Emilia, la strada più dritta d’Italia

Un grande geografo l’aveva chiamata la strada più diritta d’Italia. In verità sembra, perché qualche trasgressione al rettifilo ce l’ha, la classica eccezione alla regola. Come quello strano saliente a Castelfranco Emilia che si spiega con il variato andamento della Secchia o come quelle lievi gobbe a Cesena causate dall’approssimarsi delle colline. Su di lei hanno scritto libri, più di ogni altra strada, le hanno dedicato canzoni, girato film, trasmissioni televisive e radiofoniche, abbondantemente citata dagli storici antichi, inserita in quasi tutte le fonti itinerarie. Per alcuni è stata una via di frontiera oltre la quale si stendevano territori o incogniti o troppo conosciuti. Ma soprattutto è stata la sola strada che è riuscita a dare il nome a una regione, l’Emilia, ovvero la Regio VIII dei romani. 

Oltre al nome, ha un numero, il nove. Corre come una lancia per 262 chilometri da Rimini a Piacenza o, per la precisione, fino al ponte sul Trebbia. Undici città grandi e piccole si allineano come perle lungo questo filo d’asfalto, – ma in origine composto di bàsoli di arenaria o di ghiaia ben battuta – che divide l’ossatura montuosa dell’Appennino dalla pianura del Po, tanto che oggi la si intende come una strada-città per la massiccia urbanizzazione che le si è accostata, omologando un paesaggio che fino agli anni ’60 del secolo scorso sapeva di campagna. Vi si erano ancorate le centuriazioni coloniche dei romani che ancora oggi si riconoscono nel disegno a maglie regolari fra Imola e Faenza. Per alcuni studiosi è stata la strada a sovrapporsi alla già avviata sagomatura territoriale quindi è difficile stabilire chi sia arrivato prima. La strada era stata tracciata nel 187 a.C. dal console Emilio Lepido dopo la fondazione di Rimini (Ariminum) nel 268 a.C., la vittoria sui Galli nel 222 a.C. a Clastidium, ma soprattutto dopo la fondazione delle colonie di Piacenza e di Cremona nel 218 a.C.

Fra le rovine delle città distrutte, viste da Sant’Ambrogio in cammino verso Bologna nel 393, si sono anteposti bizantini e longobardi. Più tardi, da esse si sono sollevati i liberi Comuni e si sono confrontati valenti artisti, ansiosi di corroborare con le opere della pietra, come a Fidenza, il cammino dei pellegrini del Medioevo. Ma se ci sono state due persone che hanno detestato la Via Emilia, queste furono Stendhal e John Ruskin. Non riuscivano a concepire perché fossero costretti a subire la protervia e le pignolerie di un infinito numero di gendarmi e gabellieri. Fino all’Unità d’Italia, nel breve spazio fra Bologna e Parma, era necessario superare ben sedici controlli doganali con comprensibili ritardi di tempo e perdita di pazienza. Fra i deboli confini dei greti asciutti, la strada attraversava una teoria di principati e staterelli, con capitali le città che molti secoli prima l’Impero romano aveva distribuito a tappe costanti lungo la sua maggiore arteria di espansione verso la Pianura padana e che rispettose si erano adattate alla geometria stradale. La veste migliore di ogni città si mostrava lungo questa strada formandone l’asse generatore, il ‘decumano’ dei romani: palazzi, piazze, archi, negozi, fontane. Le chiese invece, un po’ disturbate da tanta promiscuità, preferivano occhieggiarla qualche passo più indietro, con una piazza fatta tutta per loro. 

Prima della spinta alla motorizzazione, la Via Emilia fu la palestra dei ciclisti: «un grillaio di biciclette», come osservava mezzo secolo fa Corrado Alvaro. Guareschi la usava per venire a Milano, Panzini per andare a Bellaria, sempre su due ruote. Alla fine dell’Ottocento Olindo Guerrini, il poeta del velocipede, vi trascinava i soci del Touring Club Ciclistico per massacranti escursioni di centinaia di chilometri, fino a Firenze e a Roma. Si passava, si correva, si mangiava la polvere dietro i pesanti e lenti autoarticolati o dietro le goffe corriere d’anteguerra. Due infiniti filari di platani incidevano il paesaggio fino a un borgo, a un’osteria, allo slargo di un benzinaio. Grappoli di camion si radunavano attorno alle locande, sotto i ponti, fermi ai passaggi a livello mentre solitarie motociclette lasciavano sulla carreggiata, come in Amarcord, scie di polvere e invidia.

Segno territoriale determinante, ribadito ai nostri giorni dalle parallele autostrade e ferrovie, questa strada ha intercettato e distribuito tutti i flussi commerciali dal Centro al Nord Italia. Curiosamente questi non sono stati mai univoci. I Romani risalivano la Via Flaminia per la Gola del Furlo prima di raccordarsi a Rimini alla Via Emilia. I pellegrini romei, ma prima ancora i Longobardi e i Franchi, la lasciavano a Fidenza o a Parma per approdare nella Tuscia mediante il varco appenninico di Monte Bardone. Con l’affermazione di Firenze fu invece lo ‘stradale’ della Futa e della Raticosa a essere privilegiato nelle comunicazioni con Bologna. Ma un’infinita serie di altri percorsi, perduti nella storia, si sono appoggiati a questa ‘strada maestra’, sia nella direzione delle valli appenniniche sia nell’allora incerto paesaggio fluviale della Bassa padana, come la Via Popilia o l’ancora misteriosa Via Annia. 

A noi piace pensare a una Via Emilia dove i nuovi esteti del tempo perduto torneranno ad apprezzare il viaggio ‘dolce’, la dirittura dei carraie nelle città dove trillano i campanelli delle biciclette, i filari di pioppi, la genialità dei campi intercalati a schiere di alberi e vigne – che gli agronomi chiamano a ‘piantata promiscua’ – la funzionalità dei prati dal profilo arcuato – detti ‘campi baulati’ per favorire lo scorrimento dell’acqua – la rustica nobiltà dei ‘caselli del latte’  – i luoghi di produzione del parmigiano – la gentilezza delle ville, i ponti di pietra e i cippi di granito, l’essenzialità dei cascinali, l’ordinato reticolo dei canali irrigui, il vago profilo dell’Appennino, uno schietto bicchiere di lambrusco… e tante altre cose ancora.

©albanomarcarini2025

La Via Emilia romana corrisponde con qualche lieve eccezione all’attuale strada statale 9, strada ormai di carattere quasi metropolitano. Tratti urbani della massicciata si sono rinvenuti a Modena e a Bologna. Il fascino che poteva avere percorrere la Via Emilia mezzo secolo fa, con tutti i caratteristici supporti che ne facevano l’esempio del paesaggio ‘stradale’ del XX secolo, è ormai svanito. Meglio rifugiarsi nell’ampio scaffale della letteratura che la riguarda.

BIBLIOGRAFIA: Aa. Vv., Aemilia, Una via, una regione, Rotary Club Parma Est, Parma 1989; Ermanno Cavazzoni, Esplorazioni sulla Via Emilia, Quodlibet, Macerata 2016; Luigi Ghirri, Esplorazioni sulla Via Emilia – Scritture nel paesaggio (2 voll.), Feltrinelli, Milano 1986; Carlo Donati, Strada Nove – La Via Emilia e le sue curve (2 voll.), Cattedrale edizioni, Ancona 2020; Gabriel Faure, Sur la Via Emilia, Rey Editeur, Grenoble 1921


Albano Marcarini, Il Sentiero della Regina, 168 pag., 3a edizione, 2022.

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