L’antica strada de la Vena

Itinerario a piedi nell’Alto Agordino, nella valle del Rio di Andraz.

Chi si trova a risalire la strada del Passo Falzarego, nell’Alto Agordino, non può trascurare l’inquietante vista di uno scoglio roccioso sul quale si ergono i minacciosi ruderi di un castello. È talmente avvinto alla roccia – come l’unghia alla carne direbbe il suo castellano – che è difficile distinguerne la struttura. Solo genti di montagna, temerarie e temprate nella fatica, possono aver concepito un simile arnese bellico. Da questa inattaccabile vedetta si controllavano, fra il XIV e il XVIII secolo, i transiti del ferro estratto dalle miniere del Fursil e diretti a Bressanone. Di proprietà del vescovo della cittadina altoatesina assieme al circostante territorio di Livinallongo e Colle S. Lucia, il castello di Andraz – Buchenstein in tedesco – vigilava sul vicino confine con la Repubblica Veneta. Dopo anni di abbandono, oggi è in via di restauro ed è parte integrante di un affascinante itinerario storico sulla ‘via del ferro’, di cui questo anello propone un piccolo assaggio.

ScansioneItinerario a piedi nell’Alto Agordino, nella valle del Rio di Andraz, con partenza e arrivo all’hotel La Baita (m 1630), situato al km 98.5 della strada statale 48 ‘delle Dolomiti’, fra Livinallongo e il Passo Falzarego.

Tempo di percorrenza: 2-3 ore. Dislivello: 310 metri. Segnavia. Cartelli indicanti la ‘Strada da la Vena’. Per chi: itinerario per tutti, su sentiero e mulattiera.

Come: con buoni scarponcini, giacca a vento. Quando: da giugno all’inizio di ottobre. In inverno con le ciaspole.

Dove mangiare e dormire: l’albergo La Baita (tel. 0436.7172) è in posizione ideale per l’escursione e dispone di buona cucina casalinga.

Pubblicato su Bell’Italia, ©Albano Marcarini 2017.

Colle S.Lucia255
Colle Santa Lucia

1. Seguendo un breve tratto della strada per il Passo Falzarego si giunge al sesto tornante. Qui si imbocca la vecchia mulattiera selciata (cartello Valparola) che, superato il Rio di Andraz, s’inerpica verso il castello. Secondo le fonti storiche sarebbe il percorso minerario più antico, di probabile origine medievale. Le miniere del Fursil, presso Colle S.Lucia, furono concesse al convento di Novacella con atto di Federico I Barbarossa già nel 1177. Per l’alto contenuto di manganese, quel ferro era indicato nella produzione di armi, in particolare lame per spade. La posizione di confine del bacino estrattivo innescò una plurisecolare contesa fra brissinesi e veneti. Per placare gli animi, il capitano del castello di Andraz Corrado Stuck stabilì nel 1369 un codice di comportamento con l’impiego di minatori di ambo le parti. D’un tratto, fatta una svolta, ci si trova dinanzi all’alta rupe del castello, circondata dai prati e da macchie di abete rosso e larice.

2. Il castello di Andraz, issato sul suo potente piedistallo roccioso, rifugge dai consueti schemi tipologici. In questo senso è un ‘unicum’ che ne accresce il valore e il fascino. Il grosso mastio, riferibile al XIV secolo ma già frutto di ripetute ricostruzioni (il primo atto che cita il castello risale all’anno Mille), è circondato alla base della rupe da una cinta muraria. Vi si accedeva per una stretta scala, mentre i rifornimenti venivano tratti con un argano ai piani più alti. Vi risiedettero le varie famiglie vassalle del principe-vescovo di Bressanone e, dal 1416 fino alla fine del XVIII secolo, un suo capitano di giustizia. L’aspetto attuale, pur con gli attenti restauri, è fortemente sminuito rispetto alle raffigurazioni di qualche secolo fa che lo davano ancora integro.

Lasciando alle spalle il vicino villaggio si prosegue su una stradina sterrata (a sinistra continua il percorso per la Valparola sulla direttrice storica per Bressanone) che lambisce un vecchio mulino e, subito dopo, la malga Castello, ricovero del bestiame inalpato sui Mont d’Andraz.

Andraz13. L’itinerario procede ora sulla ‘Strada da la Vena’, realizzata nel 1558 dal Cardinale Madruzzo per agevolare il trasporto del minerale verso i forni fusori ubicati nella Val Badia. Nel XVII secolo dal Fursil uscivano ogni anno fino a 10 mila ‘secchi’ di minerale, lavorati presso gli otto forni veneti dell’Agordino e Cadorino e presso quello vescovile di Andraz. Passato sull’opposto versante della valle, il percorso rimane a mezza costa, traversando la statale. Sebbene ridotto a sentiero sono ancora intuibili la sua larga sagoma originaria e tratti di selciatura. Dalle fitte fronde degli abeti si intravedono la rupe del castello e le case del villaggio. Sullo sfondo emergono le creste dolomitiche del Setsas e del Sass de Stria.

4. La ‘Strada da la Vena’ prosegue fino alle miniere del Fursil e a Selva di Cadore, ma occorrono alcune ore di cammino. Raggiunta una congiunzione con una pista forestale è dunque più opportuno tornare in fondovalle e risalire verso il punto di partenza. Raggiunta la strada statale 203 si punta in direzione del piccolo villaggio di Cernadoi dove si riprende la vecchia mulattiera che taglia i tornanti della rotabile. Accanto alle case ci sono i ‘tablà’ (fienili) in legno, la fontana e gli orti che per secoli hanno provveduto all’alimentazione contadina. Spuntano grossi cavoli e le rape che stanno alla base dei ‘Casunziéi da Pastolà’, un prelibato piatto di pasta consumato alla vigilia dell’Epifania.

Proseguendo sul sentiero, segnalato con tacche rosse e bianche, si torna infine all’albergo La Baita, da cui si era partiti.

Albano Marcarini, LA LUNGA VIA DELLE DOLOMITI, Cycle!, Milano 2016, 32 pag, pdf scaricabile e stampabile.

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