Il Sentiero della memoria in Val Boreca

Itinerario pedonale circolare nella Val Boreca, nel comune di Ottone, Appennino Piacentino. 

I sentieri della Val Trebbia, e questo in particolare della tributaria Val Boreca, sono l’osservatorio delle memorie dimenticate: case, campi, cappelle e boscosi rilievi che esprimono la poesia del paesaggio appenninico, ma anche le trasformazioni della moderna civiltà, il distacco dell‘uomo dalla terra, dalla cultura dei sacrifici e della continenza, dai ritmi lenti e circoscritti di un mondo fatto di poche cose: la casa, il campo, il mulino, la chiesa. Questo sembrano trasmetterci i villaggi della alta valle, soprattutto le vecchie dimore diroccate, le stradine in salita, i muri di pietra, le fontane, i piloni sacri, i sentieri della fatica quotidiana, il volto di qualche anziano tornato ad apprezzare la quiete del suo luogo natìo dopo una vita di lavoro nelle città.

Questo itinerario compie un anello nella Val Boreca, una laterale del versante idrografico sinistro del Trebbia confluente nel fiume poco a nord di Ottone. La zona è considerata la piccola ‘wilderness’ piacentina. La densità di popolazione – pari a 20-25 abitanti per kmq nella Val Trebbia – raggiunge qui livelli quasi vicini allo zero, specie in inverno. Tuttavia gli insediamenti non mancano e sono tutti convenientemente ubicati a mezza costa sui versanti, su quelle che i geomorfologi chiamano ‘paleosuperfici’, ovvero i lembi residuali di deposito sedimentario poi scalfiti e fratturati dalle erosioni fluviali nelle fasi di più intenso ringiovanimento morfologico. Era quella posizione che i nostri avi ritenevano perfetta per godere di una buona insolazione e per avere i vantaggi di non distare troppo né dai boschi, né dai campi, nè dai pascoli.

Fino agli anni ’60 del secolo scorso priva di strade rotabili, i collegamenti in Val Boreca avvenivano su tortuose mulattiere che però avevano il vantaggio di collegare i vari villaggi fra loro su distanze paradossalmente più brevi di quelle delle strade di oggi.


Partenza e arrivo a Belnome (44°39’3.64″N – 9°15’26.90″E), raggiungibile da Piacenza (90 km) percorrendo la strada statale 45 della Val Trebbia. Dopo Ponte Organasco e prima di Ottone si stacca dalla statale la diramazione per Zerba (provinciale 18) che risale il versante sinistro della Val Boreca. Dopo aver superato Zerba di circa 1.5 km si devìa a sinistra per Belnome, sull’opposto versante della valle. 

Lunghezza: 8.1 km

Dislivello: 710 metri 

Tempo di percorrenza: 4 ore.

Condizioni del percorso: sentieri, strade forestali sterrate. Il percorso è sconsigliato in caso di piogge recenti per la necessità di superare tre guadi sul torrente Boreca.

Periodo consigliato:dalla primavera all’autunno.

Segnavia: da Belnome alla biforcazione dei sentieri sotto Bogli segnavia 121 bianco/rosso; quindi lungo la valle fino all’incontro del sentiero Artana-Pizzonero, segnavia 187 bianco/rosso; quindi segnavia 175 fino all’incontro con il sentiero 121.

Dove mangiare: nessun punto di ristoro lungo il percorso; provviste a Marsaglia o a Bobbio.

Indirizzi utili: Comune di Ottone, tel. 0523-930122

Cartografia: CTR Emilia Romagna (1:10.000), sezione 196120.

©Albano Marcarini 2021 – Estratto dalla guida A. Marcarini, M.L.Pagliani, ROUTE 45: la Val Trebbia, Diabasis, Reggio Emilia 2009


Il torrente Boreca ha scavato e approfondito un solco nei sedimenti detti ‘flysch del Monte Àntola’, ovvero una stratificazione di calcari, marne, argille e arenarie databili a oltre 80 milioni di anni fa e, in quel periodo, giacenti in un mare profondo circa 4000 metri. I versanti sono ripidi e ripetutamente tagliati in verticale da impluvi e displuvi, quasi del tutto rivestiti da una densa copertura arborea, stemperata solo attorno ai villaggi e sostituita, verso i crinali sommitali, da pascoli. Le linee di cresta sono ovunque elevate con cime che avvicinano i 1700 metri d’altezza (M. Cavalmurone alt. 1670, M. Chiappo alt. 1699, M. Alfeo alt. 1651) o li superano, come nel caso del Lèsima (alt. 1725). Dove non prevale la faggeta si incontrano boschi misti di carpino nero, di acero montano, di cerro, anche di roverella ma in minor quantità. Castagni anche, presso i villaggi, ora inselvatichiti. Lupo e aquila reale sono gli straordinari frequentatori della Val Boreca confermando l’alto grado di naturalità della zona, inserita in un sito di importanza comunitaria (SIC). 

Val Boreca

Lasciata l’auto prima di entrare a Belnome (alt. 865, 1), si rimonta a piedi fino alla chiesa parrocchiale col campanile a cipolla, occhieggiante lo stile ligure, che fa da invito al piccolo nucleo abitato, in via di progressivo recupero edilizio. Lo stradello che sale a monte partendo dal fianco destro della chiesa è quello da seguire (indicazione Pizzonero). Avvicina il camposanto e quindi si addentra nel bosco lasciando a sinistra la direzione per il M. Alfeo e per Bertone. Si aggira un vallone riprendendo poi a salire per contornare l’estrema balza di Costa Vaccarezza, dividente il vallone del Rio di Belnome dalla Val Boreca propria. Si penetra nell’ombrosa faggeta, con individui arborei anche di veneranda età e grandioso portamento. Per essere ‘pura’ dovrebbero mancare l’acero montano e il frassino che, invece, non disdegnano di variare l’abito vegetale di queste montagne, soprattutto qui che siamo esposti a nord. 

Si raggiunge il culmine attorno a quota 1060. Il sentiero è ben battuto e fa parte del cosiddetto ‘anello del postino’ perché era l’itinerario seguito, prima della costruzione delle strade rotabili, dal portalettere nello svolgimento della sua attività quotidiana. Scesa una breve rampa s’incontra sulla destra il sentiero proveniente dal fondovalle e da Artana e da cui si farà ritorno. Ancora pochi passi e si mette capo a Pizzonero (Pizzinegro nella vecchie carte, alt. 1034, 2, buona fontana). L’abitato è posto a degradare sul versante, fra castagneti e modesti campicelli. Non si scorge la chiesa che, infatti, si trova isolata al margine di una verde radura, a circa 300 metri di distanza, proseguendo nel cammino col segnavia 121. È intitolata a S. Bernardo ed è ritenuta la più antica della valle. Ora si calca una strada sterrata che fa da accesso a Pizzonero. Il traffico è inesistente. Occorre superare i diversi impluvi che formano il Rio del Cornà, tributario del torrente Boreca, di cui stiamo risalendo il tratto terminale della valle, orientata a sud. I mezzi meccanici, che hanno allargato la preesistente mulattiera, hanno sbancato il versante portando in luce la fitta stratificazione del flysch: calcare di maggior spessore, alternato a marne azzurrine e argille giallastre, più sottili.

Pizzonero

Dopo buon tratto di marcia si perviene a una biforcazione (alt. 1055, 3). La strada prosegue verso sinistra, guadagnando il crinale al passo della Maddalena (alt. 1407) per poi, dopo una tortuosissima discesa, mettere capo a Gorreto e quindi, al capoluogo comunale della valle, Ottone. Anche in auto è una fatica che comporta quasi un’ora di tempo, tanto per rimarcare lo stato di estremo isolamento dei villaggi della Val Boreca. Il prossimo che incontreremo è Suzzi, utilizzando appunto la direzione di destra dal bivio sopraddetto. Al primo tornante si può evitare la sterrata seguitando sulla traccia, in discesa, del vecchio sentiero dentro una melanconica successione di terrazzini coltivi in abbandono, fra muri a secco e piante da frutto inselvatichite. Un maiale e qualche magro bovino sono la misera compagine di un mondo agricolo ormai disfatto. 

Nelle case di Suzzi (alt. 967, 4), radunate in forma sparsa su un lieve declivio, vivevano famiglie contadine per le quali, solo una visita al mercato di Ottone, significava un’intera giornata di cammino. Tuttora risulta difficile immaginare già solo la permanenza estiva di alcuni villeggianti, proprietari delle vecchie case. Mai come qui, il termine ‘fuori dal mondo’, risulta appropriato. Come si può notare, in Val Boreca non esiste nessun altro tipo di insediamento oltre a questo dei villaggi con una disposizione aperta, quasi casuale degli edifici. Le uniche costruzioni isolate sono, a volte, le chiese e, come vedremo, i mulini che per oggettive ragioni funzionali dovevano essere collocati vicino ai corsi d’acqua. A proposito di acqua, vicino al villaggio si trova una sorgente ritenuta salutare, si chiama della Durbìa (fatevela indicare dalle persone del luogo) e riempite le borracce. Sozzi è l’ultimo paese della valle, la cui boscosa testata si chiude con la cima del M. Carmo, cima importante poiché fa da confine fra tre regioni: Emilia, Liguria, Piemonte. In realtà le vicissitudini storiche e l’attuale tentativo, da parte di alcuni giovani della zona, di andare alla riscoperta delle radici attraverso la ricerca musicale e dialettologica evidenziano come sia sempre esistito un pensare e un vivere comune nell’ambito geografico delle cosiddette ‘quattro valli’, ovvero Scrivia, Curone, Trebbia e Aveto.

L’ultimo edificio del villaggio, dopo aver sottopassato un portico, è la chiesa, che sta accanto al cimitero. Almeno sette sentieri si dipartivano un tempo da qui, diretti ai campi, ai castagneti, ai villaggi vicini. Il solo rimasto in uso, e funzionale ormai solo agli escursionisti, è quello che porta al mulino, sul fondo della valle, lungo il torrente Boreca. Doveva essere un percorso molto battuto, perché il mulino era l’unica vera ‘industria’ di questo villaggio, da cui dipendeva la provvista alimentare di tutti gli abitanti. Non aspettatevi l’edificio con la ruota e le mole. Purtroppo, anche qui, tutto è disfatto, ma la posizione è incredibilmente bella. Si lascia il sentiero (che piega a destra) per raggiungere in un paio di minuti una pozza d’acqua, sovrastata da una cascata e dai ruderi del mulino (alt. 782, 5), col tetto sfondato e le murature spanciate. Si intuisce però ancora la collocazione della ruota, insolitamente orizzontale. Se, con cautela, passate sopra al rudere, potrete bagnare i piedi fra le pietre lisce del torrente e riposare un attimo o, più avventurosamente, seguire ‘fuori strada’ il letto del neonato Boreca.

Poi occorre tornare a ritroso fino a riprendere il sentiero principale che ora scende la valle. Subito si varca il Boreca su un ponticello in cemento, quindi si segue la sponda sinistra guadagnando, quasi in piano, un dosso oltre il quale si scende a varcare a guado il Rio di Bogli. Questo è il villaggio di cui, già da Suzzi, avrete scorto il campanile e le case. Si tratta dell’insediamento più cospicuo della valle – si parla sempre di un numero di abitanti che sta sulle dita di una mano e, probabilmente, nessuno in inverno – e se avete bisogno di ristoro o altre necessità vi troverete un ristorante (da Tino, tel. 0523.935020). Raggiungerlo richiede però circa 40 minuti di salita e in una direzione diversa da quella del nostro itinerario. Ripresa infatti, dopo il guado, la salita si giunge a un bivio di sentieri (alt. 800, 6): quello di sinistra, in salita, porta appunta a Bogli che, ho tralasciato di dire, è stato il paese natale di Arturo Toscanini; quello di destra, che seguiremo, torna verso il fondovalle. Si chiama Sentiero delle Carbonaie: un sentiero aperto solo da pochi anni. Inoltre è poco battuto e presenta alcuni problemi di orientamento benchè sia regolarmente segnalato. Richiede solo un po’ di attenzione nei tratti lungo il torrente su roccette a volte scivolose. Da evitare invece in caso di piogge recenti: il torrente pieno d’acqua impedirebbe i tre guadi necessari a superarlo.

Tartago

La difficoltà di ritracciare questo percorso, fino a qualche decina di anni fa regolarmente utilizzato dai valligiani per la produzione del carbone di legna, è indicativa della rapida rinaturalizzazione della valle e degli sconvolgimenti che l’instabile natura di questi versanti provoca di anno in anno. Si scende subito verso il torrente, utilizzando al principio, come riferimento, i piloni della linea elettrica. Si guada il Boreca una prima volta portandosi in sponda destra e salendo di qualche decina di metri la ripa. È il tratto iniziale del vecchio sentiero che da Pizzonero scendeva al suo mulino: lo si rimonta solo per un tratto, poi il segnavia rimanda di nuovo verso il fondovalle. Si scende a risvolte nel bosco su una ripida balza, poi si avvicina il letto del torrente, a volte ingombro di detriti, sfilando accanto alla scarpata rocciosa, quindi passando due volte a guado. Fino agli anni’ 70 del secolo scorso, questo era l’habitat ideale della lontra, della quale ci si augura il ritorno, mentre tuttora lo è del merlo acquaiolo, un uccelletto svelto che rasenta le pietre e si getta a capofitto nell’acqua. Ma si segnalano anche rare specie di anfibi: la salamandra pezzata, la salamandrina dagli occhiali, il geotritone e la rana appenninica. In primavera, immancabile il rospo comune intento al suo strano modo di accoppiarsi, aggrappato con altri rivali sul dorso della femmina.

Dopo il terzo guado si torna in sponda destra (alt 722, 7) presso i ruderi di vecchi impianti per il taglio, il deposito e la cottura del legname. La produzione di carbone di legna impegnava in estate diverse famiglie della valle che dai paesi si trasferivano ad abitare nei boschi. La carbonaia infatti – un alta pila campaniforme di tronchetti sotto cui un fuoco senza fiamma cuoceva lentissimamente la legna – richiedeva un’attenzione costante, giorno e notte.  Dopo un altro breve tratto esposto sul torrente (di circa 30 metri) si guadagna un tracciato più agevole e si supera a guado il vallone del Cornà . Subito dopo, di fronte a un pilone abbattuto (alt. 698, 8), si nota una traccia con l’indicazione ‘Pizzonero’ che sale verso monte. La si può seguire per tornare sul sentiero alto, da quale avevamo iniziato l’escursione. Si torna nel fitto bosco, fra grandi faggi, salendo uno sperone della valle che lascia, di tanto in tanto, trasparire le pieghe delle rocce. A un tratto, da sinistra, converge il sentiero proveniente da Artana, un altro villaggio della valle. Infine si torna sul sentiero 121 (alt. 1013, 9) che, a quel punto, si ripercorrerà a ritroso fino a Belnome.

Tartago, chiesa parrocchiale

Nel tratto che ci divide dalla conclusione dell’escursione si potrà riflettere su come la storia possa aver giocato un ruolo in un territorio così remoto, lontano dai centri di cultura, dalle vie di comunicazione. Eppure sono questi i luoghi abitati in antico dall’irriducibile stirpe dei Liguri, tenacemente oppositori dei Romani al punto che gli stessi storici antichi li tratteggiarono con il riguardo dovuto ai valorosi. «I Liguri abitano una terra aspra e del tutto sterile – riconosce Diodoro Siculo – e vivono una vita dura e disagiata in mezzo alle fatiche. Il continuo esercizio fisico e la sobrietà del nutrimento rendono i loro corpi esili e robusti a un tempo. Conservano i modi di vita primitivi e lontani da ogni comodità: le donne sono forti e vigorose come gli uomini, gli uomini come le fiere; e si suol dire che nei combattimenti il più corpulento dei Galli la cede a un gracile Ligure». Tito Livio li giudicava i più forti arrampicatori del mondo per il fatto di vivere fra queste montagne. Erano loro che recavano offerte votive sulle più alte vette, come l’idoletto ritrovato sulla cima del Monte Alfeo e dedicato a Pen, il luminoso ‘dio’ della montagna, da cui, per estensione il nome di Appennino. E scusate se è poco.

Più cauti invece nei confronti di Annibale. Che il grande condottiero abbia soggiornato in Val Boreca o nelle vicinanze dopo la vittoriosa battaglia del Trebbia nessuno lo potrà mai giurare. Ma un fatto è strano. Com’è che tre toponimi della zona richiamano in qualche modo lontane origini puniche? Zerba da Djerba, Tartago da Carthago, Bogli da Bougie (l’attuale Bejaia in Algeria)…


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