Mazzè è adorna di giardini fruttiferi, di vigneti ben coltivati, di eleganti villette e di deliziosi passeggi. Si godono da qui stupende vedute e respirasi un’aria sanissima» annota nelle sue ‘Passeggiate nel Canavese’ (1867) Antonino Bertolotti, tanto che – aggiunge come naturale conseguenza – nel 1841, considerando gli anni di vita media di allora, vi vivevano «parecchi ottuagenari, due di 90 anni e una donna, che li aveva già oltrepassati. Dunque se vuoi vivere lunghi anni compera una villa a Mazzè e vienvi ad abitarla». Tenendo a mente il prezioso suggerimento si prende la direzione del Castello, già visibile dalla piazza e lo si aggira lungo la selciata via omonima chiusa fra caseggiati e il recinto murato del fortilizio, di cui non sfuggono i sostanziosi rifacimenti e abbellimenti ‘in stile’, operati nel corso del XIX sec. Quasi al fondo di Via Castello, a una curva svetta la cappella di S. Michele Arcangelo: la tradizione vorrebbe che facendo roteare la ghiera di una asta della cancellata appaia il diavolo, val a dire colui che nell’immagine raffigurata è sconfitto da S. Michele. Già fra lembi di vigne si piega a destra in Via S. Michele e quindi di nuovo a destra su Via della Rocca. Si esce dall’abitato calcando una traccia campestre che scende gradatamente verso la Dora Baltea: occorre trascurare due diramazioni verso sinistra e proseguire su sentiero nella discesa che, infine, giunge sulla sponda, a ridosso del fiume in procinto di formare una larga ansa.

2.Si comincia a seguire, lungo uno stradello, la direzione della corrente, non particolarmente vivace perché trattenuta più a valle da una diga, detta Traversa di Mazzè, realizzata per scopi irrigui nel 1922. Ha la capacità di sollevare per 62 metri dal letto della Dora, l’acqua necessaria per irrigare una superficie coltivata di 4.000 ettari. Nei periodi di magra emergono degli isolotti frequentati da decine di uccelli, mentre sopra le due sponde si conformano i versanti della valle, completamente rivestiti di bosco ceduo. Sulla sponda opposta alla nostra corre il Naviglio di Ivrea, importante corso d’acqua artificiale e un tempo navigabile, realizzato nel 1468 per volere di Jolanda di Savoia. Lungo per ben 76 chilometri ha lo scopo di recare acque irrigui alle risaie del Vercallese. Spesso, a terra, si rinvengono delle ‘galle’ che in apparenza sembrano frutti dalla dura scorza. In realtà sono il prodotto di una reazione allergica delle piante alla puntura di un insetto. Quando l’insetto depone le uova, inietta nella pianta una sostanza che induce le cellule vegetali a moltiplicarsi in rapidità ed a ingigantirsi, sviluppando così un corpo carnoso, chiamato galla. Funziona da incubatore e ospiterà una piccola larva fino a quando essa praticherà un buco e uscirà in volo nella sua forma adulta. Queste formazioni tumorali aggrediscono le piante a vari livelli: foglie, fiori, rametti e persino radici. La più nota viene prodotta dall’imenottero Andricus quercustozae, di forma sferica e consistenza legnosa bruno-grigia. Lungo il percorso si scorgono i ruderi di alcuni edifici che facevano da contorno a questa strada, detta ‘della Benna’, comunicante con uno scomparso ponte sul fiume, detto Ponte Copacy o ‘ponte dei briganti’, di cui si ha notizia fin dal 1156. La struttura doveva essere importante poiché ad essa si richiamano sia i ruderi della Porta Pontis, che permetteva l’acceso al soprastante castello di Mazzè, sia la chiesuola di S. Maria Maddalena al Ponte, eretta nel 1209 dalla Confraternita dei Fratelli Pontisti. Questi ultimi, su concessione del conte Guido IV di Valperga, provvedevano alla manutenzione del ponte e all’assistenza dei pellegrini in transito. Della chiesa restano l’abside, brani delle murature perimetrali e il rialzo d’accesso alla navata. Da notare, nelle vicinanze, anche la Darsena, approdo privato dei castellani di Mazzè. L’insieme di tutti questi elementi formano infatti il cuore dell’antica tenuta dei Conti Valperga di Mazzè, recuperata e in parte trasformata nell’800 dal conte Eugenio Brunetta d’Usseaux. All’interno del fitto bosco che ci sovrasta si nascondono alla vista il tempietto della Sorgente dell’Amore, dove si tramanda che i nobili si ritirassero in compagnia di dolci fanciulle. Non manca il luogo esoterico, ovvero la Piana del Tumulo dove pare si tenessero riti stregoneschi. Più romantico invece il boschetto dei Bambù collegato con un ponticello alla citata darsena. La tenuta, visitabile fino a qualche anno fa, è oggi chiusa al pubblico.
3.Il nostro percorso infine fuoriesce sulla strada provinciale 595 che ora bisogna seguire, con estrema prudenza, verso destra per circa 150 metri (segnavia ‘L’oro del ghiacciaio’). Alla prima curva vistosi cartelli segnalano l’avvio dell’itinerario dei ‘Lavaggi auriferi di Mazzè’. Accogliamo l’invito procedendo su sterrato all’interno del bosco. Le varie ‘stazioni’ del percorso illustrano con chiarezza i siti d’interesse seguendo inizialmente la debole depressione corrispondente a un antico paleoalveo della Dora per proseguire poi lungo le vallecole che servivano da scolo alle acque dopo i lavaggi del pietrisco. Nella raccolta dell’oro si sfruttava il dislivello di circa 40 metri della scarpata che intercorre fra il paleoalveo superiore e la sottostante piana alluvionale, grazie a delle vallecole, in parte naturali, in parte prodotte dall’uomo, entro cui per gravità scorreva l’acqua di lavaggio derivata dal fiume. L’operazione consisteva nel posizionare sul fondo della vallecola una sorta di vasca di legno con intermezzi verticali. L’oro, di natura più pesante, si depositava tra una sezione e l’altra della vasca.

4.Punto nodale del percorso il tratto residuo di una ‘strada romana’, visibilmente sopraelevata con una grossolana pavimentazione selciata in grossi ciottoli e con i segni dei solchi carrai. Si prolunga per circa 30 metri e sale dalla riva verso la collina, disegnando un’ampia curva. La strada, forse tracciata in età costantiniana (IV sec.) univa con tutta probabilità Eporedia (Ivrea) con la scomparsa Quadrata, l’altra colonia romana posta sulle sponde del Po fra Verolengo e Crescentino. La datazione tardiva fa pensare che la strada sopraggiunse quando già le miniere erano state abbandonate.

5. Si può arrivare con una breve diramazione fino al punto di passaggio della Dora ma si ignora se vi fosse un ponte, più probabilmente un guado. Giunti all’estremità dell’area archeologica si risale verso la strada provinciale con un’altra possibile piccola diramazione verso alcuni impressionanti cumuli di ciottoli, alti fino a 6-7 metri, larghi una ventina e lunghi fra 100 e 350 metri. Se ne sono individuati almeno 8 a costante distanza fra loro, posti a valle delle vallecole sopra descritte. Sulla loro sommità scorreva un canale utilizzato per smaltire lo sterile e lo scarto dei lavaggi. L’itinerario prosegue verso il crocevia di strade presso il Pilone della Rèssia e quindi incontra la chiesa dei santi Lorenzo e Giobbe.
6. Ripresa la strada provinciale si torna verso sinistra al tratto fatto in precedenza ripercorrendolo per un centinaio di metri fino a scorgere, sulla sinistra, uno stretto sentiero che rimonta il versante della valle e riporta nell’abitato di Mazzè e alla piazza da cui si era partiti. In estate, o qualora il sentiero risultasse infrascato, si consiglia di proseguire sulla strada provinciale (utilizzare un giubbino giallo!) e quindi, alla seconda curva, piegare a destra su una strada carrabile sterrata.

TI POTREBBE ANCHE PIACERE PER LE TUE ESCURSIONI…

Albano Marcarini, ATLANTE DEI SENTIERI DI CAMPAGNA – 2.Liguria Riviera di Levante, Ediciclo 2024, 186 pag.
La fortunata collana illustrata di Albano Marcarini, Atlante dei sentieri di campagna, prosegue con un titolo dedicato alla Liguria e, in particolare alla Riviera di Levante. Quale luogo migliore in Italia per passeggiare fra mare e montagna, fra quieti e silenziosi villaggi oppure nelle ombre delle pinete e della macchia mediterranea. Come nel volume precedente, dedicato alla Lombardia, l’autore accompagna il lettore con un testo narrativo, mappe dettagliatissime, foto e un prezioso corredo di acquerelli. Nella Liguria di Ponente, Marcarini propone 27 itinerari da assaporare con lentezza e meditazione: dall’entroterra di Genova alle vallate dell’Oltregiogo, dal Golfo del Tigullio al Promontorio di Portofino, dalle Cinque Terre alla Val di Vara. Un abbraccio di storie di natura e di genti, marinai o contadini, a cavallo fra la terra e il mare. – SPEDIZIONE GRATUITA Albano Marcarini, ATLANTE DEI SENTIERI DI CAMPAGNA – 2. Liguria: Riviera di Levante, Ediciclo 2024, pagine 186, con foto, mappe, acquerelli.
29,00 €

Lascia un commento